Marc Bloch.
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La societ feudale.
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Parte 4.
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Titolo originale: La socit fodale.
Traduzione di: Bianca Maria Cremonesi.
1949. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Indice di questa parte.
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CAPO 5: Le distinzioni di classi all'interno della nobilt.
1. La gerarchia del potere e del rango.
2. "Sergenti" e cavalieri-servi.
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CAPO 6:. Il clero e le classi professionali.
1. La societ ecclesiastica nel mondo feudale.
2. Villani e borghesi.
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Libro secondo: Il governo degli uomini.
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CAPO 1: Le giustizie.
1. Caratteri generali del regime giudiziario.
2. Il frazionamento delle giustizie.
3. Giudizio dei pari o giudizio del signore?
4. 1 margine al frazionamento: sopravvivenze e fattori nuovi.
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CAPO 2: I poteri tradizionali; monarchie e impero.
1. Quadro geografico delle monarchie.
2. Tradizioni e natura del potere regio.
3, La trasmissione del potere regio; problemi dinastici.
4. L'Impero.
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CAPO 3: Dai principati territoriali alle castellane.
1. I principati territoriali.
2. Contee e castellane.
3. Le dominazioni ecclesiastiche.
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CAPO 4: Il disordine e la lotta contro il disordine.
1. I limiti dei poteri.
2. La violenza e l'aspirazione verso la pace.
3. Pace e tregua di Dio.
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CAPO 5: Verso la ricostituzione degli stati: le evoluzioni nazionali.
1. Ragioni della concentrazione delle forze.
2. Una monarchia nuova: i Capetingi.
3. Una monarchia arcaicizzante.
4. La monarchia anglo-normanna: fatti di conquista e sopravvivenze germaniche.
5. Le nazionalit.
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Libro terzo: Il feudalesimo come tipo sociale e la sua azione.
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CAPO 1: Il feudalesimo come tipo sociale.
1. Feudalesimo o feudalesimi?
2. Le caratteristiche fondamentali del feudalesimo europeo.
3. Una sezione attraverso la storia comparata.
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CAPO 2: Le propaggini del feudalesimo europeo.
1. Sopravvivenze e reviviscenze.
2. L'idea guerriera e l'idea di contratto.
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FINE Indice.
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Capitolo quinto.
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Le distinzioni di classi all'interno della nobilt.
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1. La gerarchia del potere e del rango.
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Nonostante i comuni caratteri della vocazione militare e del genere di vita, il gruppo dei nobili di fatto, e poi di diritto, fu sempre ben lontano dal costituire una societ di eguali. Profonde differenze di ricchezza, di potenza e, quindi, di prestigio stabilivano tra loro una vera e propria gerarchia, pi o meno imperfettamente espressa dall'opinione anzitutto, e pi tardi dal costume e dalla legge.
Nel tempo in cui gli obblighi vassallatici conservavano ancora tutta la loro forza, il principio di tale classificazione gerarchica fu chiesto di preferenza alla stessa gerarchia degli omaggi. All'infimo grado, ecco anzitutto il "valvassore", che, vassallo di molti vassalli (vassus vassorum), non era a sua volta il signore di nessun guerriero: per lo meno quando il termine, comune a tutti i paesi neolatini, veniva usato nella sua accezione rigorosa. Non comandare o comandare solo a della plebaglia significava aver diritto solo a una mediocre considerazione. Praticamente, tale situazione giuridica coincideva quasi sempre con una situazione patrimoniale tra le pi modeste: con una grama vita da piccolo gentiluomo rurale, votato all'avventura. Guardate, nell'Erec di Chrtien de Troyes, il ritratto del padre della eroina - "molto povera era la sua corte" - o, nel poema di Gaydon, quello del valvassore dal gran cuore e dalla rustica armatura; oppure, fuori della finzione letteraria, la povera casa donde emigr, in cerca di colpi di spada e di bottino, un Roberto il Guiscardo; guardate la mendicit di un Bertran de Born; ovvero quei cavalieri che varie carte d'un cartolare provenzale ci mostrano dotati, come unico feudo, di un "manso", ossia dell'equivalente di una tenure campagnola. Talvolta, si usava, pressoch nello stesso senso, la parola bachelier, letteralmente "giovine": perch tale era, naturalmente, la condizione normale di molti giovani, non ancora "accasati" o ancora insufficientemente dotati. Ma talvolta essa durava a lungo(321).
Appena il nobile diventava il capo di altri nobili, cresceva in dignit. Gli Usatges di Barcellona, dopo aver enumerato le varie indennit dovute al cavaliere ferito, fatto prigioniero o maltrattato in varie guise, aggiungono: "Ma se egli ha altri due cavalieri stabiliti sulle terre del suo onore o ne mantiene un altro nella sua masnada, la composizione verr raddoppiata"(322). Se esso raggruppa, sotto il suo stendardo, una schiera numerosa di quei fedeli armati, eccolo banneret o banderese; se, guardando ali'insu, scorge che nessun altro lo separa dal re o dal principe territoriale cui presta direttamente omaggio, vien detto captal o barone. Quest'ultimo termine, di origine germanica, era passato in origine dal senso primitivo di "uomo" a quello di "vassallo": aver dato la propria fede a un signore, non significava riconoscersi suo "uomo"? Poi, si prese l'abitudine di applicarlo, pi specialmente, ai principali vassalli dei grandi capi. In quest'accezione, esprimeva soltanto una supremazia affatto relativa, in rapporto agli altri fedeli del medesimo gruppo. Il vescovo di Chester o il sire di Bellme avevano i loro baroni, al pari dei re. Ma, potenti tra i potenti, i pi importanti feudatari delle monarchie erano, pel linguaggio usuale, i "baroni" senz'altro.
Il termine di "pari" - quasi sinonimico di "barone" e adoperate da certi testi come il suo esatto equivalente, dotato nondimeno sin dall'origine di un pi preciso contenuto giuridico - era peculiare de lessico delle istituzioni giudiziarie. Uno dei pi gelosi privilegi del vassallo era di esser giudicato, alla corte del suo signore, solo dagli altri vassalli di quest'ultimo: l'eguaglianza risultando dalla simiglianza del vincolo, il "pari" decideva cos la sorte del suo "pari". Ma, tra i personaggi che tenevano i loro feudi direttamente dallo stesso signore, ce n'erano di assai diversi per potenza e prestigio: era ammissibile che, traendo pretesto da una pretesa conformit di sottomissione, il pi modesto gentiluomo obbligasse il ricco "banderese" a piegarsi alle sue sentenze? Ancora una volta, le conseguenze di uno stato di diritto urtavano contro il sentimento di pi positive realt. Ben presto, dunque, ci si avvezz, in parecchi luoghi, a riservare ai primi tra i fedeli la facolt di sedere nei processi riguardanti i loro veri eguali in dignit, nonch quella di offrire i loro consigli nelle questioni d'importanza. Di conseguenza, la cerchia dei "pari" per eccellenza sub una limitazione, spesso attraverso il ricorso a un numero tradizionale o mistico: sette come gli scabini, nelle pubbliche giurisdizioni dell'et carolingia; dodici, come gli Apostoli. Ne esistevano in signorie mediane - quella dei monaci del Mont-Saint-Michel, ad esempio - altrettanto che in grandi principati, come la Fiandra; e l'epopea immaginava quelli di Francia raggruppati, in numero apostolico, intorno a Carlo Magno.
Ma anche altri nomi, che si limitavano a metter l'accento sul potere e la ricchezza, riempivano la bocca dei cronisti o dei poeti, quando rievocavano le figure dei grandi aristocratici: magnats, poestatz, demeines, sembrava loro che dominassero dall'alto la folla cavalleresca. Infatti, gli antagonismi di rango erano, in verit, assai vivi, all'interno stesso della nobilt: quando un cavaliere ha usato un torto a un altro cavaliere, - precisano gli Usatges catalani, - se il colpevole  "superiore" alla vittima, non si pu esigere da lui, in persona, l'omaggio espiatorio(323). Nel Cantar de mio Cid, i generi dell'eroe di stirpe comitale considerano come una degradazione il loro matrimonio con le figlie di un semplice "fedele": "Non dovevamo prenderle nemmeno per concubine, a meno che non ne fossimo pregati. Per dormire nelle nostre braccia, non erano le nostre eguali". Per converso, le memorie sulla quarta crociata del "povero cavaliere" piccardo Robert de Clari ci hanno conservato l'eco acre dei rancori a lungo nutriti dal "comune dell'oste" contro "li hauts hommes", "li rikes hommes", "li barons".
Era riservato, al secolo XIII, et di chiarezza e di gerarchia, il cercar di fare di simili distinzioni, sino allora vivamente sentite pi che definite con precisione, un sistema rigorosamente concepito: non senza, nei giuristi, un certo eccesso di rigore logico mal addicentesi a realt rimaste molto pi fluide; e, inoltre, con notevoli differenze tra le varie evoluzioni nazionali. Qui, come al solito, ci atterremo soltanto agli esempi pi caratteristici.
In Inghilterra, dove l'aristocrazia aveva saputo ricavare dal vecchio dovere feudale di "corte" uno strumento di governo, il termine. "barone" continu a designare i principali feudatari del re, chiamati al suo "Gran Consiglio" in forza di un monopolio di fatto che si trasform a poco a poco in una vocazione strettamente ereditaria. Essi si compiacevano egualmente di adornarsi del nome di "pari della terra" e riuscirono, in ultima istanza, a imporne ufficialmente l'uso(324).
In Francia, invece, tra i due termini si determin una netta divergenza. In essa non si era cessato di parlare di "valvassori" e di "baroni", ma per indicare, di solito, una semplice differenza di ricchezza e di prestigio: la decadenza del vincolo vassallatico toglieva qualsiasi valore ai criteri derivati dalla sovrapposizione degli omaggi. Tuttavia, allo scopo di tracciare una pi netta distinzione tra le due condizioni, i tecnici pensarono di chiederne il criterio alla gradazione dei poteri giudiziari: l'esercizio dell'alta giustizia caratterizz la baronia mentre il feudo del valvassore era ridotto alla bassa o alla media. In questo senso - a cui il linguaggio usuale, del resto, non si convert senza riserve - c'erano, nel reame, una moltitudine di baroni e, per contro, pochissimi "pari". Infatti, favorendo l'influsso della leggenda epica il numero dodici, i sei pi importanti vassalli del Capetingio riuscirono, unitamente ai sei pi potenti vescovi o arcivescovi le cui chiese dipendevano direttamente dal re, ad arrogarsi il beneficio esclusivo di tale titolo, salvo, d'altronde, a non ottenere che un ben pi mediocre successo nei loro sforzi per ricavarne privilegi pratici: lo stesso loro diritto a esser giudicati solo tra loro dovette accettare come limite la presenza, al tribunale, di ufficiali della Corona. Erano troppo pochi, e i loro interessi di grandi principi territoriali erano troppo estranei a quelli dell'alta nobilt, nel suo insieme, e al regno stesso, perch fosse loro possibile far passare nel dominio delle realt politiche una preminenza condannata a restare tutta di etichetta. Cos, essendosi tre delle sei pare laiche primitive spente nel corso del secolo, a causa del ritorno al dominio regio dei feudi che eran serviti loro di fondamento, i re cominciarono, dal 1297, a crearne d'autorit di nuove(325). All'et delle formazioni nobiliari spontanee succedeva quella in cui, dall'alto in basso della scala sociale, lo Stato stava ormai per ottenere il potere di fissare e mutare i ranghi.
Tale  egualmente la lezione che scaturisce, in Francia, dalla storia dei titoli di dignit. In ogni tempo, i conti - al pari dei duchi o marchesi, capi ciascuno di pi contee - avevan figurato in prima fila tra i magnati; e accanto a loro stavano i membri delle loro casate, chiamati, nel Mezzogiorno, comtors. Ma questi termini, di origine franca, esprimevano inizialmente un genere di comando ben definito: valevano esclusivamente per gli eredi dei grandi "onori" dell'epoca carolingia, gi uffici pubblici, e ora feudi. Se nondimeno non avevano tardato ad avvenire talune usurpazioni, esse avevano investto, anzitutto, la natura dello stesso potere; e la parola aveva poi seguito la cosa. Tuttavia - come vedremo - a poco a poco il fascio dei diritti comitali si sgretol talmente da svuotarsi di qualsiasi contenuto specifico. Sebbene i detentori delle diverse contee continuassero a possedere numerosi diritti, ereditati di fatto dai loro antenati funzionari, siccome essi variavano grandemente da una contea all'altra e i conti ne avevano di rado il monopolio assoluto, l'esercizio ne era ridotto alla nozione d'un'autorit comitale di carattere universale. In breve, il nome sussisteva soltanto come il segno, in ciascun caso particolare, di un grande potere e prestigio. Non c'era quindi pi ragione di limitarne l'uso ai successori di governatori provinciali di tempi ormai molto lontani. Dal 1238 al pi tardi, i re cominciarono a creare conti(326): s'inizi cos una classificazione di parata che, arcaicizzante pel suo linguaggio, nuova nel suo spirito, era destinata a diventare in seguito sempre pi complicata.
D'altronde, simili gradi nell'onore e, talvolta, nel privilegio, non intaccavano gran che, nella nobilt francese, l'unit della coscienza di classe. Se, al confronto dell'Inghilterra, dove non esisteva un diritto nobiliare distinto da quello degli uomini liberi, la Francia dugentesca poteva apparire come una societ gerarchicizzante, per lo meno quel diritto specifico vi era comune, nelle sue linee essenziali, a tutte le persone abilitate alla cavalleria. In Germania, lo sviluppo si orient in un senso ben diverso.
Al punto di partenza, troviamo una norma speciale della feudalit tedesca. Di buon'ora, sembra, si reput che, pena la decadenza, un personaggio d'un dato livello sociale non potesse ricevere il proprio feudo da chi fosse considerato suo inferiore. In altri termini, mentre altrove la gradazione degli omaggi fissava i ranghi, qui la loro gerarchia si doveva modellare su una preesistente distinzione di classi. Tale rigoroso ordine degli "scudi cavallereschi" esprimeva, con molto vigore, lo spirito di una societ che, avendo accettato non senza ripugnanza i vincoli vassallatici, rifiutava di lasciare che deformassero un senso gerarchico saldamente radicato. Restava da stabilirne i gradi. Al vertice dell'aristocrazia laica, tutti eran d'accordo nel collocare quelli che eran chiamati "i primi", die Frsten. I testi latini traducono principes ed  invalsa l'abitudine di dire, in italiano, "principi". Anche in questo caso,  significativo che il criterio non sia stato chiesto, in origine, alle relazioni propriamente feudali. Invero, nell'uso primitivo tale termine comprendeva tutti i titolari di poteri comitali, pur quando, avendo ricevuto l'investtura da un duca o da un vescovo, non figuravano tra i diretti vassalli del re. Nell'Impero, dove l'impronta carolingia era rimasta tanto viva, il conte, qualunque fosse il signore da cui avesse ricevuto la sua dignit, era pur sempre considerato come esercitante il proprio ufficio in nome della monarchia. Tutti i "principi", cos definiti, partecipavano alle grandi "corti" dove venivano eletti i re.
Pure, verso la met del secolo XII, la crescente potenza dei grandi capi territoriali e, in pari tempo, il fatto che le istituzioni tedesche s'impregnarono sempre pi di uno spirito veramente feudale, produssero un sensibile spostamento della frontiera dei ranghi. Da quel momento, con restrizione doppiamente significativa, ci si abitu a riservare il titolo principesco ai vassalli diretti del re; e, tra questi, a quelli la cui autorit si estendesse a pi contee. Parimenti, solo tali magnati di primo ordine furono ammessi, insieme con i loro confratelli ecclesiastici, a eleggere il re: per lo meno sino al giorno in cui una nuova scissione non tard a far sorgere, al di sopra di essi, un gruppo ancor pi ristretto di elettori ereditari. La nuova classe dei principi laici, elettori compresi, costitu in maniera definitiva, dopo il re e i principi ecclesiastici - ossia, i vescovi e i grandi abati dipendenti direttamente dalla monarchia - il terzo grado degli "scudi". A dir vero, neppure qui l'ineguaglianza era tale che, specie per la possibilit dei matrimoni tra membri dei vari gradi, nella nobilt non sussistesse ancora a lungo una specie di unit interna: sotto riserva, peraltro, di un ultimo gradino cavalleresco, il quale - come gruppo giuridico, se non come strato sociale - fu altamente caratteristico dell'accatastamento dei ranghi allora proprio della societ tedesca: la "ministerialit" o cavalleria servile.


2. "Sergenti" e cavalieri-servi.

Un potente non vive senza servitori, non comanda senza aiutanti. Nella pi modesta signoria rurale, occorreva un rappresentante del signore per dirigere la coltura del fondo, esigere le corves e controllarne l'esecuzione, riscuotere i cnoni, vegliare al buon ordine tra i sudditi. Spesso tale maire, tale bayle o Bauermeister o reeve aveva, a sua volta, degli aiutanti. A dir vero, funzioni cos semplici potevan benissimo essere esercitate a turno dagli stessi censuari, o questi potevan designarne essi stessi, nelle loro file, i titolari provvisori. Cos accadde, infatti, molto di frequente in Inghilterra. Invece, sul continente, tali compiti - assolti parimenti, com'era naturale, da contadini - costituivano quasi sempre vere e proprie cariche: permanenti, remunerate e soggette esclusivamente alla nomina del signore. D'altra parte, nella sua stessa casa, il signorotto, al pari del barone, raggruppava - in numero, beninteso, estremamente variabile a seconda della ricchezza o del rango - tutto un piccolo mondo di valletti, di operai addetti agli opifici della curtis, di "ufficiali" che aiutavano a governare gli uomini o l'andamento di casa. Il linguaggio non faceva precise distinzioni tra tali maniere di servire, in quanto esse non erano classificate sotto l'onorevole rubrica degli obblighi cavallereschi. Artigiani, membri del servidorame domestico, messaggeri, amministratori delle terre, capi del personale, nella diretta cerchia del capo: per tutti, i nomi erano i medesimi. Lingua internazionale, il latino delle carte li chiamava, comunemente, ministeriales; il francese, sergents; il tedesco, Dienstmnner(327).
Come al solito, esistevano due sistemi per remunerare tali diverse cariche: il mantenimento da parte del padrone o la tenure, che, essendo gravata di mansioni professionali, era chiamata in questo caso "feudo". Per i "sergenti" rurali, il problema non esisteva: contadini e, per le loro stesse funzioni, viventi lontano dal loro signore molto pi nomade, erano, per definizione, dei censuari; i loro "feudi", almeno in origine, si distinguevano dalle censives circostanti solo per alcune esenzioni da tasse e da corves: logica contropartita degli oneri gravanti sulla persona. Una percentuale prelevata sui cnoni censuari di cui era loro affidata l'esazione completava il loro salario. Il regime della provenda si confaceva certo molto meglio alle condizioni di vita sia degli artigiani domestici che degli "ufficiali" di magione. Tuttavia, l'evoluzione che aveva provocato l'"accasamento" di tanti vassalli si riprodusse nel grado inferiore del servizio. Un gran numero di ministeriales di questo tipo furono provvisti anch'essi, di buon'ora, di feudi: il che, del resto, non imped loro di continuare a domandare una parte notevole dei loro redditi alle distribuzioni usuali di viveri e di vesti.
Tra i "sergenti" di ogni categoria molti erano di statuto servile. La tradizione era assai antica: in ogni tempo, degli schiavi s'erano visti affidare, nella casa del signore, missioni di fiducia, ed  noto che pi d'uno, nell'epoca franca, era riuscito a insinuarsi per tal via nelle file dei vassalli. Ma, soprattutto, via via che si sviluppavano le relazioni di soggezione personale ed ereditaria, ormai qualificate come servit, era affatto naturale che il signore affidasse di preferenza a dipendenti di tal natura gli uffici di cui non riservava il monopolio ai suoi vassalli. Per l'umilt della loro condizione, il rigore dei vincoli di dipendenza, l'impossibilit in cui si trovavano, sin dalla nascita, di scuotere il giogo, non offrivano forse la garanzia di una pronta e rigida obbedienza pi degli uomini liberi? Se la ministerialit servile non fu mai tutta quanta la ministerialit - ancora una volta constatiamo che la societ feudale nulla aveva di "geometrico" - la sua crescente importanza, nella prima et feudale  fuori di dubbio.
Di un personaggio - che, impiegato dapprima come pellicciaio dai monaci di Saint-Pre di Chartres, ottenne poi di esser preposto alla guardia della loro dispensa - la cronaca contemporanea dice che era voluto "salire pi in alto": espressione, nella sua ingenuit, estremamente significativa! I "sergenti" - uniti dalla nozione di un tipo di servizio comune, espresso dalla comunanza del nome, colpiti inoltre nella grande maggioranza dalla medesima "macchia" servile - costituivano nondimeno un mondo, non solo variopinto, ma anche, e sempre pi, gerarchizzato. Troppo varie erano le loro funzioni per non trarre con s forti diseguaglianze nel genere di vita e nella considerazione. Certamente, in cariche simili, il livello raggiunto dipendeva parecchio, in ogni caso, dalle usanze peculiari del gruppo, dalle opportunit o dall'abilit dell'individuo. Tuttavia, in via generale, tre fattori elevarono la maggior parte dei "marici" rurali, da una parte, e dei principali ufficiali di corte, dall'altra, al di sopra dei titolari delle piccole "sergenterie" locali, dei servitori propriamente detti, degli artigiani domestici: la ricchezza, la partecipazione ai poteri di comando, l'uso delle armi.
Un contadino, il "marico" (maire)? S certamente, almeno in origine e qualche volta sino alla fine. Ma, sin dal principio, un contadino ricco e che le sue funzioni arricchirono sempre di pi: perch ai guadagni leciti, gi notevoli, si aggiungevano quelli che tenevano dell'abuso. In quell'et in cui l'unico potere efficace era il potere prossimo, le usurpazioni di diritti che fecero di fatto di tanti alti funzionari altrettanti sovrani autonomi, non si sarebbero ripetute, agl'infimi gradini della scala, nell'umile cerchia del villaggio? Gi Carlo Magno nutriva una giusta diffidenza verso i "marici" delle sue villae: raccomandava, infatti, di evitare di sceglierli tra gli uomini troppo potenti. Per vero, se qua e l alcuni "rapaci" riuscirono a sostituire la propria autorit a quella del loro signore, simili eccessi rimasero sempre eccezionali. Per converso, quanti prodotti indebitamente trattenuti a spese dei granai o dei forzieri signorili! Dominio abbandonato ai "sergenti", dominio perduto, diceva il savio Suger. Soprattutto, quanti censi o corves estorte ai villani da tale tirannello locale a proprio esclusivo beneficio; quanto pollame prelevato sui loro pollai, quanti sestari di vino portati via alle loro cantine o fette di lardo estorte alle loro dispense, quanti lavori di tessitura imposti alle loro donne! Semplici donativi, spesso, in origine; ma che non venivan rifiutati e che, al solito, la consuetudine s'incaric di trasformare ben presto in obblighi. V'ha di pi: il "sergente", di origine plebea, era, nella sua sfera, un signore. Certo, impartiva ordini, in via di principio, in nome di uno pi potente di lui; ma li impartiva. Ancor pi, era giudice; sedeva, qualche volta, nei pi gravi processi, a fianco dell'abate o del barone. Possedeva, tra le sue mansioni, quella di tracciare, tra i campi, i confini soggetti a contestazione: per dei contadini, poteva esserci funzione pi degna di rispetto? Infine, nel giorno del pericolo, egli cavalcava alla testa della schiera dei villani. Presso il duca Garin, ferito a morte, il poeta non ha saputo metter miglior servitore di un "marico" fedele.
Certamente, l'ascensione sociale ebbe i suoi gradi, infinitamente vari. Pure, come mettere in dubbio le lezioni di tanti documenti, di tante cronache monastiche, i cui lamenti riecheggiano, affatto simili, dall'Alamannia sino al Limousin, e, con esse, la testimonianza degli stessi fabliaux? Ne balza fuori un ritratto, i cui vividi colori non sarebbero stati veri dappertutto, ma che eran spesso tali: il ritratto del marico felice. Egli non gode solo di larghi agi: la sua ricchezza, in s, nulla ha pi di quella di un contadino. Possiede decime, molini; ha insediato nelle sue terre dei censuari, financo dei vassalli; la sua casa  una piccola fortezza; si veste "come un nobile"; tiene nelle sue scuderie cavalli da guerra e nel suo canile cani da caccia; porta la spada, lo scudo, la lancia.
Ricchi altres per i loro feudi e i donativi continuamente ricevuti, i principali "sergenti", che costituivano, intorno al barone, come lo stato maggiore dei "ministeriali", erano ancor pi elevati in dignit dalla vicinanza del signore in cui vivevano, dalle importanti missioni che questi era condotto ad affidar loro, dalle loro funzioni militari di cavalieri di scorta, e financo di comandanti di piccole squadre. Erano, per esempio, quei "cavalieri non-nobili" che un documento del secolo XI menziona, accanto ai "cavalieri nobili", presso il sire di Talmont. Sedevano alle Corti di giustizia e nei consigli; facevan da testimoni nei pi importanti atti giuridici. Ci valeva, in taluni casi, anche per individui che la modestia delle loro funzioni sembrava confinasse, decisamente, nel servidorame. Non vediamo, per esempio, i "sergenti di cucina" dei monaci di Arras partecipare ai processi; e il fabbro dei monaci di Saint-Trond, che era, in pari tempo, il loro vetraio e il loro chirurgo, sforzarsi di trasformare la propria tenure in "libero feudo cavalleresco"? Ma ci valeva tuttavia ancor pi, e pi generalmente, per coloro che possiam chiamare i capiservizi: il siniscalco, incaricato in via di principio degli approvvigionamenti, il maresciallo, cui incombeva la cura delle scuderie, il cantiniere, il ciambellano.
In origine, la maggior parte di tali servizi domestici erano compiuti da vassalli, per lo pi non "accasati". Sino all'ultimo, la distinzione tra i compiti riservati ai vassalli e quelli che loro sfuggivano rimase assai fluida. Ma, via via che il mondo dei vassalli, guadagnando in dignit e prestigio, si allontan dal suo carattere originario e la usanza del feudo generalizzandosi, disperse l'antico gruppo domestico dei seguaci d'armi i signori, di qualsiasi grado, si abituarono ad affidare di preferenza i servizi del loro ambiente a dipendenti di pi umile nascita: pi vicini e giudicati pi docili. D'ora innanzi l'abate, cessando di distribuire "benefic" a uomini liberi, non ne concede pi che ai "ministeriali" della Chiesa, prescriveva, nel 1135, un diploma dell'imperatore Lotario II per San Michele di Luneburg. In quella societ che, ai suoi esordi, tanto aveva sperato dalla fedelt vassallatica, i progressi della ministerialit di corte furono un sintomo di delusione. Tra i due tipi di servizi e le due classi di servitori sorse cos una vera e propria concorrenza, di cui la letteratura epica o cortese ci ha conservato l'eco. Bisogna sentire in quali termini il poeta Wace felicita uno dei suoi eroi per non aver mai affidato i "mestieri della sua casa" che a "gentiluomini"! Ma ecco, in un altro poema, un ritratto, fatto egualmente per piacere al pubblico dei castelli - giacch l'uomo da esso dipinto si riveler alla fine un traditore -, ma che di per s appare ricavato da una realt familiare: "Si vedeva l un barone che Girart stimava come il pi fedele dei suoi: egli era suo servo, e suo siniscalco per pi di un castello"(328).
Tutto contribuiva a fare di questi primi tra i "sergenti" un gruppo sociale delimitato, per lo meno verso il basso, da contorni precisi e stabili. Il principio ereditario, anzitutto: perch, nonostante gli sforzi contrari, tentati specialmente dalle chiese, la maggior parte dei feudi di "sergenteria" erano rapidamente divenuti, di frequente di diritto, quasi sempre di fatto, trasmissibili di generazione in generazione: il figlio succedeva simultaneamente alla terra e alla funzione. Poi, l'abitudine degli intermatrimoni, che possiamo seguire facilmente, sin dal secolo XII, attraverso gli atti di scambio di servi stipulati tra due signori differenti: il figlio o la figlia del "marico" non trovando nel suo villaggio un coniuge del suo grado sociale, bisognava cercargliene uno nella signoria vicina. Non voler sposarsi che "nella propria cerchia": c' forse manifestazione pi eloquente d'una coscienza di classe?
Tuttavia, tale gruppo, in apparenza pur cos solido, soffriva di una singolare antinomia interna. Molti elementi lo avvicinavano alla "nobilt" dei vassalli: i poteri, le usanze, il tipo di ricchezza, la vocazione militare. Quest'ultima aveva spesso prodotto le sue conseguenze naturali, nel campo dei gesti giuridici. Da una parte, l'uso dell'omaggio "di bocca e di mani": se non tutti i feudi ministeriali lo implicavano, molti, tra i pi importanti, sembra abbiano imposto tale rito della fedelt armata. Dall'altra, l'iniziazione cavalleresca: tra i sindaci e gli ufficiali di corte, s'incontrava pi d'un cavaliere "armato". Ma questi cavalieri, questi potenti, questi adepti della vita nobiliare, erano in pari tempo, nella grande maggioranza, dei servi: soggetti, come tali, alla manomorta e al divieto del formariage (salvo deroghe, assai costose); esclusi, salvo che non venissero affrancati, dagli ordini sacri; privi del diritto di testimoniare in giustizia contro gli uomini liberi; colpiti soprattutto dall'umiliante tara di una subordinazione estranea a qualsiasi scelta. In breve, le condizioni di diritto smentivano brutalmente le condizioni di fatto. Sulle soluzioni date, in ultima istanza, a tale conflitto, ci fu profonda divergenza nelle evoluzioni nazionali.
La societ inglese fu quella in cui la ministerialit ebbe in ogni tempo, pur come semplice gruppo sociale, una funzione meno importante. Come gi si  visto, i "sergenti" rurali non erano, in via generale, degli specialisti; gli ufficiali di corte non venivano reclutati di solito tra i troppo umili e rari bondmen; sottratti pi tardi, per definizione, alle corves rurali non potevan certo esser considerati alla stregua di "villani". Di conseguenza, sfuggivano, per la maggior parte, sia all'antica forma di servit che alla nuova. Uomini liberi, godettero semplicemente del diritto comune dei freemen; "armati", se eran tali, della speciale considerazione di cui fruivano i cavalieri. La dottrina giuridica si accontent di elaborare le norme peculiari ai feudi di "sergenteria", distinti dai feudi propriamente militari; e soprattutto lavor a tracciare, tra i primi, una linea di distinzione vieppi netta tra i pi "grandi e i pi onorevoli" - che, perci stesso, obbligavano all'omaggio - e i "piccoli", quasi assimilati alle "libere" tenures contadine.
In Francia, avvenne una scissione. I "marici" meno potenti o meno fortunati restarono semplicemente ricchi campagnoli, talvolta trasformati in fittavoli dei fondi e dei diritti signorili, talaltra anche a poco a poco staccati da qualsiasi funzione amministrativa. Infatti, quando le condizioni economiche permisero nuovamente il ricorso al salario, molti signori riscattarono le cariche, per affidare la gestione delle loro terre a veri funzionari stipendiati. Tra gli "ufficiali" delle corti baronali, un certo numero, mischiati da gran tempo al governo delle signorie urbane, presero posto alla fine nel patriziato borghese. Molti altri, invece, insieme con i pi fortunati tra i "sergenti rurali", penetrarono nella nobilt nel momento in cui essa si costituiva in classe giuridica. I preludi di questa fusione s'erano delineati presto, specialmente sotto la forma di matrimoni, vieppi frequenti, tra i lignaggi di "ministeriali" e quelli di vassalli cavallereschi. Nelle disavventure del cavaliere d'origine servile, il quale cercava di far dimenticare simile tara per ricadere, alla fine sotto il duro pugno del suo signore, i cronisti, come i narratori di aneddoti, trovarono, nel secolo XII, un tema familiare.
La servit, infatti, costituiva la sola barriera che potesse opporsi validamente a un'assimilazione preparata da tante caratteristiche comuni. In un senso, dopo il secolo XIII, l'ostacolo poteva apparire pi insuperabile che mai: giacch, a partir da quel secolo, la giurisprudenza, rompendola in maniera significativa con un'usanza quasi immemorabile, decise di considerare l'adoubement come incompatibile con la servit: tanto forte era divenuto il sentimento delle differenze gerarchiche! Ma si era altres all'epoca del gran movimento degli affrancamenti. Pi provvisti di denaro del comune dei servi, i "sergenti" furono dappertutto i primi a comperare la loro libert. Nulla impediva dunque che, da quel momento, il diritto adattandosi al fatto, quelli tra loro che eran pi vicini alla vita cavalleresca e che spesso gi annoveravano antenati adoubs accedessero a pari diritti all'ordine delle persone abilitate per nascita alla cavalleria. E, poich vi entravano mondi di qualsiasi macchia, nulla li segnava, nelle sue file, di una nota distintiva. Essi erano destinati a costituire il ceppo di gran parte della piccola nobilt campagnola, ma non vi rimasero sempre confinati. I duchi di Saulx-Tavannes, i quali, verso la fine dell'antico regime, figuravano tra i pi alti esponenti della nobilt di spada, discendevano da un prevosto del sire di Saulx, affrancato da questi nel 1284(329).
In Germania, il gruppo dei Dienstmnner di corte, insieme con alcuni "sergenti" rurali, assunse di buon'ora un'importanza eccezionale. Senza dubbio, la relazione vassallatica non aveva mai tenuto, nella societ tedesca, un posto cos preponderante come nella Francia settentrionale e nella Lotaringia. Del fatto che, in ogni caso, la sua decadenza vi fu rapida e che non si cerc punto di mettervi rimedio,  prova manifesta l'assenza dello sforzo di riforma rappresentato altrove dall'omaggio "ligio". Pi che in qualsiasi altro paese, vi si consider desiderabile l'affidare i servizi delle case baronali a dipendenti non-liberi. Sin dai primordi del secolo XI, tali "servi di vita cavalleresca" - come li chiama un testo alemanno - erano, intorno ai principali magnati, talmente numerosi, e lo spirito di solidariet che animava le loro turbolente piccole societ era cos vivo, che tutta una serie di usanze di gruppi s'era costituita, la quale ne registrava e fissava i privilegi, usanze presto messe per iscritto e pronte a convertirsi in costumanze di classe. La loro sorte sembrava talmente invidiabile che, nel secolo successivo, pi d'un uomo libero, di condizione onorata, si pieg a entrare in servit pur di accedere alla ministerialit. Essi avevano un posto di primo piano nelle spedizioni militari; popolavano i tribunali, ammessi com'erano, per una decisione della dieta dell'Impero, a costituire le corti dei principi, purch al loro fianco sedessero due "nobili"; tenevano nei consigli dei grandi un tal posto che la sola condizione messa, da una sentenza imperiale del 1216, all'alienazione, da parte dell'imperatore, dell'omaggio di un principato era, insieme con il consenso del principe stesso, quello dei suoi "ministeriali". Qualche volta, prendevano parte, nelle signorie ecclesiastiche, all'elezione del vescovo o dell'abate e, quando quest'ultimo si assentava, tiranneggiavano i monaci.
Al pi alto gradino stavano i Dienstmnner del sovrano: perch i grandi uffici di corte, che i Capetingi affidavano a membri di famiglie vassallatiche, venivano affidati dai loro vicini di Germania a semplici "sergenti", di nascita servile. Certamente, Filippo I di Francia aveva preso come ciambellano un servo(330); ma era una carica relativamente modesta, e fu un caso, sembra, eccezionale. Come siniscalco, il re di Francia ha talvolta un barone; come marescialli, regolarmente, piccoli nobili del territorio tra Loira e Somme. In Germania - dove, a dir vero, i mutamenti di dinastia e, come vedremo, talune particolarit nella struttura dello Stato impedirono ai re di crearsi un'Ile-de-France, riserva di una fedele e stabile nobilt - siniscalchi e marescialli erano scelti normalmente nella condizione servile. Certamente, non mancarono, nell'aristocrazia, resistenze che, riflesse, come al solito, dalla letteratura delle corti, sembra siano state all'origine di certe ribellioni. Ciononostante, i "ministeriali" costituirono, sino all'ultimo, gli aiutanti ordinari dei Sal e degli Staufen. A loro l'educazione dei giovani principi, la guardia dei pi importanti castelli, qualche volta, per lo meno in Italia, persino i grandi comandi; a loro altres la pi pura tradizione della politica imperiale. Nella storia del Barbarossa e dei suoi primi successori, poche figure si elevano tanto alte come la rude figura del siniscalco Marcovaldo di Anweiler, il quale mor reggente di Sicilia: egli era stato affrancato solo nel 1197, il giorno in cui il suo signore gli confer l'investtura del ducato di Ravenna e della marca di Ancona.
Beninteso, in nessun altro paese il potere e il genere di vita resero quei parvenus pi vicini al mondo dei vassalli. Tuttavia, essi non s'insinuarono quasi insensibilmente nella nobilt di origine vassallatica. Erano troppo numerosi; il loro carattere di classe era, per effetto delle loro usanze, troppo risentito; troppa importanza si annetteva ancora, in Germania, alla vecchia nozione della libert di diritto pubblico; e, infine l'opinione giuridica tedesca aveva troppo viva la passione delle distinzioni gerarchiche. La cavalleria non venne interdetta ai servi; ma i cavalieri-servi - qualche volta, per un sovrappi di sottigliezza, divisi anch'essi in due strati sovrapposti - formarono, nella classe generale dei cavalieri, un gruppo a s: l'infimo. E nessun problema diede ai teorici al pari che alla giurisprudenza maggiori grattacapi come il decidere quale posizione precisa convenisse attribuire rispetto agli uomini liberi comuni a tali personaggi, tanto potenti eppur colpiti da simile tara: giacch, estranei a tante ragioni che facevano il prestigio dei "ministeriali", borghesi e semplici plebei restavano nondimeno i loro superiori per la purezza della nascita. Grave era la difficolt soprattutto quando si trattava di comporre i tribunali: "Nessun uomo di condizione servile sia, in avvenire, insediato per giudicarvi": tale promessa si legge ancora nel privilegio concesso da Rodolfo di Absburgo ai contadini della primitiva Svizzera(331).
Venne tuttavia un giorno nel quale, come in Francia - ma, conforme allo scarto usuale tra le due evoluzioni, con un secolo o un secolo e mezzo di ritardo -, si comp l'inevitabile. Le meno fortunate tra le famiglie di Dienstmnner erano rimaste nella cerchia dei ricchi campagnoli o s'erano insinuate nella borghesia delle citt. Quelle riuscite ad accedere alla dignit cavalleresca non furono pi separate da nessuna caratteristica specifica, se non dalla pi alta nobilt - giacch il diritto nobiliare tedesco rimase fedele sino alla fine allo spirito di casta - per lo meno dalla cavalleria di origine libera. Anche in questo caso - e tale , indubbiamente, la lezione pi importante della storia della ministerialit - la tradizione giuridica si era alla fine piegata di fronte alla realt.




Capitolo sesto
Il clero e le classi professionali

1 La societ ecclesiastica nel mondo feudale.

Nell'et feudale, tra ecclesiastici e laici non esisteva ancora quella linea divisoria chiara e ferma che la riforma cattolica, al tempo del Concilio di Trento, doveva sforzarsi di tracciare. Una folla di "tonsurati", dalla condizione mal definita, costituiva, ai confini tra i due ordini, un margine di colore indeciso. Tuttavia, il clero costituiva egualmente, in maniera eminente, una classe giuridica, giacch era caratterizzato, nel suo complesso, da un diritto affatto peculiare e da privilegi giurisdizionali gelosamente difesi. Invece, non era menomamente una classe sociale: nelle sue file coesistevano tipi umani infinitamente diversi per genere di vita, potenza  prestigio,
Ecco, anzitutto, la folla dei monaci, utti "figli di san Benedetto", ma soggetti, di fatto, a forme sempre pi varie della primitiva regola benedettina: mondo diviso e vibrante, oscillante senza posa tra l'ascesi pura e le cure pi terra terra imposte dalla gestione d'un ingente patrimonio o, magari, dall'umile preoccupazione del pane quotidiano. Non raffiguriamocelo, d'altro canto, come separato con insuperabili barriere dal mondo laico. Le stesse Regole ispirate dal pi intransigente desiderio di solitudine dovettero sempre piegarsi, alla fine, davanti alle necessit dell'azione. Monaci hanno cura d'anime, nelle parrocchie; monasteri aprono le loro scuole ad alunni che mai indosseranno il saio. Soprattutto, dopo la riforma gregoriana i chiostri furono un vivaio di vescovi o di papi.
All'infimo gradino del clero secolare, i ministri delle parrocchie rurali, mediocremente istruiti e dotati di magri redditi, conducevano una vita ben poco diversa, in fondo, da quella del loro gregge. Prima di Gregorio VII, eran quasi tutti ammogliati. E anche dopo il passaggio del gran soffio scatenato - come dice un testo monastico - da quel "precettore di cose impossibili"(332), la "pretessa", compagna di fatto e qualche volta di diritto, continu a lungo a figurare tra i personaggi familiari del folclore campagnolo. Talch la parola "classe" non era in questo caso molto lontana dal poter essere intesa nel suo senso pi preciso: non sembra che, nell'Inghilterra di Thomas Becket, le dinastie di preti siano state pi rare che ai giorni nostri, nei paesi "ortodossi", quelle di pope n, d'altro canto, in via generale, meno rispettabili(333). Poi, ai gradini superiori, l'ambiente pi vario e pi raffinato dei curati delle citt, dei canonici raggruppati all'ombra della cattedrale, dei chierici o dignitari delle corti vescovili.
Infine, al vertice, effettuanti, in certo modo, il collegamento tra le due gerarchie, regolare e secolare, i grandi prelati: abati, vescovi e arcivescovi. Per la ricchezza, il potere, la vocazione del comando, quei gran signori della Chiesa erano allo stesso livello dei pi alti baroni di spada.
Ora, il solo problema che ci deve occupare qui  di ordine sociale. Tale collettivit dei servi di Dio - la cui missione, ereditata da una tradizione gi antica, rimaneva, in via di principio, estranea a qualsiasi preoccupazione materiale - dovette tuttavia trovare il suo posto nella struttura caratteristica della societ feudale. Sino a che punto, pur reagendo, a sua volta, sulle condizioni d'ambiente, ne sub l'influsso? In altri termini, dacch gli storici si sono abituati a parlare di "feudalizzazione" della Chiesa, qual senso concreto va attribuito a tale espressione?
I chierici, presi dai doveri della liturgia o dell'ascesi, dal governo delle anime o dallo studio, non potevano chiedere la sussistenza a un lavoro direttamente produttivo. I rinnovatori del monachesimo tentarono pi volte di condurre i religiosi a nutrirsi solo dei frutti di campi coltivati con le loro braccia; ma l'esperimento urt sempre contro la stessa difficolt fondamentale: il tempo dato a quei lavori troppo materiali era sottratto alla meditazione o al servizio divino. A un regime di salariato, non si poteva pensare. Era dunque inevitabile che, simili al cavaliere di cui parla Raimondo Lullo(334), il monaco e il prete vivessero della "fatica" di altri uomini. Lo stesso curato di campagna, pur non disdegnando all'occasione d'impugnare l'aratro o la zappa, ricavava la parte pi sicura dei suoi magri redditi dal casuale o dalla decima, di cui il signore del villaggio aveva voluto lasciargli il godimento. Costituito dalle elemosine accumulate dai fedeli, accresciuto per mezzo di acquisti nei quali, del resto, il beneficio delle preghiere promesse all'anima del venditore figurava sovente come un elemento del prezzo, il patrimonio delle chiese o piuttosto - giacch tale era allora l'opinione corrente, ben lontana dal rappresentare una semplice finzione giuridica - il patrimonio dei "santi" fu, per essenza, di natura signorile. Immense ricchezze affluirono cos nelle mani della comunit o dei prelati, giungendo, qualche volta, sino a quegli agglomerati quasi principeschi di terre e di diritti vari, di cui vedremo pi oltre la parte avuta nella costituzione dei domini territoriali. Ora, chi diceva signoria diceva non soltanto redditi, ma anche poteri di comando. I capi del clero ebbero dunque, sotto i loro ordini, numerosi dipendenti laici d'ogni grado: da vassalli militari, indispensabili alla salvaguardia di cos grandi beni, sino ai villani e agli "accommendati" del grado inferiore.
Questi ultimi specialmente accorsero in folla alle chiese. Ma vivere "sotto il pastorale", piuttosto che sotto la spada, costituiva veramente una sorte degna d'invidia? La polemica in proposito  assai antica: sin dal secolo XII, all'abate di Cluny, il quale vantava la mitezza della dominazione monastica, essa contrapponeva le critiche di Abelardo(335). Nella misura in cui  possibile prescindere dal fattore personale, la disputa equivale, in fondo, a chiedersi se un padrone preciso, quali erano generalmente i chierici, sia preferibile a uno disordinato: problema, di fatto, insolubile. Ma due cose sono certe. Anzitutto, la perennit propria delle istituzioni ecclesiastiche e il rispetto ond'erano circondate ne facevano, per gli umili, dei protettori particolarmente ricercati. D'altra parte, chi si affidava a un "santo" non contraeva soltanto un'assicurazione contro i pericoli del secolo; si procurava anche i benefic, altrettanto preziosi, di un'opera pia. Duplice vantaggio, che i documenti redatti nei chiostri esprimevano volentieri affermando che farsi servo di una chiesa significava, di fatto, accedere alla vera libert: vale a dire - senza che si distinguesse sempre con chiarezza tra le due nozioni - partecipare, in questo mondo, alle franchige di una corporazione privilegiata e, in pari tempo, assicurarsi, nell'altro, "la libert eterna che  nel Cristo"(336). Non accadeva forse che pellegrini riboccanti di gratitudine sollecitassero dal loro primo signore l'autorizzazione a sottomettersi, con i loro discendenti, ai rappresentanti terreni del potente intercessore che li aveva guariti(337)? Cos, nella formazione della rete delle dipendenze personali, caratteristica dell'epoca, le case di preghiera furono tra i pi efficaci poli di attrazione.
Ma, trasformandosi in tal guisa in una grande potenza umana, la Chiesa dell'et feudale si esponeva a due pericoli, di cui i contemporanei ebbero chiara coscienza. Anzitutto, a un facile oblo della sua vocazione peculiare. "Come sarebbe bello essere arcivescovo di Reims, se non si dovesse cantare la messa!": la voce pubblica attribuiva tale frase all'arcivescovo Manasse, deposto, nel 1080, dai legati pontifici. Veridico o calunnioso, l'aneddoto simboleggia, nella storia dell'episcopato francese, l'epoca del peggiore reclutamento. Dopo la riforma gregoriana, il suo cinismo sarebbe apparso troppo inverosimile. Ma il tipo del prelato guerriero - di quei "buoni cavalieri del clero", di cui parlava un vescovo tedesco - si perpetu. D'altra parte, lo spettacolo di tante ricchezze accumulate dal clero, i rancori destati nel cuore di eredi "impoveriti" dal ricordo di tante belle terre al sole abbandonate in passato dai loro antenati a monaci abili a profittare del terrore dell'inferno, furono - insieme col disprezzo dell'uomo d'armi per una vita, a suo giudizio, troppo al sicuro - gli alimenti di cui si nutr, nell'aristocrazia laica, quella forma di anticlericalismo elementare che lasci cos brutali espressioni di s in tanti passi dell'epopea(338). Tali sentimenti, pur conciliandosi con i ritorni d'una generosit elemosiniera nelle ore del rimorso o delle estreme angosce, furono a fondamento di pi di un atteggiamento politico e di pi di un movimento propriamente religioso.
In un mondo proclive a concepire tutti i vincoli tra uomo e uomo sotto l'immagine del pi impegnativo, era quasi fatale che all'interno stesso della societ chiericale si vedessero le abitudini del vassallaggio impregnare di s relazioni di subordinazione molto pi antiche e di una natura, per s, differente. Accadde cos che il vescovo esigesse l'omaggio dei dignitari del suo capitolo o degli abati della sua diocesi e i canonici, dotati delle maggiori prebende, quello dei confratelli meno favoriti; che dei curati dovessero prestarlo al capo della comunit religiosa da cui dipendevano le loro parrocchie(339). L'introduzione, nella citt spirituale, di costumi cos manifestamente derivati dal secolo non poteva mancare di suscitare le proteste dei rigoristi. Ma il male si faceva molto pi grave quando le mani del prete, santificate dall'olio benedetto dell'ordinazione e dal contatto dell'Eucaristia, si mettevano, per il rito di sottomissione, in mani laiche. Il problema qui  inscindibile da un problema pi vasto: uno dei pi angosciosi, certamente, che la Chiesa abbia mai dovuto affrontare: quello delle nomine ai diversi uffici della gerarchia ecclesiastica.
Non fu l'et feudale a escogitare di affidare ai poteri temporali la cura di scegliere i pastori d'anime. Per le parrocchie rurali, di cui i signori disponevano quasi liberamente, la consuetudine risaliva alle stesse origini del sistema parrocchiale. Si trattava invece di vescovi o di abati? Il solo sistema conforme alle norme canoniche era incontestabilmente l'elezione: da parte del clero e del popolo della citt, nel caso dei vescovi; dei monaci, nel caso degli abati. Ma, sin dagli ultimi tempi della dominazione romana, gl'imperatori non s'erano peritati d'imporre la loro volont agli elettori, nelle citt, e talvolta financo di nominare direttamente dei vescovi. I sovrani delle monarchie barbariche imitarono quei due esempi; e soprattutto, molto pi di prima, l'ultimo. Quanto ai monasteri, quelli che non dipendevano anch'essi direttamente dal re ricevevano spesso i loro abati dalle mani del fondatore della Casa o dei suoi eredi. La verit era che nessun governo serio poteva ammettere di lasciar fuori dal suo controllo l'attribuzione di cariche che, oltre a una grave responsabilit religiosa - di cui nessun capo, pensoso del bene dei popoli, aveva il diritto di disinteressarsi -, implicavano una parte cos grande di comando propriamente umano. Confermata dalla prassi carolingia, l'idea che spettasse ai re "designare" i vescovi fin col passare allo stato di massima. Nel secolo X, all'inizio dell'XI, papi e prelati si accordavano a esprimerla(340).
Tuttavia, in questo come in altri casi, le istituzioni e le usanze ereditate dal passato dovevano subire l'azione di un'atmosfera sociale nuova.
Qualsiasi concessione - di terra, di diritti o di cariche - avveniva, nell'et feudale, per mezzo della trasmissione di un oggetto materiale che, passando di mano in mano, veniva considerato alla stregua d'un simbolo del valore concesso. Il chierico chiamato da un laico al governo d'una parrocchia, di una diocesi o d'un monastero riceveva dunque, da costui, un'"investtura" nelle forme ordinarie. Per il vescovo, il simbolo prescelto fu, in guisa affatto naturale, sin dai primi Carolingi, un pastorale, cui pi tardi venne unito l'anello(341). Beninteso, questa consegna di insegne da parte d'un capo temporale non dispensava affatto dalla consacrazione liturgica; e, in questo senso, era impotente a creare un vescovo. Ma sarebbe un grave errore immaginare che la sua funzione si limitasse a indicare la cessione, al prelato, dei beni connessi alla sua nuova dignit: in virt di essa venivano simultaneamente concessi a un tempo il diritto alla funzione e il diritto alla remunerazione, senza che nessuno sentisse il bisogno di distinguere tra due elementi indissolubili. Perci tale cerimonia - pur sottolineando, abbastanza brutalmente la parte preponderante attribuitasi, nelle nomine, dalle potenze secolari - non aggiungeva per s quasi nulla a un fatto gi da gran tempo acquisito. Accadde altrimenti di un altro gesto, carico di risonanze umane molto pi profonde.
Dal chierico cui aveva affidato un ufficio ecclesiastico, il potentato locale o il sovrano si riprometteva, in ricompensa, una fedelt a tutta prova. Ora, dopo la costituzione del vassallaggio carolingio, nessun impegno di tal natura, per lo meno nelle classi superiori, sembrava veramente vincolante se non venisse contratto nelle forme elaborate dalla commendatio franca. I re e i principi si abituarono quindi a esigere dai vescovi e dagli abati di loro nomina una prestazione di omaggio; e i signori rurali fecero talvolta altrettanto con i loro curati. Ma l'omaggio era, a rigore, un rito di sottomissione; e, per giunta, un rito molto rispettato. In virt sua, la subordinazione dei rappresentanti del potere spirituale a quelli del potere laico non era soltanto manifestata in modo clamoroso; ma si trovava anche rafforzata. Tanto pi che l'unione delle due formalit - omaggio e investtura - favoriva una pericolosa assimilazione tra l'ufficio del prelato e il feudo del vassallo.
Attributo essenzialmente regale, il diritto di nominare i vescovi e i grandi abati non poteva sfuggire al frazionamento dei poteri monarchici, che fu una delle caratteristiche della societ feudale. Ma tale frazionamento non avvenne in maniera uniforme dappertutto: donde, nel reclutamento degli ecclesiastici, effetti, a loro volta, estremamente variabili. Dove, come in Francia, soprattutto nel Mezzogiorno e nel Centro, molti vescovi caddero sotto l'autorit degli alti e persino dei medi baroni, i peggiori abusi trovarono la loro terra d'elezione: dalla successione ereditaria del figlio al padre sino alla vendita confessata. Il contrario avvenne in Germania, dove i re seppero restare padroni di quasi tutti i seggi episcopali. Certo, nella loro scelta, essi non s'ispiravano a motivi esclusivamente spirituali: non abbisognavano, anzitutto, di prelati capaci di governare, e magari di battersi? Bruno di Toul - che fu poi, sotto il nome di Leone IX, un santo papa - and debitore del suo seggio episcopale soprattutto alle qualit dimostrate come comandante militare. Alle chiese povere il re assegnava, di preferenza, vescovi ricchi. Non disdegnava, per s, i donativi di cui la consuetudine tendeva a imporre l'obbligo ai neo-investti, tanto se l'oggetto dell'investtura era un feudo militare, quanto se era una dignit religiosa.  indubbio, per, che, nel suo complesso, l'episcopato imperiale sotto i Sssoni e i primi Sal superava di molto, per cultura e moralit, quello dei paesi vicini. Dacch bisognava obbedire a un potere laico, evidentemente meglio valeva, per la Chiesa, dipendere da un potere pi elevato e, come tale, di pi larghe visuali.
Venne il moto gregoriano. Non spetta al presente scritto ricostruire le peripezie di quel tentativo appassionato per strappare le forze soprannaturali alla dominazione delle forze secolari e per ridurre i poteri umani alla funzione, discretamente subordinata, di semplici ausiliari, irreggimentati nella grande opera della Salvazione. Quanto al bilancio finale, prescindendo da molte sfumature nazionali, esso si pu riassumere in brevi termini.
Il principale sforzo dei riformatori non verte sul sistema parrocchiale: all'ordinamento giuridico delle parrocchie furono apportate ben poche modificazioni. Un nome pi decente, quello di patronato, sostituito definitivamente al termine brutale di "propriet"; un controllo pi rigoroso delle scelte da parte dell'autorit episcopale: queste modeste innovazioni non contavano gran che di fronte al diritto di nomina, praticamente conservato dai signori. Il solo elemento nuovo d'una certa importanza appartenne al dominio del fatto, piuttosto che del diritto: per dono o per acquisto, un gran numero di chiese rurali erano passate dalle mani dei laici a quelle di istituti ecclesiastici e, specialmente, di monasteri. La dominazione signorile continuava a sussistere; ma, per lo meno, a vantaggio di signori che appartenevano alla milizia ecclesiastica. Si avverava una volta di pi che, nell'armatura sociale della feudalit, la signoria feudale, pi antica, costituiva uno degli elementi pi resistenti.
Per quanto concerneva le alte dignit della Chiesa, le forme pi urtanti di soggezione al potere temporale scomparvero. Non pi monasteri apertamente "appropriati" dai dinasti locali; non pi baroni erigentisi da s ad abati o "arci-abati" di tante pie case; non pi investture con le insegne proprie del potere spirituale: lo scettro sostitu l'anello e il pastorale e i canonisti innalzarono a dignit di principio il concetto che la cerimonia, cos intesa, aveva come unico scopo di concedere il godimento dei diritti materiali connessi all'esercizio di una funzione religiosa conferita indipendentemente. L'elezione era universalmente riconosciuta come la regola e i laici, anche a titolo di semplici elettori, erano definitivamente esclusi da qualsiasi regolare partecipazione alla scelta del vescovo, designato da allora in poi - in seguito a un'evoluzione che dur l'intero secolo XII - da un collegio ridotto ai canonici della chiesa cattedrale: fatto nuovo, assolutamente contrario alla legge primitiva e che, pi d'ogni altro, rivelava lo scisma crescente tra il sacerdozio e la folla profana.
Tuttavia, il principio elettivo funzionava con difficolt, perch non ci si rassegnava di buon grado a contare semplicemente i voti. La decisione sembrava appartenesse non alla maggioranza, bens, secondo la formula tradizionale, alla frazione a un tempo "pi numerosa e pi sana". Quale minoranza poteva resistere alla tentazione di negare ai propri avversari, vittoriosi secondo la legge del numero, la meno ponderabile di quelle due qualit? Donde la frequenza delle elezioni contestate. Esse favorivano l'intervento delle autorit pi altolocate: quello dei papi, certo, ma anche quello dei re. Si aggiunga che nessuno poteva nutrire illusioni sul disinteresse di collegi elettorali ristrettissimi, spesso rigidamente soggetti all'influenza degli interessi locali meno confessabili. I canonisti pi intelligenti non negavano che un controllo esercitato entro un raggio pi largo non dovesse riuscire benefico. Anche qui il capo supremo della Chiesa e i capi degli Stati si trovavano in reciproca concorrenza. Per vero, grazie alla generale concentrazione delle forze politiche, lo sciame dei baroni venne, nella maggior parte dell'Occidente, eliminato a profitto dei re o di alcuni principi specialmente potenti; ma i sovrani, rimasti cos i soli padroni del campo, potevan usare con accresciuta efficacia, nei confronti dei corpi ecclesiastici, i vari mezzi di pressione di cui disponevano. Uno di tali metodi d'intimidazione - la presenza agli scrutini - non era stato forse riconosciuto come legale nel 1122, nel concordato concluso a Worms tra il Papato e l'Impero? I monarchi pi sicuri della loro forza non esitavano talvolta a ricorrere alla designazione diretta. La storia della seconda et feudale, al pari di quella dei secoli successivi, risona del rumore delle innumerevoli contese suscitate, da un capo all'altro della cattolicit, dalle nomine episcopali o abbaziali. Perci, tutto ben considerato, la riforma gregoriana si dimostr impotente a strappare ai grandi poteri temporali quella leva di comando, in realt quasi indispensabile alla loro stessa esistenza, costituita dal diritto di scegliere i principali dignitari della Chiesa o, per lo meno, di sorvegliarne la scelta.
Il vescovo o l'abate dei tempi nuovi, dotato di vaste signorie, che imponevano al loro possessore, nei confronti del re o del principe, gli obblighi ordinari di qualsiasi grande barone, che anzi - giacch, come vedremo, il dominio ecclesiastico era concepito come legato al dominio regio da un vincolo specialmente stretto - implicavano l'obbligo di servigi pi importanti, rimaneva vincolato al proprio sovrano da doveri di fedelt di cui nessuno poteva negare la legittima potenza. I riformatori si limitarono a chiedere che venisse data loro un'espressione conforme all'eminente dignit del sacerdote: che il prelato pronunzi il giuramento di fedelt, sta bene; niente omaggio, per! Tale la teoria, molto logica e chiara, sviluppata a gara, dalla fine del secolo XI in poi, da concili, papi e teologi. La prassi per molto tempo non vi si conform; tuttavia, a poco a poco la teoria guadagn terreno. Verso la met del secolo XIII, aveva trionfato quasi dovunque: con un'eccezione, per, e di notevole portata. La Francia, terra promessa del feudalesimo, rimase, su questo punto, ostinatamente rispettosa delle pratiche tradizionali. Con la riserva di alcuni privilegi speciali, essa vi rimase fedele sino al secolo XVI. Il fatto che un Luigi il Santo, richiamando all'ordine uno dei suoi vescovi, non abbia temuto di dirgli: "Voi siete il mio uomo, di vostra mano", rappresenta la pi eloquente testimonianza della straordinaria tenacia dimostrata, sin nella loro estensione a una societ di natura spirituale, dalle pi caratteristiche espressioni del feudalesimo(342).


2. Villani e borghesi.

Al di sotto del nobile e dell'uomo di Chiesa, la letteratura d'ispirazione cavalleresca faceva mostra di non scorgere che una moltitudine uniforme di "zotici" o di "villani". In realt, quella folla immensa era attraversata da un gran numero di linee di displuvio sociale, profondamente segnate. Ci valeva per gli stessi villani, nel senso esatto e ristretto della parola. Non solo i diversi gradi di soggezione dal signore tracciavano nelle loro, file oscillanti frontiere giuridiche, ricondotte a poco a poco all'antitesi tra "servit" e "libert"; ma, oltre a queste differenze di statuto e senza confondersi con esse, gravi dlseguaglianze economiche dividevano le piccole collettivit rurali. Tanto per citare l'opposizione pi semplice e formulata pi di buon'ora, quale laboureur, fiero dei suoi animali da tiro, avrebbe accettato come propri pari i brassiers del suo villaggio, che, per mettere in valore i loro grami arpenti, non possedevano che i loro muscoli?
Soprattutto, distinti dalla popolazione campagnola, al pari che dai gruppi votati agli onorevoli cmpiti del comando, erano sempre esistiti nuclei isolati di mercanti e di artigiani. Da questi germi, la rivoluzione economica della seconda et feudale fece sorgere, accresciuta d'innumerevoli apporti nuovi, la massa potente e differenziata delle classi urbane. Lo studio di societ d'un carattere cos nettamente professionale non pu esser intrapreso senza un esame approfondito della loro economia. Una rapida caratterizzazione baster qui a indicare la loro posizione nella societ feudale.
Nessuna delle lingue parlate nell'Europa feudale disponeva di termini che permettessero di distinguere chiaramente, come luogo abitato la citt dal villaggio: ville, town, Stadt, erano applicati indifferentemente ai due tipi di raggruppamento umano; Burg designava ogni luogo fortificato; cit era riservato ai capoluoghi di diocesi o, per estensione a pochi altri centri di eccezionale importanza. Invece, sin dal secolo XI ai termini di "cavaliere", di "chierico", di "villano", si contrappose in un contrasto senz'ambiguit, quello di "borghese"; termine di origine francese, ma entrato di buon'ora nell'uso tradizionale. Se l'agglomerazione, in s, restava anonima, gli uomini che ne facevan parte o, per lo meno, gli elementi pi attivi e, per le loro attivit commerciali o artigiane, pi specificamente urbani, possedevano ormai, nella nomenclatura sociale, un posto a s. Un istinto sicuro aveva intuito che la citt era caratterizzata, anzitutto, dalla presenza di un'umanit d'un genere affatto speciale.
Certo, sarebbe facile esagerare l'antitesi. Con il cavaliere, il borghese della prima epoca urbana condivideva l'umore guerriero e l'abito di portare armi. Fu veduto a lungo, come un contadino, accudire talora alla coltura dei campi, i cui solchi qualche volta si prolungavano sino dentro la cinta; talaltra, fuori delle mura, inviare i suoi greggi a pascolare l'erba di campi comunali gelosamente custoditi. Arricchitosi, diventer anche lui possessore di signorie rurali. Nulla di pi falso, d'altro canto, dell'immaginare una classe cavalleresca idealmente distaccata da qualsiasi preoccupazione economica. Ma, per il borghese, le attivit che sembravano avvicinarlo cos alle altre classi non sono in realt che un accessorio e, pi spesso, testimoni attardati di antichi generi di esistenza, a poco a poco abbandonati.
Il borghese vive essenzialmente di scambi; trae la propria sussistenza dalla differenza tra il prezzo d'acquisto e il prezzo di vendita o tra l capitale prestato e quello restituitogli. E, poich la legittimit di tale profitto intermediario, appena non si tratti d'un semplice salario di operaio o di trasportatore,  negata dai teologi e gli ambienti cavallereschi stentano a capirne la natura, il suo codice di condotta si trova cos in flagrante antagonismo con le morali del tempo. Dato che mira a speculare sui terreni, i vincoli signorili sui suoi beni fondiari gli riescono insopportabili; dacch ha bisogno di sbrigare rapidamente i propri affari e questi, sviluppandosi, non cessano di suscitare problemi giuridici nuovi, le lentezze, le complicazioni, l'arcaismo delle giustizie tradizionali lo esasperano. La molteplicit delle dominazioni che si dividono la medesima citt lo irrita come un ostacolo al buon ordinamento delle transazioni e un'offesa alla solidariet della sua classe. Le varie immunit di cui godono suoi vicini di chiesa o di spada gli appaiono altrettanti ostacoli alla libert dei propri guadagni. Sulle strade da lui percorse senza posargli aborre del pari le esazioni degli addetti ai pedaggi e i castelli donde balzan fuori, contro le carovane, i signori avidi di bottino. In breve, nelle istituzioni create da un mondo nel quale egli non ha ancora che un modestissimo posto, quasi tutto gli reca offesa o molestia. Dotata di franchige conquistate con la violenza od ottenute col denaro, organizzata in gruppo solidamente armato per l'espansione economica oltre che per le necessarie rappresaglie, la citt che egli sogna di costruire rappresenter, nella societ feudale, un corpo estraneo.
Ben di rado,  vero, l'indipendenza collettiva che fu il sogno di tante ardenti comunit sorpass, alla fine, i variabili gradi di una autonomia amministrativa nell'insieme assai modesta. Ma, per sfuggire alle inintelligenti costrizioni delle tirannidi locali, c'era un altro mezzo, che, pur sembrando forse un semplice ripiego, si rivel spesso alla'prova pi sicuro: il ricorso ai grandi governi monarchici o territoriali, custodi dell'ordine su vasti spazi e, per le loro stesse preoccupazioni finanziarie, interessati - come seppero sempre meglio comprendere - alla prosperit di ricchi contribuenti. Anche per questa via, e in maniera forse pi efficace, l'avvento della forza borghese assunse l'aspetto di elemento distruttore dell'armatura feudale in uno dei suoi elementi caratteristici: il frazionamento dei poteri.
Un atto, tra tutti significativo, segnava generalmente l'entrata in scena della nuova comunit urbana, per la rivolta o l'organizzazione: il giuramento collettivo dei borghesi. Sino allora, c'erano stati soltanto individui isolati; ora, era nato un essere collettivo. L'associazione giurata cos istituita veniva chiamata, in Francia, commune. Nessuna parola fu pi carica di passione. Grido di raccolta delle borghesie, nel giorno della ribellione, grido d'invocazione del borghese in pericolo, destava nelle classi rimaste sino allora le sole dirigenti lunghi echi di odio. Perch tanta ostilit verso "quel nome nuovo e detestabile", come lo chiama Gilberto di Nogent? Molti sentimenti vi contribuirono, non v' dubbio: inquietudini dei potenti, direttamente minacciati nella loro autorit, nei loro redditi, nel loro prestigio; timori non a torto ispirati ai capi della Chiesa dalle ambizioni di gruppi assai poco rispettosi, quand'esse li infastidivano, delle "libert" ecclesiastiche; disprezzo o rancori del cavaliere verso il mercante; virtuose indignazioni suscitate, nel cuore del chierico, dall'audacia di quegli "usurai", di quei "profittatori", i cui guadagni sembravano provenienti da fonti impure(343). C'era per qualcosa di pi, e di pi profondo.
Nella societ feudale, il giuramento di aiuto e "di amicizia" era stato, sin dall'origine, uno dei cardini del sistema; ma era un impegno dal basso in alto, che vincolava a un superiore un soggetto. L'originalit del giuramento comunale fu di unire degli eguali. Certo, non era una novt assoluta: tali eran gi stati, lo vedremo, i giuramenti prestati "gli uni agli altri" dai membri di quelle "ghilde" popolari, che Carlo Magno aveva vietate; e, pi tardi, dai membri delle associazioni di pace, di cui sotto pi d'un rapporto, i Comuni raccolsero il retaggio. Tali altres quelli con i quali i mercanti si univano nelle piccole societ - chiamate anch'esse qualche volta "ghilde" - che, costituite semplicemente per i bisogni del commercio e delle sue avventure, avevano nondimeno offerto, antecedentemente ai primi sforzi delle citt verso l'autonomia, una delle pi antiche manifestazioni della solidariet borghese. Tuttavia, mai, prima del movimento comunale, la pratica di tali fedi reciproche aveva assunto simile ampiezza n rivelato simile potenza. Le "cospirazioni", sorte da ogni parte, erano veramente, giusta la parola di un predicatore, come altrettante "fascine di spine intrecciate"(344). Questo fu, nel Comune, il vero e proprio fermento rivoluzionario, violentemente odioso a un mondo gerarchizzato. Certo, quei primitivi gruppi urbani nulla avevano di democratico. Gli "alti borghesi", che ne furono gli autentici fondatori e che spesso furon seguiti con fatica dai piccoli, erano per la povera gente signori spesso assai duri e creditori implacabili. Ma, sostituendo alla promessa di obbedienza, ricompensata con la protezione, quella di aiuto reciproco, essi arrecarono all'Europa un elemento sociale nuovo, profondamente estraneo allo spirito che  permesso di chiamare "feudale".




Libro secondo Il governo degli uomini


Capitolo primo Le giustizie

1 Caratteri generali del regime giudiziario.

Come eran giudicati gli uomini? Non c' miglior pietra di paragone d'un sistema sociale. Interroghiamo dunque in proposito l'Europa qual era intorno al Mille. Gi al primo sguardo alcuni aspetti campeggiano con vivido risalto, dominando dall'alto le particolarit giuridiche. Anzitutto, lo straordinario frazionamento dei poteri giudiziari; poi, il loro intrico; infine, la loro mediocre efficacia. Innumerevoli corti erano chiamate a risolvere, l'una a fianco dell'altra, le pi gravi controversie. Certo, tra esse, alcune regole fissavano, in teoria, la divisione delle competenze; ma non senza lasciar aperto l'adito a costanti incertezze. Gli archivi delle signorie, quali ci sono pervenuti, abbondano di documenti relativi alle contestazioni tra giustizie rivali. Non sapendo a quale autorit deferire le loro liti, i contendenti spesso si mettevano d'accordo per nominare, di loro iniziativa, degli rbitri, oppure preferivano alla sentenza una composizione amichevole: salvo, d'altro canto, a non rispettarla. Il tribunale - incerto del suo diritto, incerto della sua forza - non sdegnava di chiedere, in precedenza o dopo, il consenso delle parti alla sua sentenza. Chi fosse riuscito a ottenere una decisione favorevole non aveva sovente altro mezzo per farla eseguire che di venire a un'intesa con un avversario recalcitrante. In breve,  questo il momento, se mai ve ne fu uno, di ricordarsi che il disordine pu essere, a sua guisa, un grande fatto storico. Un fatto, per, che esige di essere spiegato. Evidentemente, dipendeva, in questo caso, dalla coesistenza di principi contraddittori, che, derivati da tradizioni diverse, costretti inoltre ad adattarsi, pi o meno malamente, ai bisogni di una societ eminentemente fluida, non cessavano di scontrarsi l'un con l'altro. Ma aveva egualmente la sua fonte nelle condizioni concrete imposte dall'ambiente umano all'esercizio della giustizia.
In quella societ, che aveva moltiplicato i rapporti di dipendenza, ogni capo - e sa Iddio quant'erano numerosi! - ambiva di essere un giudice, giacch solo il diritto di giudicare permetteva di mantenere efficacemente nella via del dovere i subordinati e, evitando che si piegasser alle sentenze di tribunali estranei, forniva il mezzo pi sicuro di proteggerli e insieme di dominarli. Inoltre, era un diritto essenzialmente lucrativo. Non solo implicava la riscossione di ammende e di spese di giustizia, nonch i proficui redditi delle confische; ma favoriva pi d'ogni altro quella trasformazione delle usanze in obblighi da cui i signori traevano tanti profitti. Non a caso il termine justicia vide talvolta il suo contenuto estendersi in maniera tale da designare l'insieme dei poteri signorili. A rigore, c'era in questo, per molti rispetti, una necessit comune a quasi ogni vita di gruppo; anche oggi, ogni imprenditore, nella sua azienda, ogni comandante militare, non  forse, a sua guisa, un giudice? Ma i poteri da lui esercitati a tale titolo hanno come limite una sfera di attivit ben determinata: egli giudica, deve giudicare l'operaio o il soldato esclusivamente come tali. Invece, il capo dei tempi feudali aveva poteri ben pi estesi, perch i vincoli di dipendenza tendevano allora a rinserrare l'uomo tutt'intero.
D'altro canto, in quell'epoca, amministrare la giustizia non era un'impresa molto complicata. Certo, esigeva qualche cognizione giuridica. Dove esistevano codici scritti, essa si riduceva a sapere quasi a memoria, o a farsene leggere, le regole: spesso numerose e particolareggiate, ma troppo rigide per non esonerare, assai largamente, da qualsiasi sforzo di pensiero personale. Dove, invece, esisteva la consuetudine orale, bastava una certa familiarit con tale tradizione diffusa. In ogni caso, bisognava conoscere i gesti prescritti e le parole necessarie, che rinserravano la procedura in un corsetto di formalismo. Era, insomma, questione di memoria e di pratica. I mezzi di prova erano rudimentali e di facile applicazione. L'uso della testimonianza, poco frequente, si limitava a registrare le asserzioni, pi che a esaminarle. Prender atto del contenuto di uno scritto autentico - caso, del resto, rimasto a lungo abbastanza raro -, ricevere il giuramento di una delle parti o quello dei co-giuranti, registrare il risultato di un'ordalia o di un duello giudiziario - quest'ultimo sempre pi praticato, a spese delle altre forme di "giudizio di Dio" -: atti simili esigevano preparazione tecnica. Gli stessi processi vertevano soltanto su materie poco numerose e poco astruse. L'anemia della vita commerciale riduceva al minimo il capitolo dei contratti. Quando, in taluni ambienti, si svilupp nuovamente una pi attiva economia di scambi, l'incapacit palesata dal diritto comune e dai tribunali ordinari nei confronti delle controversie che ne derivarono spinse ben presto i gruppi mercantili a regolarle da s, prima per via di arbitrati non-ufficiali, poi per mezzo di proprie giurisdizioni. La saisine, ossia il possesso sancito dal lungo uso, i poteri sopra le cose e gli uomini: tale l'oggetto costante di quasi tutte le liti, insieme, beninteso, ai crimini e ai reati. Ma qui l'azione del tribunale era, nella pratica, singolarmente limitata dalla vendetta privata. Nessun ostacolo intellettuale impediva insomma, che chiunque disponesse della potenza necessaria o ne avesse ricevuto la delega si erigesse a giudice.
Accanto ai tribunali ordinari esisteva tuttavia un sistema di corti specializzate: quelle della Chiesa. Intendiamoci: della Chiesa nell'esercizio della propria missione. Infatti, i poteri giudiziari che vescovi e monasteri possedevano sui loro dipendenti, a pari titolo di tanti signori di spada non rientravano nella rubrica della giurisdizione autenticamente ecclesiastica. Il campo d'azione di quest'ultima era duplice. Essa mirava a estendersi su tutte le persone segnate dal suggello sacro: chierici e monaci. E si era pi o meno completamente annessi certi delitti o atti che sebbene compiuti da laici, erano concepiti come di natura religiosa: dall'eresia sino al giuramento o al matrimonio. Il suo sviluppo, nel corso dell'et feudale, non attesta soltanto la debolezza dei grandi poteri temporali (la monarchia carolingia aveva, su questo punto, accordato al clero molto meno indipendenza); ma anche la tendenza del mondo ecclesiastico ad allargare sempre pi l'abisso tra la piccola collettivit dei servi di Dio e la folla profana. Anche qui, il problema delle competenze provoc vivaci controversie, che divennero accanite specialmente, in verit, dal momento in cui, di fronte alle usurpazioni del potere spirituale, si levarono di nuovo veri poteri statali. Ma appunto perch la giustizia e il diritto della Chiesa costituivano veramente, tra le istituzioni proprie del feudalesimo, un impero nell'Impero, sar conforme alla realt, dopo averne brevemente ricordato la funzione e l'importanza, farne d'ora innanzi astrazione.


2. Il frazionamento delle giustizie.

Nell'Europa barbarica, il sistema giudiziario, al pari del diritto delle persone, era stato dominato dall'opposizione tradizionale tra gli uomini liberi e gli schiavi. I primi, in via di principio, erano giudicati da corti costituite, a loro volta, da altri uomini liberi e i cui dibattimenti erano diretti da un rappresentante del re. Sui secondi, il padrone esercitava un potere di decisione, nei confronti dei loro contrasti, e di correzione, troppo esclusivamente dipendente dal suo arbitrio perch si possa qualificarlo propriamente come "giustizia". Accadeva,  vero, in casi eccezionali, che degli schiavi fossero tradotti davanti ai tribunali pubblici: sia che il proprietario lo facesse spontaneamente per mettere al riparo la propria responsabilit, sia che, nell'interesse del buon governo la legge, in certi casi, gliene facesse un obbligo; ma, anche allora, la loro sorte era messa nelle mani di superiori, non di eguali. Nulla di pi chiaro di simile antitesi. Pure, essa dovette di buon'ora piegare davanti alla irresistibile pressione della vita.
Nella pratica, infatti, la breccia tra le due categorie giuridiche tendeva - gi lo sappiamo - a colmarsi sempre pi. Molti schiavi erano divenuti censuari alla stessa stregua degli uomini liberi; molti uomini liberi vivevano sotto l'autorit d'un signore e tenevano i loro campi da lui. Perch mai il signore non avrebbe dovuto mirare a estendere in maniera uniforme il proprio diritto correzionale su quel piccolo popolo misto? perch non si sarebbe eretto a giudice delle liti scoppiate in esso? Sin dalla fine dell'epoca romana, si videro sorgere, in margine alla legge, tali giustizie private dei "potenti", talvolta con le loro prigioni. Il biografo di san Cesario di Arles - morto nel 542 - loda il suo eroe per non aver mai fatto distribuire pi di trentanove colpi di bastone alla volta ad alcuno dei suoi dipendenti, per precisare che faceva prova di tale mansuetudine non solo verso i propri schiavi, si anche verso "gl'ingenui che gli dovevano obbedienza". Era riservato alle monarchie barbariche di riconoscere giuridicamente tale situazione di fatto.
Fu, sin dall'origine, uno dei fini principali e, ben presto, la vera ragion d'essere dell'"immunit" franca, che, assai antica in Gallia, doveva poi diffondersi per opera dei Carolingi in tutto il loro vasto impero. Il termine "immunit" designava l'insieme di due privilegi: dispensa da certe esazioni del fisco; divieto agli ufficiali regi di penetrare, per qualsiasi motivo, nel territorio "immune". Ne risultava, quasi necessariamente, la delegazione al signore di alcuni poteri giudiziari sugli abitanti.
Sembra, a dir vero, che la concessione, per via di appositi diplomi, di tali immunit fosse strettamente limitata alle chiese. I rari esempi in contrario che si possono invocare non sono soltanto tardivi, ma si giustificano visibilmente con circostanze affatto eccezionali. Pi che il silenzio, sempre sospetto, delle raccolte di diplomi, vale quello dei formulari usati dalla cancelleria franca: vi cercheremmo invano un modello di atto di tale genere a favore di laici. Tuttavia, in fatto, un grandissimo numero di laici avevano, per altre vie, ottenuto gli stessi privilegi. I beni regi erano tradizionalmente considerati anch'essi come "immuni": vale a dire che, gestiti direttamente a profitto del sovrano e amministrati da un corpo speciale di agenti, erano sottratti all'autorit dei normali funzionari. Al conte e ai suoi dipendenti era vietato di riscuotervi somma alcuna e financo di penetrarvi. Ora, quando il re in ricompensa di servigi resi o da rendere, cedeva una delle proprie terre, conservava a questa, di solito, l'esenzione di cui essa godeva. E il "beneficio", concesso in via provvisoria, non continuava a far parte, in teoria, del demanio regio? I potenti, la cui ricchezza traeva, in grandissima parte, origine da tali libert, finirono quindi col godere, in molte delle loro signorie, di privilegi legali esattamente simili a quelli degli immunitari ecclesiastici.  indubbio, d'altro canto, che essi riuscirono a estendere, meno legittimamente, il profitto ai loro possessi patrimoniali, sui quali erano avvezzi da gran tempo a comandare da padroni.
A tali concessioni, destinate a perpetuarsi in tutta la prima et feudale e di cui le cancellerie continuarono anche pi tardi a trasmettersi le formule, ormai alquanto vane, i sovrani erano indotti da ragioni diverse ma tutte egualmente imperiose. Si trattava di chiese? Colmarle di favori era un dovere religioso, molto prossimo a confondersi con un dovere di buon governo: facendo cos il principe chiamava sui propri popoli la rugiada delle benedizioni celesti. Quanto ai magnati e ai vassalli, tali larghezze sembravano, nei loro confronti, lo scotto necessario della loro fragile lealt. Era, d'altro canto, un inconveniente grave restringere il campo d'azione degli ufficiali regi? Duri verso le popolazioni, spesso mediocremente docili verso i loro sovrani, tenevano una condotta che si prestava sin troppo alla diffidenza. Ormai, la monarchia faceva riposare la cura di assicurare l'ordine e l'obbedienza, altrettanto che su di loro, sui capi dei piccoli gruppi tra i quali si divideva la massa dei sudditi; rafforzando l'autorit di quei responsabili, essa riteneva di consolidare il proprio sistema di polizia. Infine, le giurisdizioni private s'erano mostrate a lungo tanto pi invadenti in quanto erano nate dal semplice esercizio della forza, e questa sola decideva dei loro limiti: legalizzarle doveva permettere di ricondurle, in pari tempo, a giusti limiti. Quest'ultima preoccupazione - evidentissima nell'immunit carolingia - si collegava alla riforma generale del regime giudiziario che, intrapresa da Carlo Magno, era destinata a pesare fortemente su tutta l'evoluzione successiva.
Nello Stato merovingio la circoscrizione giudiziaria fondamentale era stata un territorio di estensione piuttosto mediocre: press'a poco equivalente, come ordine di grandezza, - salvo, beninteso, le innumerevoli variazioni locali, - ai pi piccoli circondari napoleonici. Generalmente, era designato con nomi romanzi o germanici che significavano "centena": termine di origine abbastanza misteriosa, che risaliva a vecchie istituzioni dei popoli germanici e forse a un sistema di numerazione differente dal nostro (il senso primitivo della parola che in tedesco moderno scriviamo hundert era probabilmente "centoventi") Nei paesi neolatini si diceva anche voirie o viguerie (dal latino vicaria). Il conte, durante i suoi giri d'ispezione attraverso le varie centene poste sotto la sua autorit, convocava al proprio tribunale tutti gli uomini liberi. Le sentenze erano emesse da un piccolo gruppo di giudici scelti nell'assemblea; il compito del funzionario regio si limitava dapprima a presiedere le deliberazioni, poi a fare eseguire le sentenze.
All'atto pratico, tuttavia, tale sistema rivel un duplice inconveniente: imponeva agli abitanti troppo frequenti convocazioni e, al conte, un onere troppo gravoso per essere adempiuto correttamente. Carlo Magno gli sostitu perci un sistema di doppia giurisdizione, ciascuna signora nella propria sfera. Il conte continu a recarsi regolarmente nella centena per tenervi la propria corte; a questa, l'intera popolazione doveva, in via di principio, presentarsi, come in passato. Ma queste assisi comitali e plenarie non venivano pi tenute che tre sole volte all'anno: periodicit ridotta, resa possibile da una limitazione di competenza, perch davanti a questi "placiti generali" venivan ora presentati soltanto i processi relativi a materie importanti: le "cause maggiori". Le "cause minori" erano deferite a sessioni a un tempo meno rare e pi ristrette, cui eran tenuti a intervenire soltanto i giudici e la cui presidenza era affidata a un semplice subordinato del conte, al suo rappresentante nella circoscrizione, il centenier (centenario) o voyer (vicario).
Ora, nonostante l'orribile imprecisione dei documenti di cui disponiamo,  indubbio che, sotto Carlo Magno e i suoi successori immediati, l'estensione della giurisdizione sopra gli uomini liberi riconosciuta agli "immunitari" coincise, in generale, con le "cause minori". In altri termini, il signore che fruiva di quei privilegi esercitava lui le funzioni del "centenario". Nel caso di una "causa maggiore", l'immunit si opponeva a qualsiasi tentativo del conte per impadronirsi dell'imputato, del difensore o dei co-giuranti sul suolo immune; il signore doveva, sulla propria responsabilit, presentare le persone richieste al tribunale comitale. Cos il sovrano, con tali concessioni, sperava almeno di conservare alle corti di diritto pubblico le decisioni pi gravi.
La distinzione tra cause maggiori e minori era destinata ad avere profonde ripercussioni. Infatti, nel corso dell'intera et feudale e anche pi oltre, si perpetu sotto i nomi nuovi di "alta" e "bassa" giustizia. Quest'antitesi fondamentale, comune a tutti i paesi che avevano subito l'influenza carolingia e a essi soltanto, continuava a contrapporre l'uno all'altro due gradi di competenza, che, nello stesso territorio, non erano necessariamente riuniti nelle stesse mani; ma n i limiti delle ribuzioni cos sovrapposte, n la loro ripartizione rimasero quali erano state fissate in origine.
Nel campo del diritto penale, l'et carolingia, dopo alcune esitazioni aveva stabilito per le "cause maggiori" un criterio derivato dalla natura della pena: soltanto il tribunale comitale poteva condannare a morte o alla schiavit. Principio chiarissimo, che si perpetu nelle et successive. Vero  che le trasformazioni della nozione di libert fecero rapidamente scomparire il vero e proprio asservimento penale (i casi nei quali vediamo l'assassino di un servo contrarre verso il signore gli stessi obblighi della vittima rientrano in una rubrica affatto diversa: quella dell'indennit). L'alto giustiziere, in compenso, rimase sempre il giudice normale dei delitti di "sangue": di quelli cio che implicavano l'estremo supplizio. Il fatto nuovo fu che tali "placiti della spada" - come eran chiamati nel diritto normanno - cessarono d'essere il privilegio di alcune grandi corti. Nulla colpisce di pi, nella prima et feudale, come la moltitudine dei piccoli capi dotati del diritto di vita o di morte; n vi fu - sebbene sia stato, senza dubbio, singolarmente rilevante in Francia - elemento pi universale e, per il destino delle comunit umane, pi decisivo. Che cos'era dunque avvenuto?  evidente che n il frazionamento di taluni poteri comitali, per eredit o per concessione, n le usurpazioni pure e semplici bastano a dare la chiave di un simile fenomeno. Vari indizi attestano chiaramente un vero e proprio spostamento dei valori giuridici. Tutte le grandi chiese esercitano ormai, da s o mediante i loro rappresentanti, la giustizia "di sangue": questa dunque era divenuta, a dispetto delle vecchie norme, una conseguenza naturale dell'immunit. Era chiamata talvolta "centena" o "vicaria", quasi per indicare, in certo modo ufficialmente, che era ormai considerata come di competenza delle corti di secondo grado. In altri termini, la barriera, elevata in passato dai Carolingi, aveva, su questo punto, ceduto. E l'evoluzione non  certamente inesplicabile. Non c', infatti, da ingannarsi: quelle sentenze capitali, riservate un tempo ai placiti comitali - nonch, ancora pi in alto, al tribunale regio dalle assise convocate dai missi dominici - non erano mai state, all'epoca franca, molto numerose. Solo i crimini considerati allora come specialmente odiosi alla pace pubblica venivano puniti con simili pene; molto pi spesso, il compito dei giudici si limitava a imporre o proporre un accordo; e poi, a prescrivere il versamento di un'indennit, conforme alla tariffa legale, di cui l'autorit dotata dei poteri giudiziari riscoteva una parte. Ma, all'epoca della grande crisi dei poteri statali, si ebbe un periodo di vendette e di violenze quasi costanti. Contro il vecchio sistema di repressione, di cui i fatti stessi sembravano attestar la temibile inefficacia, non tard a prodursi una reazione, strettamente legata al movimento delle leghe di pace, la quale trov la sua pi caratteristica espressione nell'atteggiamento affatto nuovo assunto dagli ambienti pi autorevoli della Chiesa. In passato, per orrore del sangue e dei lunghi rancori, essi avevano favorito la pratica delle "composizioni" giudiziarie; d'ora innanzi, furono invece accaniti nel chiedere che a questi troppo facili riscatti si sostituissero pene afflittive: le sole capaci - pensavano - d'intimorire i malvagi. Fu in quel tempo - verso il secolo X - che il diritto penale europeo cominci ad assumere quell'aspetto di estrema durezza, di cui era destinato a serbare l'impronta sino allo sforzo umanitario di giorni molto pi prossimi a noi: feroce metamorfosi, che se, alla lunga, doveva alimentare l'indifferenza verso le sofferenze umane, fu ispirata in origine dal desiderio di risparmiarle.
Ora, in tutti i processi penali, per quanto gravi, nei quali non intervenisse il boia, erano sempre stati competenti le giurisdizioni inferiori, placiti di centena o di immunit. Quando, a poco a poco, l'indennit in denaro cedette il posto alla sanzione, i giudici restarono gli stessi; solo la natura delle sentenze cambi e i conti cessarono di avere il monopolio delle condanne a morte. D'altro canto, la transizione fu agevolata da due fattori del regime antecedente. I tribunali delle centene avevano sempre avuto il diritto di punire con la pena capitale i colpevoli sorpresi in flagrante: cos era sembrato che esigesse l'ordine pubblico. La stessa preoccupazione consigli quelle corti a non arrestarsi pi al limite fissato precedentemente. Gli immunitari avevano sempre disposto della vita dei loro schiavi: tra i dipendenti, dov'era, ormai, la frontiera delle servit?
Crimini a parte, i placiti del conte avevano avuto il monopolio di due categorie di processi: quelli che mettevano in giuoco lo status, servile o libero, d'una delle parti o concernevano il possesso degli schiavi; e quelli che vertevano sul possesso degli allodi. Questa duplice eredit non pass intatta ai molto pi numerosi alti giustizieri dell'epoca successiva. Le controversie relative agli allodi - del resto, sempre pi rare - rimasero spesso monopolio dei veri eredi dei diritti comitali: cos, ad esempio, sino al secolo XII, a Laon, dove il conte era il vescovo(345). Quanto alle cause relative alla servit o agli schiavi, la quasi completa scomparsa della schiavit domestica al pari dell'apparizione d'una nuova concezione della libert condussero a confonderli nella massa delle controversie sul patrimonio in generale o sulla dipendenza personale: genere di controversie che mai aveva fatto parte delle "cause maggiori". Spogliata in tal guisa, verso il basso come verso l'alto, l'alta giustizia si sarebbe potuta credere ridotta ai compiti di una mera giurisdizione penale Tuttavia, il diritto civile - nel senso moderno della parola - vi si riafferm attraverso la procedura. Nell'et feudale, un grandissimo numero di controversie d'ogni specie veniva risolto col duello. Ora, per una spontanea associazione d'idee, si ammise - certo non sempre, ma assai di frequente - che questo cruento tipo di prova si potesse svolgere soltanto davanti alle giustizie "di sangue".
Ogni alto giustiziere possedeva parimenti, nei tempi feudali, il diritto di bassa giustizia sulle terre sotto il suo diretto dominio. Ma l'inverso non era vero o, per lo meno, doveva divenir tale soltanto in certi paesi - come, a detta del Beaumanoir, il Beauvaisis del secolo XIII - e solo al termine del processo evolutivo. In altri termini, per lungo tempo, non fu eccezionale il caso di uomini che, per i processi di grado inferiore giudicabili dal signore sul cui territorio vivevano, portavano, invece, le loro cause davanti a una corte vicina. Qualunque fosse stata la dispersione dei poteri giudiziari, essa non aveva soppresso la gerarchia delle giurisdizioni, esercitate da autorit distinte; ma aveva prodotto su tutta la linea un abbassamento di un gradino. Allo stesso modo, infatti, che i successori dei "vicari" o "centenari" e gli immunitari - nonch, certamente, indipendentemente da qualsiasi privilegio, un gran numero di semplici potenti - avevano tolto al conte - questioni relative agli allodi a parte - il monopolio delle cause maggiori e si eran fatti cos alti giustizieri, essi perdettero, a loro volta, a profitto della grande massa dei signori, il monopolio delle cause minori. Chiunque si trovasse alla testa di un piccolo gruppo di umili dipendenti, chiunque percepisse i cnoni censuari d'un piccolo gruppo di tenures rurali, godeva ormai, per lo meno, del diritto di bassa giustizia. In questa, d'altronde, erano venuti a mescolarsi molti elementi di data e di natura diversa.
Essa comprendeva, anzitutto, il giudizio di tutte le controversie tra il signore stesso e i suoi censuari: specialmente circa gli oneri che pesavano su questi ultimi. Inutile richiamare qui l'eredit di sistemi giudiziari ufficiali: la vera fonte di tale diritto era nella immagine a un tempo assai antica e sempre pi vivida che ci si faceva dei poteri del capo. Diciamo meglio: del personaggio, qualunque fosse, che si trovasse in condizione di esigere da un altro uomo la liberazione da un obbligo implicante una posizione di inferiorit. Cos, in Francia, vediamo, nel secolo XII, il detentore di una modesta tenure en vilainage, concessa a sua volta a titolo di censo a un coltivatore, farsi riconoscere, dal suo signore, su tale censuario, nel caso d'inadempienza, "l'esercizio della giustizia per questo soltanto e per niente altro"(346). Le transizioni dalla giurisdizione propriamente detta alla esecuzione personale da parte del creditore - cos di frequente praticata allora e spesso legalmente riconosciuta - non erano sempre molto sensibili e, senza dubbio la scienza comune durava fatica a distinguere l'una nozione dall'altra. Tale giustizia esercitata sui cnoni censuari - la "giustizia fondiaria" dei giuristi posteriori - non costituiva tuttavia per intero la "bassa" giustizia: nel basso giustiziere, gli uomini viventi sul suo territorio trovavano altres il giudice normale di quasi tutti i processi civili che potevano avere tra loro - sotto riserva del ricorso al duello giudiziario - nonch di tutti i loro piccoli e medi reati: funzione in cui si confondevano il retaggio delle "cause minori" e quello dei diritti di decisione e di correzione da tanto tempo esercitati, di fatto, dai padroni.
Alte e basse giustizie erano parimenti legate al suolo: chi risiedeva nel loro mbito territoriale vi era soggetto; chi ne viveva fuori vi sfuggiva. Ma, in quella societ, dove i vincoli tra uomo e uomo erano cos forti, tale principio di carattere territoriale subiva continuamente la concorrenza d'un principio personale. A chiunque esercitasse il suo maimbour su di uno pi debole di lui, si attribuiva, nell'epoca franca, il diritto e insieme il dovere di accompagnare il suo protetto al tribunale, di difendervelo, di farsi garante di lui. Da ci a rivendicare il potere di pronunziare la sentenza, era breve il passo: esso fu compiuto, infatti, in tutti quanti i gradi della gerarchia.
Tra i dipendenti personali, i pi umili e i pi rigidamente sottomessi erano quelli che, a causa dell'indole ereditaria del vincolo, ci si era assuefatti a chiamare "non-liberi". In via generale, si riteneva che non avessero, se non altri giudici, per lo meno altri giudici "di sangue" fuor che i loro signori "di corpo". E ci pur quando non abitassero sulla sua terra o il signore non esercitasse l'alta giustizia sugli altri suoi censuari. Si tent spesso di applicare principi analoghi ad altri tipi di modesti subordinati che, pur non essendo legati ereditariamente al signore, non sembravano per molto vicini alla sua persona: ai servitori e alle serventi, per esempio, o ai mercanti che, nelle citt, i signori ecclesiastici incaricavano delle loro compere o delle loro vendite. Tali rivendicazioni, difficili da far passare nella pratica, erano una fonte di incertezza e di conflitti.
A dir vero, nella misura in cui la nuova servit aveva conservato l'impronta dell'antica, l'esclusiva giustizia del signore sui propri servi poteva essere considerata come la conseguenza naturale del vecchio diritto di correzione: tale , del resto, l'idea che sembra esprimere un testo tedesco del secolo XII(347). I vassalli militari, invece, essendo uomini liberi, dipendevano, nell'et carolingia, soltanto dal tribunale pubblico. Per lo meno, in via di diritto: non c' dubbio che, in fatto, il signore si sforzava di regolare egli stesso le difficolt che rischiavano di mettere alle prese i suoi fedeli, o che le persone danneggiate dai "satelliti" di un potente ritenevano ordinariamente pi sicuro cercare presso quest'ultimo la riparazione del torto subito. A partire dal secolo X, quelle pratiche diedero origine a una vera e propria giustizia. D'altronde la metamorfosi era stata favorita, e talvolta resa quasi insensibile, dalla sorte fatta subire dall'evoluzione generale dei poteri alle giurisdizioni pubbliche. "Onori" e, poi, feudi patrimoniali, esse erano, per la maggior parte, cadute in mano dei magnati, che ne investvano i propri fedeli. Si pu seguire con chiarezza, in certi principati, il processo attraverso il quale il "placito" comitale, cos composto, si trasform a poco a poco in una vera corte feudale, in cui il vassallo giudicava, anzitutto, i processi dei suoi pari.


3. Giudizio dei pari o giudizio del signore?

L'uomo libero giudicato da un'assemblea di uomini liberi, lo schiavo punito dal suo padrone: tale distinzione non poteva sopravvivere agli sconvolgimenti della classificazione sociale e, specialmente, alla caduta nello stato di servit di tanti uomini un tempo liberi che, in quella condizione nuova, conservavano molti elementi del loro status originario. Il diritto di esser giudicato dai loro "pari" non venne mai contestato alle persone di una condizione per quanto poco elevata: ci, d'altronde, mediante l'introduzione di distinzioni gerarchiche che - lo si  visto - non mancarono d'inferire duri colpi al vecchio principio dell'eguaglianza giudiziaria, nata, semplicemente, da una comune libert. Inoltre, in molti luoghi, la consuetudine estese all'insieme dei dipendenti, e persino ai servi, il sistema del giudizio, se non a opera di veri "eguali", per lo meno di collegi composti di sudditi del medesimo signore. Nei paesi tra Senna e Loira, l'alta giustizia continuava a esser amministrata in "placiti generali", cui doveva assistere tutta la popolazione. Quanto ai giudici, spesso erano ancora nominati a vita, conforme alla pi pura tradizione carolingia, dal detentore dei poteri giudiziari - erano gli chevins (scabini) - oppure, essendo anche qui intervenuta la feudalizzazione delle funzioni, l'obbligo di sedere al tribunale aveva finito col fissarsi in maniera ereditaria su alcune tenures. Altrove, sembra che il signore o il suo rappresentante si siano accontentati di circondarsi, un po' a casaccio, dei principali notabili, i boni homines del luogo. Al di sopra di tali divergenze, rimane un fatto centrale. Parlare di giustizia regia, baronale, signorile, pu esser comodo; ma  legittimo solo a patto di non dimenticare che quasi mai il re o il grande barone giudicavano personalmente, e che lo stesso avveniva di molti signori o sindaci di villaggi. Riunita dal capo, posta di frequente sotto la sua presidenza, era la sua corte a "dire" o "trovare" il diritto: vale a dire, a rammemorarsi le regole e a incorporarle nella sua sentenza. "La corte fa il giudizio; non il signore", afferma un testo inglese(348). E, certamente, sarebbe altrettanto imprudente esagerare o negare le garanzie offerte in questo modo ai giudicabili. "Lesti, lesti, sbrigatevi a farmi una sentenza": cos parlava l'impaziente Enrico II Plantageneto, chiedendo ai suoi fedeli la condanna di Thomas Becket(349). La frase ben riassume i limiti - infinitamente variabili secondo i casi - messi dalla potenza del capo all'imparzialit dei giudici e l'impossibilit in cui si trovava anche il pi imperioso dei tiranni di fare a meno d'un giudizio collegiale.
Ma l'idea che i non-liberi e, per un'assimilazione naturale, i pi umili dipendenti non dovessero conoscere altro giudice che il loro signore, era da troppo tempo radicata nelle coscienze per obliterarsi facilmente. Nei paesi romanizzati, essa trovava inoltre un appoggio in quanto vi poteva restare dell'impronta o dei ricordi dell'organizzazione romana; i magistrati vi erano stati i superiori, non i pari, dei loro giudicabili. Ancora una volta, l'opposizione di principi contrari, tra i quali bisognava pur optare, si tradusse nella diversit delle usanze. A seconda delle regioni, anzi dei villaggi, i contadini erano giudicati da corti collegiali ovvero soltanto dal signore o dal suo "sergente". Non sembra che questo secondo sistema sia stato il pi usato; ma, nella seconda et feudale, l'evoluzione avvenne in suo favore. Cour baron, composta di liberi che decidevano la sorte di altri liberi; cour coutumire, in cui il villano, ormai considerato come non-libero, curvava la testa sotto le sentenze del siniscalco: tale la distinzione, gravida di conseguenze, che, nel secolo XIII, i giuristi inglesi si sforzavano di introdurre nella struttura giudiziaria, sino allora molto pi semplice, dei manieri inglesi. Similmente, in Francia, a onta di una prassi ancora assai diffusa, la dottrina, di cui il Beaumanoir era l'interprete, tendeva a ravvisare nel giudizio dei "pari" un privilegio dei nobili. La gerarchizzazione, che era una delle caratteristiche dell'epoca, piegava ai propri fini persino il regime dei tribunali.


4. In margine al frazionamento: sopravvivenze e fattori nuovi.

Per quanto frazionata e feudalizzata fosse la giustizia, sarebbe per un grave errore immaginare che nel mondo feudale nulla sopravvivesse delle antiche giurisdizioni di diritto popolare o pubblico. Ma la loro forza di resistenza, che in nessun luogo fu trascurabile, vari grandemente secondo i paesi.  dunque giunto il momento di metter l'accento con pi vigore di quanto non si sia potuto fare sin qui, sui contrasti nazionali.
Nonostante incontestabili originalit, l'evoluzione inglese presenta evidenti analogie con quella dello stato franco. Anche l, alla base dell'organizzazione giudiziaria troviamo la catena, con la sua corte di liberi giudici. Poi, verso il secolo X, cominciarono ad affermarsi, al disopra delle centene, le contee, in lingua indigena sbires. Nel Sud, rispondevano a viventi divisioni etniche: antichi regni, come il Kent o il Sussex, assorbiti in pi vaste monarchie, oppure gruppi costituitisi spontaneamente in seno a un popolo in corso di stanziamento: tali il Suffolk e il Norfolk, "gente del Sud" e "gente del Nord", che rappresentavano le due met della primitiva East Anglia. Nel Centro e nel Nord, invece, furono da principio semplici circoscrizioni amministrative e militari: create pi tardivamente e pi arbitrariamente, al momento della lotta contro i Danesi, con al centro una cittadella; ragion per cui, in questa parte del paese, recavano per la maggior parte semplicemente il nome del capoluogo. Anche lo shire ebbe la sua corte di uomini liberi. Ma in Inghilterra la divisione delle competenze fu meno netta che nell'Impero carolingio; nonostante alcuni sforzi per riservare al tribunale di contea il giudizio di taluni processi specialmente odiosi alla pace pubblica, sembra che esso intervenisse solo nei casi nei quali la giurisdizione interiore si fosse dimostrata impotente. Si spiega cos che la distinzione tra alta e bassa giustizia sia rimasta sempre estranea al sistema inglese.
Come sul continente, tali giurisdizioni di natura pubblica incontrarono la concorrenza delle giustizie dei capi. Sentiamo parlare di buon'ora di assisi tenute dal signore nella sua magione, nella sua hall. Poi, i re legalizzarono questa situazione di fatto: a partire dal secolo X, li vediamo distribuire permessi di giudicare, chiamati diritto di sake and soke (sake, che corrisponde al sostantivo tedesco Sache, significava "causa" o "processo"; soke, che va accostato al verbo tedesco suchen designava la "ricerca" del giudice, cio il ricorso alle sue sentenze). I poteri cos concessi - applicabili ora a una terra, ora a un gruppo di persone - coincidevano press'a poco con la giurisdizione - come sappiamo assai larga - della centena anglo-sssone: il che conferi loro, sin dall'origine, un raggio d'azione superiore a quello proprio, in via di principio dell'immunit carolingia; approssimativamente eguale, invece, ai diritti che gli immunitari eran riusciti ad appropriarsi nel secolo X. La loro ripercussione appariva talmente grave che il colono libero deriv dalla sua sottomissione al tribunale del padrone il suo nome ordinario: sokeman, propriamente "il giudicabile". Talvolta, anzi, certe chiese o certi magnati ricevettero, a titolo di dono perpetuo, il diritto di tenere una corte di centena; e ci si spinse sino a riconoscere ad alcuni monasteri, pochissimi a dir vero, la facolt di giudicare tutti i reati, anche se il giudizio ne fosse abitualmente riservato al re.
Ma tali concessioni, per quanto importanti, non rovinarono mai completamente le vecchie giurisdizioni collegiali di diritto popolare. Anche dove la corte di centena era nelle mani del barone, essa continuava a riunirsi, come al tempo in cui era presieduta da un delegato del re. Quanto alle corti di contea, il loro funzionamento secondo l'antico schema non fu mai interrotto. Senza dubbio, i grandi personaggi, situati troppo in alto per sottostare alle sue sentenze, e i contadini, anche liberi, caduti sotto gli artigli delle giustizie signorili, cessarono generalmente di comparire a quelle assemblee: salvo, d'altronde, per la popolazione minuta dei villaggi, l'obbligo di farvisi rappresentare dal prete, dall'ufficiale signorile e da quattro uomini. Tutto quanto restava di mediano nella potenza e nella libert, rimaneva, invece, obbligato a frequentarle. Soffocate tra i tribunali signorili e - dopo la conquista normanna - l'invadente giurisdizione regia, la loro funzione giudiziaria si ridusse, progressivamente, a poca cosa. Pure, non era del tutto trascurabile. Soprattutto, era l - nell'mbito della contea, principalmente, ma anche in quello, pi ristretto, della centena - che gli elementi veramente vivi della nazione conservavano l'abitudine di incontrarsi per stabilire il costume del gruppo territoriale, rispondere, a suo nome, a ogni sorta d'inchieste, portare, all'occorrenza, la responsabilit delle sue colpe collettive: sino al giorno in cui, convocati tutti insieme, i deputati delle corti di contea costituirono il primo nucleo della futura Camera dei Comuni. Certo, il regime parlamentare inglese non ebbe la sua culla nelle "foreste della Germania"; esso sub profondamente l'impronta dell'ambiente feudale donde era uscito. Pure, come non riconoscere l'origine della sua tonalit speciale - che lo differenzi cos nettamente dai sistemi di "stati" del continente - e, pi generalmente, di quella collaborazione delle classi agiate al potere cos caratteristica, sin dal Medioevo, della struttura politica inglese, nel solido radicarsi, sul suolo britannico, dell'armatura dei "placiti" di uomini liberi, conformi all'antica usanza dell'epoca barbarica?

Al di sopra dell'infinita variet delle costumanze locali o regionali, due grandi fatti dominarono l'evoluzione del regime giudiziario tedesco. Poich il "diritto dei feudi" rimase distinto dal "diritto della terra", i tribunali vassallatici si svilupparono accanto alle antiche giurisdizioni, senza assorbirle. D'altro lato, il perpetuarsi di una gerarchia sociale pi spaziata e, soprattutto, la lunga sopravvivenza dell'idea che fruire della libert significava dipendere, senza intermediari, dalla potenza pubblica, conservarono agli antichi "placiti" di contea e di centena - con competenze, tra loro, abbastanza imperfettamente delimitate - un raggio d'azione ancora assai esteso. Cos avvenne specialmente nelle Alpi sveve e nella Sassonia, paese di numerosi allodi e d'incompleta signorilizzazione. Dai giudici e scabini ci si abitu tuttavia a esigere, in via generale, una certa ricchezza fondiaria; talvolta si giunse persino, secondo la tendenza allora pressoch universale, a considerare come ereditarie le loro cariche. Sicch l'osservanza del vecchio principio che sottometteva l'uomo libero al giudizio di corti di uomini liberi mise capo spesso, in ultima analisi, a una composizione dei tribunali pi oligarchica che altrove.
La Francia - insieme, certamente, con l'Italia settentrionale - fu, per eccellenza, il paese della giustizia signorile. Senza dubbio, le vestigia del sistema carolingio vi rimasero profondamente segnate, specialmente nel Nord, ma esse interessavano soltanto la gerarchizzazione delle giustizie signorili - in "alte" e "basse" - e la loro organizzazione interna. I "placiti" di centena o di voirie scomparvero prestissimo e del tutto.  significativo che la competenza dell'alto giustiziere abbia preso, d'ordinario, il nome di chtellenie: come se la coscienza collettiva non riconoscesse pi la fonte del diritto di giudicare che nel possesso d'un castello, a un tempo origine e simbolo di una potenza di fatto. Non che nulla sopravvivesse delle antiche giustizie comitali: nei grandi principati territoriali, il principe seppe talvolta riservarsi il monopolio dei processi di sangue, almeno su vaste estensioni: cos nella Fiandra, nella Normandia, nel Barn. Come s' visto, il conte giudicava spesso degli allodi; regolava i processi in cui figuravano come parti le chiese, imperfettamente inserite nel sistema feudale; esercitava, in via di principio, salvo concessioni o usurpazioni, la giustizia relativa ai mercati e alle strade pubbliche. C'era l, almeno in germe, un potente antidoto contro la dispersione dei poteri giudiziari.
Non era l'unico. In tutta l'Europa, due grandi forze lavoravano a limitare od ostacolare il frazionamento delle giustizie, l'una come l'altra a lungo mediocremente inefficaci, ma egualmente ricche di avvenire.
Le monarchie, anzitutto. Tutti riconoscevano che il re era, per essenza, il supremo giudice dei suoi popoli; restava per da ricavare da tale principio le conseguenze pratiche. Qui il problema passava sul piano dell'azione e della potenza di fatto. Nel secolo XI, il tribunale del Capetingio funzionava soltanto per giudicare i dipendenti immediati del principe e le sue chiese oppure, eccezionalmente e molto meno efficacemente, come corte vassallatica, da cui dipendevano, in teoria, i grandi feudatari della Corona. Invece, quello del re tedesco, concepito sul modello carolingio, attirava ancora a s un buon numero di cause importanti. Ma, anche se relativamente attive, tali corti legate alla persona del sovrano rimanevano evidentemente incapaci di attingere la massa dei sudditi. Nemmeno era sufficiente che - come in Germania - l dove passava il re, nel corso delle sue ispezioni di buon governo qualsiasi. altro potere giudiziario scomparisse dinanzi al suo. Il potere della monarchia poteva diventare un elemento decisivo del sistema giurisdizionale solo a condizione di allungare i propri tentacoli attraverso il reame tutt'intero, grazie a tutta una rete di giudici itineranti o di delegati permanenti. Tale fu l'opera compiuta, al momento della concentrazione generale delle forze che segn il termine della seconda et feudale, anzitutto dai sovrani anglo-normanni e anglo-angioini, e poi, pi tardi e molto pi lentamente, dai Capetingi. Gli uni come gli altri, ma gli ultimi specialmente, trovarono un prezioso punto d'appoggio nello stesso sistema vassallatico; perch la feudalit, che aveva finito col dividere tra tante mani il diritto di giudicare, forniva nondimeno, col giuoco degli appelli, un rimedio contro tale frazionamento.
Non si ammetteva, in quell'epoca, che un processo, una volta giudicato, potesse ricominciare tra gli stessi avversari, davanti ad altri magistrati. In altri termini, l'errore propriamente detto, commesso in buona fede, non sembrava suscettibile di revisione. Se una delle parti in causa, invece, riteneva che il tribunale avesse volontariamente giudicato male o gli rimproverava d'avere, pi brutalmente ancora, rifiutato qualsiasi giudizio, nulla impediva che ne perseguisse i membri davanti a un'autorit superiore. Se in questa seconda azione giudiziaria, assolutamente distinta dalla precedente, riusciva vittorioso, i cattivi giudici subivano, generalmente, una pena e, in ogni caso, la loro sentenza veniva riformata. L'appello cos inteso - oggi lo chiameremmo "citazione in giudizio del giudice" - esisteva sin dall'epoca dei regni barbarici; ma allora poteva esser presentato esclusivamente alla sola giurisdizione superiore ai "placiti" di uomini liberi: la corte regia. La pratica ne era, quindi, lunga e difficile. Il regime vassallatico apr possibilit nuove: d'ora innanzi, ogni vassallo aveva come giudice ordinario il suo signore feudale. Ora, il diniego di giustizia era un reato, al pari degli altri; gli si applic perci la regola comune e gli appelli salirono cos, di gradino in gradino, lungo la scala degli omaggi. La procedura restava delicata; era soprattutto pericolosa, perch la prova veniva fatta d'ordinario per mezzo del duello. Nondimeno, la corte feudale, cui conveniva rivolgersi, era singolarmente pi accessibile di quella d'un re troppo lontano; e al sovrano si arrivava alla fine salendo di gradino in gradino. Di fatto, gli appelli, nella prassi delle classi superiori, divennero sempre meno eccezionali. Comportando una gerarchia di dipendenze e stabilendo tra i capi, situati l'uno al di sopra dell'altro, una serie di contatti diretti, il sistema del vassallaggio e del feudo permetteva di introdurre nuovamente, nell'organizzazione giudiziaria, un elemento di unit, che le monarchie di tipo antico, fuori di portata della maggiore parte delle popolazioni considerate come soggette, s'erano dimostrate impotenti a salvaguardare.




Capitolo secondo
I poteri tradizionali: monarchie e impero

1. Quadro geografico delle monarchie.

Al di sopra del pulviscolo delle signorie, delle comunit familiari o rurali, dei gruppi vassallatici, si elevavano, nell'Europa feudale, vari poteri, il cui orizzonte pi esteso ebbe a lungo come contropartita un'azione assai meno efficace, ma il cui destino fu nondimeno di mantenere in vigore, in quella societ frazionata, certi principi di ordine e di unit. Al vertice, monarchie e Impero traevano la loro forza o le loro ambizioni da un lungo passato; pi in basso, dominazioni pi giovani andavano degradando, per via di una gradazione quasi insensibile, dal principato territoriale alla semplice  batrona o castellania. Conviene esaminare anzitutto le potenze pi onuste di storia.
Dopo la caduta dell'Impero romano, l'Occidente era stato diviso in regni governati da dinastie germaniche. Da tali monarchie "barbariche" discendevano, attraverso una successione pi o meno diretta, quasi tutte quelle dell'Europa feudale. Specialmente netta era la filiazione nell'Inghilterra anglo-sssone che, verso la prima met del secolo IX, era ancora divisa tra cinque o sei stati, eredi autentici - seppure in numero diminuito - delle dominazioni fondate in passato dagli invasori. Abbiamo gi visto come le incursioni scandinave abbiano lasciato sussistere alla fine soltanto il Wessex, ingrandito con le spoglie dei vicini. Il suo sovrano prese, nel secolo X, l'abitudine di intitolarsi sia re di tutta la Britannia sia, pi spesso e pi durevolmente, re degli Angli o Inglesi. Sulle frontiere di quel regnum Anglorum sopravviveva tuttavia, all'epoca della conquista normanna, una zona celtica: quella dei Bretoni del Galles, divisi in molti piccoli principati. Verso il Nord, una famiglia di capi scotti, ossia irlandesi, sottomettendo via via le altre trib celtiche degli Altipiani e le popolazioni germaniche o germanizzate del Lothian, aveva costituito, a pezzo a pezzo, un vasto regno che deriv dai vincitori il nome: la Scozia.
Nella penisola iberica, alcuni nobili visigoti, rifugiatisi dopo l'invasione musulmana nelle Asturie, vi si erano dati un re. Lo stato cos costituitosi - diviso a pi riprese tra gli eredi del fondatore, ma considerevolmente accresciuto dalla riconquista - ebbe la sua capitale, verso l'inizio del secolo X, a Leon, sul pianoro a sud dei monti. Nel corso dello stesso secolo, un comando militare stanziato, verso l'Est, in Castiglia, e che in origine dipendeva dai regni asturiano-leonesi, si rese a poco a poco autonomo e il suo capo, nel 1035, assunse il titolo di re. Un centinaio d'anni dopo, una scissione analoga diede origine, nell'Ovest, al Portogallo. Intanto i Baschi dei Pirenei centrali, chiamati Navarresi, vivevano a s nelle loro vallate. Anch'essi finirono col costituirsi in un regno, che fece chiaramente la sua comparsa verso il 900 e da cui si distacc, nel 1037, un'altra piccola monarchia, denominata, dal torrente che ne bagnava il territorio, "Aragona". Si aggiunga, a nord del corso inferiore dell'Ebro, una "marca" creata dai Franchi e che, sotto il nome di Contea di Barcellona, fu considerata giuridicamente, sino ai tempi di Luigi IX il Santo, come un feudo del re di Francia. Tali furono - con frontiere estremamente fluide e soggette a tutte le vicissitudini delle divisioni, delle conquiste e della politica matrimoniale - le formazioni politiche donde nacquero "le Spagne".
A nord dei Pirenei, uno dei regni barbarici, quello dei Franchi, era stato smisuratamente ingrandito dai Carolingi. La deposizione di Carlo il Grosso (novembre 887), ben presto seguita dalla sua morte (13 gennaio 888), segn l'insuccesso dell'ultimo tentativo unitario. Non fu semplice capriccio, se il nuovo re dell'Est, Arnolfo, non dimostr nessuna premura ad accettare anche la dominazione sull'Ovest, offertagli dall'arcivescovo di Reims: evidentemente, l'eredit di Carlo Magno appariva troppo onerosa. La divisione si comp, grosso modo, secondo le linee fissate dalla prima spartizione: quella del trattato di Verdun (843). Costituito, a tale data, dall'unione di tre diocesi situate sulla riva sinistra del Reno - Magonza, Worms e Spira - con le vaste contrade germaniche assoggettate, a est del fiume, dalle due dinastie franche, il regno di Ludovico il Germanico fu ripristinato, nell'888, a favore del solo superstite dei suoi discendenti: Arnolfo di Carinzia. Fu la "Francia orientale", che, con un anacronismo senza pericolo, se cosciente, possiamo d'ora innanzi chiamare "Germania".
Nell'antico regno di Carlo il Calvo, la "Francia occidentale" - la Francia vera e propria -, due grandi signori furono quasi simultaneamente proclamati re: un duca italico, ma di stirpe franca, Guido di Spoleto; un conte della Neustria, di origine probabilmente sssone, Oddone. Questi, che disponeva di una clientela molto pi estesa e si era illustrato nella guerra contro i Normanni, prevalse senza fatica. Anche qui la frontiera fu approssimativamente quella di Verdun: fatta di una giustapposizione di confini tra contee, tagliava e ritagliava pi volte la Schelda e raggiungeva la Mosa un po' prima della sua confluenza con la Samois; poi, correva pressoch parallela al fiume e a qualche lega da esso, sulla riva sinistra. Raggiungeva poi la Sane, a valle di Port-sur-Sane e si confondeva, abbastanza a lungo, col suo corso, allontanandosene solo di fronte a Chlons, per piegare verso est. Infine, a sud del Maonnais abbandonava la linea Sane-Rodano, in modo da lasciare alla potenza vicina tutte le contee della riva occidentale, e non tornava a raggiungere il corso d'acqua che sul delta, per seguire, sino al mare, il Piccolo Rodano.
Restava la zona intermedia, che, inserendosi a nord delle Alpi tra gli stati di Ludovico il Germanico e quelli di Carlo il Calvo, poi prolungandosi nella penisola italiana sin verso Roma, aveva costituito, nell'843, l'eterogeneo reame di Lotario. Di questo principe, non esisteva pi nessun discendente in linea mascolina. La sua eredit doveva alla fine essere annessa dalla Francia orientale; ma ci avvenne frammento per frammento.
Il regno d'Italia, successore dell'ex regno longobardo, abbracciava il Settentrione e il Centro della penisola, tranne la bizantina Venezia. Conobbe, per pi d'un secolo, il pi tempestoso destino. Pi Case si disputarono la corona: i duchi di Spoleto e, soprattutto, i signori di quei colli delle Alpi donde era cos facile e allettante piombare sulla pianura: marchesi del Friuli o d'Ivrea, re di Borgogna - che tenevano i passi delle Alpi Pennine -, re o conti di Provenza, duchi di Baviera. Molti di quei pretendenti si fecero, inoltre, consacrare dal papa imperatori: giacch, dopo la prima spartizione dell'Impero sotto Ludovico il Pio, il possesso dell'Italia, a causa dei diritti di protezione e di dominio su Roma e la Chiesa romana che esso implicava, sembrava a un tempo la condizione necessaria di tale prestigiosa dignit e il migliore dei titoli per brigarla. Inoltre - a differenza dei re della Francia occidentale, che la loro stessa lontananza preservava dal nutrire ambizioni italiche o imperiali - i sovrani della Francia orientale contavano anch'essi tra i vicini del bel reame alla deriva. Gi, nell'894 e 896, Arnolfo, forte della sua origine carolingia, vi era disceso, vi s'era fatto riconoscere re e vi aveva ricevuto l'unzione imperiale. Nel 951, uno dei suoi successori, Ottone I, un Sssone, il cui nonno aveva forse accompagnato oltralpe Arnolfo, riprese lo stesso cammino: fu acclamato re d'Italia nella vecchia capitale, Pavia; poi, avendo dovuto nell'intervallo sbrigare altri compiti, torn dieci anni dopo, assoggett meglio il paese e si spinse infine sino a Roma, dove il pontefice fece di lui un "augusto imperatore" (2 febbraio 962).
Da allora in poi, salvo che in brevi periodi di crisi, l'Italia, cos intesa, non avr, sino al cuore dei tempi moderni, altro monarca di diritto che quello di Germania.
Nell'888, un altissimo personaggio di origine bvara, il Guelfo Rodolfo, si trovava a capo del grande governatorato militare istituito negli anni precedenti dai Carolingi tra il Giura e le Alpi e che era chiamato solitamente ducato di Transgiurania: posizione d'importanza capitale, perch controllava alcuni dei principali passaggi interni dell'Impero. Rodolfo cerc anche lui di pescare nelle acque torbide una corona e scelse, per questo, quella specie di "terra di nessuno", costituita, nell'intervallo tra le "Francie" dell'Est e dell'Ovest, dai paesi pi tardi giustamente chiamati "d'Entre-Deux". Il fatto che egli si fece consacrare re a Toul indica a sufficienza l'orientamento delle sue speranze. Tuttavia, cos lontano dal proprio ducato, mancava di fedeli. Sconfitto da Arnolfo, dovette, pur conservando il titolo regio, accontentarsi di unire alla Transgiurania la maggior parte della provincia ecclesiastica di Besanon.
A nord di questa, restava perci vacante una parte dell'eredit di Lotario; e precisamente la regione che, in mancanza d'un termine geografico appropriato, veniva volentieri chiamata dal nome di un principe, che, figlio e omonimo di quel primo Lotario, vi aveva regnato qualche tempo, la "Lotaringia": vasto territorio delimitato a ovest dai confini della Francia occidentale, quali sono stati prima definiti, a est dal corso del Reno, che la frontiera abbandonava solo per circa 200 chilometri per affidare alla Francia orientale le sue tre diocesi della riva sinistra; paese di grosse abbazie e di ricchi vescovati, di bei fiumi solcati dalle barche mercantili; contrada veneranda altres, perch era stata la culla della dinastia carolingia e il cuore del grande Impero. I vividi ricordi lasciativi dalla dinastia legittima furono probabilmente l'ostacolo che imped a qualsiasi monarchia indigena di sorgervi. Siccome per anche qui, come altrove, gli ambiziosi non mancavano, il loro giuoco consistette nell'opporre l'una all'altra le monarchie limitrofe. Dapprima soggetta ad Arnolfo - il quale, nell'888, era l'unico dei discendenti di Carlo Magno a portare la corona -, molto indocile poi verso il re che egli le aveva dato nella persona di uno dei suoi bastardi, la Lotaringia, dopo l'estinzione nel 911 del ramo carolingio di Germania, fu a lungo disputata tra i principi vicini. Sebbene nelle loro vene scorresse un sangue differente, i re della Francia orientale si consideravano come gli eredi di Arnolfo. Quanto ai sovrani della Francia occidentale - almeno finch appartennero alla dinastia carolingia, come avvenne dall'898 al 923, e poi dal 936 sino al 987 - perch mai avrebbero dovuto rinunziare a rivendicare, sulla Mosa e sul Reno, l'eredit dei loro avi? Tuttavia, la Francia orientale era visibilmente la pi forte: tanto che, quando, nel 987, i Capetingi ebbero preso, in quella occidentale, il posto dell'antica dinastia, essi rinunciarono in maniera affatto naturale a perseguire una politica estranea alle loro tradizioni familiari e per la quale, del resto non avrebbero pi trovato, sui luoghi, l'appoggio di una clientela gi pronta. Per lunghi secoli - anzi per sempre, per quanto concerne la sua parte nord-orientale: Aquisgrana e Colonia, Treviri e Coblenza - la Lotaringia fece parte del sistema politico tedesco.
Nella prossimit della Transgiurania, il Lionese, il Viennois, la Provenza, le diocesi alpine erano rimaste quasi due anni senza riconoscere nessun re. Pure, in quelle regioni sopravvivevano il ricordo e i fedeli di un ambizioso personaggio, chiamato Bosone, che, in dispregio della legittimit carolingia, aveva saputo, ancor prima dell'887, costituirvi un regno indipendente. Suo figlio, Ludovico - discendente inoltre, per via di madre, dall'imperatore Lotario - riusc finalmente, verso la fine dell'890, a farsi consacrare a Valenza. Ma la monarchia cos fondata doveva essere effimera. N Ludovico - che, nel 905, fu accecato in Verona(350) - n il suo parente Ugo di Arles, il quale, dopo tale tragedia, govern a lungo a nome dello sventurato cieco, sembra abbiano visto nelle loro terre tra il Rodano e le Alpi altro che una comoda base per la seducente conquista dell'Italia. Tanto che, dopo la morte di Ludovico nel 928, Ugo, proclamato re in Lombardia, lasci quasi liberi i Rodolfingi di spingere la loro dominazione sino al mare. A partire dalla met del secolo X circa, il regno di Borgogna - com'era generalmente chiamato lo stato fondato da Rodolfo - si estendeva dunque da Basilea sino al Mediterraneo. Da quel momento, peraltro, i suoi deboli monarchi figurarono, rispetto ai re o imperatori tedeschi, come protetti alquanto modesti. Alla fine, non senza del resto molte ripugnanze e tergiversazioni, l'ultimo della Casa(351), il quale mor nel 1032, riconobbe come suo successore il sovrano della Germania. A differenza della Lotaringia, ma al pari dell'Italia, la "Borgogna" cos intesa - nota di preferenza, dal secolo XIII in poi, sotto il nome di "regno di Arles" - non fu, per, assorbita nell'antica Francia orientale. L'unione fu concepita piuttosto come quella di tre regni distinti, uniti, indissolubilmente, nelle stesse mani.
Cos l'et feudale vide profilarsi i primi lineamenti di una carta politica europea, alcuni dei quali affiorano tuttora sotto la nostra, e vide dibattere problemi relativi a zone di frontiera destinati a far versare, sino ai giorni nostri, talvolta inchiostro, talaltra sangue. Ma forse, tutto considerato, la principale caratteristica di quella geografia delle monarchie fu, pur con margini cos fluidi tra i loro territori, la stupefacente stabilit del numero delle monarchie stesse. Se, nell'ex Impero carolingio sorsero varie dominazioni, di fatto quasi indipendenti, per distruggersi senza posa, nessuno di quei "tiranni locali", tra i pi potenti, os - dopo Rodolfo e Ludovico il Cieco - attribuirsi il titolo regio n negare di essere, giuridicamente, il suddito o il vassallo di un re. Prova, pi di ogni altra eloquente, del vigore conservato dalla tradizione monarchica, molto pi antica della feudalit e destinata a sopravviverle a lungo.


2. Tradizioni e natura del potere regio.

I re dell'antica Germania amavano far risalire la loro genealogia agli di. Simili - come dice Giordane - ad "Asi o semidei", dalla virt mistica di cui le loro persone erano ereditariamente impregnate i loro popoli attendevano la vittoria in guerra e, in tempo di pace, la fecondit dei campi. Da questa duplice eredit e, soprattutto, dalla prima, le monarchie dell'et feudale trassero il loro carattere sacro. Il cristianesimo lo sanzion, traendo dalla Bibbia un vecchio rito ebraico o siriaco. Negli stati successori dell'Impero carolingio, nelle Asturie, nell'Inghilterra, i re, al loro avvento al trono, non ricevevano soltanto dalle mani dei prelati le insegne tradizionali della loro dignit ma, specialmente, quella corona di cui dovevano da allora ornarsi, solennemente, durante le "corti" tenure in occasione delle grandi feste, le "corti coronate" rievocateci da una "carta" di Luigi VI di Francia(352). Un vescovo, nuovo Samuele, ungeva quei nuovi David su varie parti del loro corpo, con olio santo: gesto il cui senso universale, nella liturgia cattolica, era quello di trasferire un uomo o un oggetto dalla categoria del profano a quella del sacro. L'arma,  vero, era a doppio taglio. "Chi benedice  superiore a colui che viene benedetto", aveva scritto san Paolo. Dalla consacrazione del re da parte del sacerdote non derivava dunque la supremazia dello spirituale? Tale fu, infatti, sin dall'origine, l'opinione di pi d'uno scrittore ecclesiastico. La coscienza dei pericoli onde era canea una simile interpretazione spiega senza dubbio che, tra i primi sovrani della Francia orientale, molti abbiano trascurato o rifiutato di tarsi ungere. Tuttavia, i loro successori non tardarono a venire a resipiscenza. Come potevano abbandonare ai loro rivali dell'Ovest il privilegio di quel prodigioso carisma? La cerimonia ecclesiastica della consegna delle insegne regali - anello, spada, stendardo, la stessa corona - trov, pi o meno tardivamente, imitatori in vari principati: Aquitania, Normandia, ducati di Borgogna o di Bretagna.  significativo, invece, che nessun grande feudatario, per quanto potente, abbia mai osato spingere le proprie pretese sino alla consacrazione vera e propria, ossia all'unzione. Al di fuori dei preti, non esistevano altri "Cristi del Signore" che i re.
Il valore di questo suggello soprannaturale, di cui l'unzione era piuttosto la conferma che l'origine, non poteva non essere vivamente sentito da un'et usa a mescolare senza posa alla vita quotidiana gli influssi dell'aldil. Certo, una regalit puramente sacerdotale sarebbe stata incompatibile con la religione regnante dappertutto. I poteri del prete cattolico sono qualcosa di perfettamente definito: egli soltanto pu trasformare il pane e il vino nella carne e nel sangue del Cristo. Incapaci, non avendo ricevuto gli ordini sacri, di eseguire il santo sacrificio, i re non erano dei preti, nel senso proprio della parola; ma erano, ancor meno, puri e semplici laici.  difficile esprimere chiaramente rappresentazioni per s ribelli alla logica. Ne potremo dare per un'idea abbastanza approssimativa dicendo che i re, pur senza esser rivestiti del sacerdozio, "partecipavano" - giusta la parola di uno scrittore del secolo XI - del suo ministerio. Donde una conseguenza infinitamente grave: nei loro sforzi per governare la Chiesa, credevano e si credeva che agissero come suoi membri. Tale era almeno l'opinione comune. Negli ambienti ecclesiastici non aveva mai imperato senza contestazioni: nel secolo XI, i Gregoriani la combatterono con il pi duro e chiaroveggente vigore, in nome di quella distinzione tra lo spirituale e il temporale in cui Rousseau e Renan ci hanno insegnato a scorgere una delle grandi innovazioni del cristianesimo. D'altronde, separavano tanto nettamente i due poteri solo per umiliare i padroni dei corpi davanti ai padroni delle anime: la "luna", la quale non  che riflesso, rispetto al "sole", fonte d'ogni luce. Ma su questo punto ebbero scarso successo. Molti secoli dovevano passare prima che, agli occhi dei popoli, le monarchie fossero ricondotte alle loro mansioni di potenze modestamente umane.
Nell'animo delle moltitudini, quel carattere sacro non si traduceva soltanto nella nozione, troppo astratta, di un diritto di direzione ecclesiastica. Intorno alla regalit in generale o alle diverse regalit particolari si costitu tutto un ciclo di leggende e di superstizioni. Esso raggiunse,  vero, il suo pieno sviluppo solo a partire dal momento in cui si affermarono, di fatto, la maggior parte dei poteri monarchici, verso i secoli XII e XIII; ma le sue origini risalivano alla prima et feudale. Sin dalla fine del secolo IX, gli arcivescovi di Reims pretendevano di conservare il deposito di un olio miracoloso, portato a Clodoveo da una colomba, dall'alto del firmamento: mirabile privilegio che permise, in pari tempo, a quei prelati di rivendicare in Francia il monopolio della consacrazione, e ai suoi re di dirsi e di credersi consacrati dallo stesso cielo. Ai re di Francia - per lo meno, sin da Filippo I, probabilmente da Roberto il Pio -, ai re d'Inghilterra, da Enrico I in poi, si attribu il potere di guarire certe malattie col contatto delle loro mani. Quando, nel 1081, l'imperatore Enrico IV, che pur era scomunicato, attravers la Toscana, i contadini, accorsi sul suo cammino, cercavano di toccare le sue vesti, convinti d'assicurarsi in quel modo felici raccolti.
All'aura meravigliosa che circondava cos le persone regali, opporremmo noi, per mettere in dubbio l'efficacia di tale immagine, lo scarso rispetto di cui spesso godeva l'autorit monarchica? Sbaglieremmo strada; perch - a ben guardare - gli esempi di re imperfettamente obbediti, combattuti o derisi dai loro feudatari, e financo prigionieri di questi ultimi, sono innumerevoli; ma di re periti di morte violenta per mano di loro sudditi, io ne conosco, nell'epoca da noi studiata, salvo errore, soltanto tre: in Inghilterra, Edoardo il Martire, vittima d'una rivoluzione di palazzo a favore di suo fratello; in Francia, Roberto I, usurpatore ucciso in combattimento da un partigiano del re legittimo; e nell'Italia, travagliata da tante lotte dinastiche, Berengario I. A paragone dei massacri dell'Islm o di quanto offrirebbe, nello stesso Occidente, l'elenco degli omicidi compiuti a danno dei grandi vassalli delle diverse corone, e tenendo conto delle usanze familiari a un'epoca di violenza, si dovr ammettere che  ben poca cosa.
Tali rappresentazioni, cos disposte dal religioso al magico, non erano, sul piano delle forze soprannaturali, che l'espressione della missione politica attribuita ai re: quella di "capi del popolo", di thiudans, giusta il vecchio termine germanico. Nel pullulare di dominazioni caratteristico del mondo feudale, le monarchie - scrisse giustamente il Guizot - costituivano dei poteri sui generis: non solo superiori, in via di principio, a tutti gli altri, ma anche di un ordine effettivamente diverso. Fatto significativo: mentre le altre potenze erano, per la maggior parte, semplici agglomerati di diritti diversi, il cui intreccio condanna all'errore qualsiasi tentativo per fissare sulla carta, per mezzo di contorni lineari, l'estensione di alcuno di quei "feudi", grandi e piccoli, esistevano, invece, tra gli stati monarchici, quelle che si possono legittimamente chiamare "frontiere": se anche neppur esse sotto l'aspetto di linee tracciate con assoluta precisione. L'occupazione del suolo ancora poco rigida non ne imponeva il bisogno. Per separare la Francia dall'Impero, nelle marche della Mosa, non bastavano forse le boscaglie deserte delle Argonne? Nondimeno, sembrava che una citt o un villaggio, per disputato che fosse, non dovesse dipendere, di diritto, che da uno solo dei regni antagonistici; mentre capitava sovente di vedere che un potentato vi esercitasse, per esempio, l'alta giustizia, un altro vi possedesse servi, un terzo censi con la loro giurisdizione, un quarto la decima. In altri termini, per una terra al pari che per un uomo, aver parecchi signori era cosa normale; impossibile avere pi re.
Lontano dall'Europa, nel Giappone, un sistema di subordinazioni personali e terriere, molto analogo al nostro regime feudale, si costitu a poco a poco di fronte a una monarchia che, come in Occidente, era molto pi antica; ma l i due sistemi coesistettero senza compenetrarsi. Personaggio sacro, al pari dei nostri re, e assai pi di loro vicino alla divinit, l'imperatore, nel paese del Sole Levante, rimase, di diritto, il sovrano dell'intero popolo. Al di sotto di lui, la gerarchia dei vassalli culminava nello shogun, loro capo supremo. Il risultato fu che, per parecchi secoli, lo shogun si accaparr l'intero potere regio. In Europa, invece, le monarchie, anteriori per data ed estranee per natura alla gerarchia vassallatica, presero egualmente posto al suo vertice; ma seppero evitare di essere avviluppate nella rete delle dipendenze. Avveniva che, per il giuoco della patrimonialit dei feudi, una terra, prima soggetta all'autorit di un signore o d'una chiesa, entrasse a far parte del dominio regio? La regola universalmente ammessa era che il re, pur succedendo a taluni degli oneri, era dispensato per da qualsiasi omaggio, non potendo egli confessarsi il "fedele" di uno dei suoi sudditi. Invece, nulla aveva mai impedito che, tra questi ultimi, che, come tali, erano tutti suoi protetti, egli scegliesse alcuni privilegiati per estendere su loro, secondo il rito dell'omaggio, una protezione speciale.
Ora, tra questi "accommendati" regi figuravano, come si  visto, sin dal secolo IX, accanto a una folla di piccoli "satelliti", tutti i magnati: alti funzionari ben presto trasformati in principi regionali. Sicch il monarca - rettore del popolo, nel suo insieme - era inoltre, gradino per gradino, il signore di una quantit prodigiosa di vassalli, anzi, attraverso loro, di una moltitudine ancor pi numerosa di umili dipendenti. Nei paesi la cui struttura feudale eccezionalmente rigorosa escludeva l'allodio - come l'Inghilterra dopo la conquista normanna - non c'era povero diavolo situato tanto basso nella scala delle dipendenze da non scorgere, alzando gli occhi, sul supremo gradino, il re. Altrove, prima di arrivare cos in alto, la catena si rompeva. Tuttavia, tale feudalizzazione delle monarchie fu per esse, dappertutto, un indubbio fattore di salute, perch il re, l dove non riusciva pi a comandare come capo dello Stato, poteva, almeno, utilizzare a suo profitto le armi del diritto vassallatico, nutrito del sentimento di quel che era allora il pi vivo dei vincoli umani. Nella Chanson, Orlando combatte per il suo sovrano o per il signore cui ha prestato omaggio? Senza dubbio, non lo sa neppure lui; ma egli combatte con tanta abnegazione per il suo sovrano solo perch questi  in pari tempo il suo signore. Pi tardi, quando Filippo Augusto contester al papa il diritto di disporre dei beni di un conte eretico, dir pur sempre, in guisa affatto naturale: "Quella contea  tenuta da me in feudo"; non gi: " del mio reame". In questo senso, la politica dei Carolingi, i quali avevano sognato di fondare il loro governo sul sistema vassallatico, non doveva forse, a lunga scadenza, mostrarsi cos vana come indurrebbero volentieri a credere i suoi primi insuccessi. Molte ragioni - gi lo abbiamo osservato e ne riparleremo - cospirarono, nella prima et feudale, a ridurre a poca cosa l'azione veramente efficace del potere regio. Nondimeno, esso disponeva di due grandi forze latenti, pronte a svilupparsi sotto l'influenza di condizioni pi propizie: l'intatto retaggio del suo antico prestigio; la rinnovata giovinezza che attingeva nel suo adattarsi al nuovo sistema sociale.


3. La trasmissione del potere regio; problemi dinastici.

Tale dignit monarchica, onusta di tradizioni miste, come si trasmetteva? Per eredit? Per via elettiva? Oggi, consideriamo volentieri i due termini come incompatibili; ma che, nell'et feudale, non apparissero egualmente tali ci  attestato da innumerevoli testi. "Noi abbiamo ottenuto l'elezione unanime dei popoli e dei principi e la successione ereditaria del regno indiviso", diceva nel 1003 il re di Germania Enrico II. E, in Francia, l'eccellente canonista Ivo di Chartres: "A giusto titolo fu consacrato re colui al quale la corona toccava per diritto ereditario e che fu designato dall'unanime consenso dei vescovi e dei grandi"(353). Gli  che nessuno dei due principi era concepito nella sua forma assoluta. La pura elezione - concepita non tanto come l'esercizio di un libero arbitrio quanto sotto l'aspetto dell'obbedienza a una specie di rivelazione intima, che faceva scoprire il capo adatto - trov,  vero, i suoi difensori negli uomini di Chiesa. Ostili all'idea, quasi pagana, di una virt sacra della stirpe, essi erano inoltre proclivi a porre la fonte legittima d'ogni potere in un tipo di nomina che la Chiesa rivendicava, per se stessa, come l'unico conforme alla sua legge: in quanto l'abate doveva esser scelto dai suoi monaci, il vescovo dal clero e dal popolo della citt. Quei teologi s'incontravano su questo punto con le ambizioni dei grandi feudatari, i quali desideravano soltanto che la monarchia cadesse sotto la loro dipendenza. Ma, imposta da tutto un mondo di rappresentazioni che il Medioevo aveva ricevuto principalmente dalla Germania, l'opinione generalmente diffusa era affatto diversa. Si credeva alla vocazione ereditaria non d'un individuo, ma di una stirpe, considerata come la sola capace di offrire capi efficaci.
La conclusione logica sarebbe indubbiamente stata l'esercizio della autorit, in comune, da parte di tutti i figli del re defunto o la spartizione del regno tra loro. Com' noto, tali usanze - interpretate talvolta, a torto, come attestanti l'assimilazione della regalit a un patrimonio, mentre esprimevano, al contrario, la partecipazione di tutti i discendenti a uno stesso privilegio dinastico - erano state familiari al mondo barbarico. Gli stati anglo-sssoni e spagnuoli le perpetuarono, a lungo, nell'et feudale. Tuttavia, esse sembravano pericolose pel bene dei popoli. Urtavano contro quella nozione della monarchia indivisibile, che Enrico II sottolineava coscientemente e che rispondeva alla sopravvivenza, pur tra tanti torbidi, d'un sentimento ancora vigoroso dello Stato. Prevalse dunque un'altra concezione, che, d'altronde, aveva pi o meno agito parallelamente alla prima: nella famiglia predestinata, e in essa soltanto - qualche volta, se la linea mascolina si era spenta, nelle famiglie imparentatesi con essa - i principali personaggi del regno, rappresentanti nati dell'insieme dei sudditi, nominavano il nuovo re. "L'usanza dei Franchi - scriveva, molto pertinentemente, nell'893, l'arcivescovo di Reims, Folco - fu sempre, morto il loro re, di eleggerne un altro nella stirpe regale"(354).
L'eredit collettiva, cos intesa, doveva d'altronde tendere quasi necessariamente a convertirsi in eredit individuale in linea diretta. I figli dell'ultimo re non partecipavano in maniera evidente alle virt del suo sangue? Ma qui il fattore decisivo fu un'altra usanza, che anche la Chiesa accettava per s, come un utile antidoto alla casualit del sistema elettivo. Accadeva spesso che l'abate facesse riconoscere dai suoi monaci il personaggio che designava egli stesso come suo successore: cos procedettero, specialmente, i primi capi della abbazia di Cluny. Similmente, il re o il principe otteneva dai suoi fedeli che, mentre egli era ancora in vita, uno dei suoi figli venisse associato alla sua autorit, anzi - se si trattava di un re - consacrato senz'altro: sistema veramente universale, nell'et feudale, e nella quale si videro i dogi di Venezia e i "consoli" di Gaeta comunicare con tutte le monarchie dell'Occidente. Ma potevano esserci pi figli: come scegliere tra loro il fortunato beneficiario di tale elezione anticipata? Al pari del diritto dei feudi, il diritto regio non ader subito al sistema della primogenitura; a questa si contrapponevano volentieri i diritti del figlio nato "nella porpora", ossia quando suo padre era gi diventato re; oppure ragioni pi personali facevano pendere la bilancia. Tuttavia, il diritto di primogenitura - finzione comoda e, d'altronde, imposta a poco a poco dallo stesso esempio del feudo -, a dispetto di taluni tentativi in contrario, s'impose sin quasi dall'origine in Francia. La Germania, pi fedele allo spirito delle vecchie usanze, non l'ammise mai senza riserve: in pieno secolo XII, Federico Barbarossa si dava ancora per successore il secondo figlio, Enrico.
D'altro canto, era questo solo il segno di pi profonde divergenze. Infatti, le usanze monarchiche - partite dalle medesime nozioni in cui si univano il principio elettivo e il diritto della stirpe - si svilupparono, nei diversi stati europei, in sensi singolarmente variabili. Baster richiamare qui due esperienze specialmente tipiche: quelle offerteci dalla Francia, da una parte, e dalla Germania, dall'altra.
La storia della Francia occidentale s'inizi, nell'888, con una clamorosa rottura con la tradizione dinastica. Nella persona del re Oddone, i grandi avevano fatto la scelta, in tutta la forza del termine, di un uomo nuovo. Gli  che, dei discendenti di Carlo il Calvo, restava allora soltanto un fanciullo di otto anni, che, a ragione della sua et, era gi stato scartato due volte dal trono. Tuttavia, appena quel giovinetto - chiamato, anche lui, Carlo e che una storiografia senza indulgenza doveva soprannominare "il Semplice" - ebbe compiuto dodici anni, et in cui tra i Franchi Sal si diventava maggiorenni, egli fu consacrato a Reims, il 28 gennaio 893. Ma lo stesso Oddone, poco prima di morire (1 gennaio 898) - conforme, sembra, a un accordo stipulato pochi mesi prima -, invit i propri fautori a riconoscere, dopo la sua scomparsa, il Carolingio. Solo ventiquattro anni dopo costui trov un rivale. Irritati dal favore dimostrato da Carlo a un modesto cavaliere e, d'altro canto, naturalmente proclivi all'indocilit, alcuni dei pi alti personaggi del paese si misero alla ricerca di un altro re. Non avendo Oddone lasciato figli, ne aveva ereditato gli onori patrimoniali e la clientela suo fratello Roberto. Egli fu l'eletto dei ribelli (29 giugno 922). Per aver gi avuto la corona, la sua famiglia sembrava semi-consacrata. Poi, morto Roberto, l'anno successivo, sul campo di battaglia, suo genero, il duca di Borgogna Rodolfo, ricevette a sua volta l'unzione; e il tranello che, poco dopo, fece di Carlo, per tutta la sua vita, il prigioniero di uno dei principali ribelli, assicur la vittoria dell'usurpatore. Ma la morte di Rodolfo, anche lui senza eredi diretti, fu il segnale di una vera e propria restaurazione: il figlio di Carlo il Semplice, Luigi IV, fu richiamato nel giugno del 936 dall'Inghilterra, dove s'era rifugiato. Suo figlio, suo nipote e il suo pronipote gli succedettero senza difficolt: tanto che, verso la fine del secolo X tutto sembrava condurre a far ritenere definitivo il ripristino della legittimit.
Per rimetterla in discussione, ci volle il caso d'un incidente di caccia, pel quale per il giovine re Luigi V. L'assemblea di Noyon proclam re, il 1 giugno 987, il nipote di Roberto, Ugo Capeto. Pure, esisteva ancora un altro figlio di Luigi IV, Carlo, di cui l'imperatore aveva fatto un duca della Bassa Lorena. Egli non tard a rivendicare con le armi la propria eredit; e molti, senza dubbio, non scorgevano in Ugo, giusta l'espressione di Gerberto d'Aurillac, che un re "interinale". Un fortunato colpo di mano decise altrimenti: tradito dal vescovo di Laon, Carlo fu catturato, la domenica delle Palme, in quella citt e, come il nonno Carlo il Semplice, mor poi in cattivit. Sino al giorno in cui non riconobbe pi nessun re, la Francia da allora in poi ne ebbe soltanto di stirpe capetingia.
Da tale lunga tragedia, il cui scioglimento fu opera della fortuna, risulta sicuramente che il sentimento della legittimit conserv a lungo una certa forza. Qui i fatti parlano chiaro: pi delle carte aquilane che, prima sotto Rodolfo, poi sotto Ugo Capeto, indicano, con le loro formule di datazione, la volont di non riconoscere gli usurpatori (i paesi a sud della Loira avevano sempre condotto una vita a parte e il baronato vi era naturalmente ostile a capi usciti dalla Borgogna o dalla Francia propria); pi dell'indignazione voluta o interessata di talune croniche. Bisogna pure che l'esperienza di Oddone, di Roberto e di Rodolfo sia apparsa mediocremente allettante per aver impiegato tanti anni a venir rinnovata. Nessuno scrupolo imped al figlio di Roberto, Ugo il Grande, di tenere prigioniero per quasi un anno Luigi IV; il fatto singolare  che non abbia osato di profittare di tale circostanza favorevole per proclamarsi re lui stesso. Provocato dalla pi inopinata delle morti, l'evento del 987 non fu, checch sia stato detto, "anzitutto un fatto ecclesiastico". Se l'arcivescovo di Reims, Aldabron, ne fu indubbiamente il massimo artefice, la Chiesa tutt'intera non era dietro a lui. Con ogni verisimiglianza, i fili dell'intrigo facevano capo alla corte imperiale di Germania, a cui il prelato e il suo consigliere Gerberto erano legati a un tempo dall'interesse personale e dalle convinzioni politiche, giacch, agli occhi di quei preti colti, Impero era sinonimo di unit cristiana. Nei Carolingi di Francia, i Sssoni, che regnavano allora sulla Germania e l'Italia, paventavano il sangue di Carlo Magno, di cui essi, senz'esserne discendenti, avevan raccolto l'augusto retaggio. Pi specialmente, da un mutamento di dinastia essi speravano, a ragione, il pacifico possesso di quella Lorena che i Carolingi, che vi si sentivano a casa loro, non avevan mai cessato di disputargli. Il successo fu facilitato dalla bilancia delle rispettive forze, nella Francia stessa: non solo, trascinato a cercar fortuna fuori del suo paese nativo, Carlo di Lorena non vi possedeva fedeli; ma, in via generale, la causa carolingia fu vittima dell'incapacit degli ultimi re di conservare sotto il loro dominio diretto abbastanza terre e chiese per assicurarsi l'appoggio ereditario di una vasta clientela di vassalli, tenuta costantemente in tensione dalla promessa di nuovi compensi. In questo senso, il trionfo dei Capetingi rappresent la vittoria di un potere giovine - quello d'un principe territoriale signore e distributore di numerosi feudi - sulla potenza tradizionale di una monarchia quasi pura.
Ma il fatto stupefacente non  tanto il loro primo successo quanto il placarsi, dopo il 991, di ogni controversia dinastica. La dinastia carolingia non si era spenta con Carlo di Lorena, il quale aveva lasciato dei figli, che - gli uni prima, l'altro dopo - erano sfuggiti alla prigionia. Non risulta che abbiano tentato alcunch. Lo stesso dicasi, nonostante la loro turbolenza, dei conti di Vermandois, il cui casato, uscito da un figlio di Carlo Magno, doveva terminare solo nella seconda met del secolo XI. Forse, per effetto di una specie di restrizione del lealismo, si esitava a estendere i diritti del sangue sino a quei collaterali, che, se si fosse trattato di un feudo, sarebbero stati allora generalmente considerati come esclusi dalla successione. Sembra che tale argomento sia stato utilizzato nel 987, contro Carlo di Lorena: ma, a quella data e nella bocca di avversari, esso  sospetto. Pure, non rende forse conto, in una certa misura, dell'astensione del ramo dei Vermandois, sin dall'888? E chi sa quale sarebbe stata la sorte dei Capetingi senza il caso meraviglioso che fece s che, dal 987 al 1316, ogni padre trov, per succedergli, un figlio? Soprattutto, il rispetto della legittimit carolingia - obnubilato nei grandi dalle loro ambizioni, privato, d'altra parte, dell'appoggio che sarebbe stato capace di dargli un gruppo di "fedeli" personali - sarebbe potuto sopravvivere solamente in quegli ambienti chiericali che, soli o quasi soli, avevano allora l'abito di orizzonti intellettuali abbastanza larghi per vedere al di l dei meschini intrighi quotidiani. Il fatto che i pi attivi e intelligenti capi della Chiesa - un Aldabron, un Gerberto -, a causa del loro stesso attaccamento all'idea imperiale, abbiano creduto di dover sacrificare ai rappresentanti contemporanei di tale idea la dinastia di Carlo Magno, fu, senza dubbio, nell'equilibrio delle forze non materiali ma morali, l'elemento decisivo.
Come si spiega, tuttavia, che, tranne gli ultimi rampolli dei Carolingi, i Capetingi non abbiano mai veduto levarsi contro di s nessun rivale? L'elezione, per lungo tempo, non scomparve: la testimonianza, sopra citata, d'Ivo di Chartres si riferisce a Luigi VI, il quale fu consacrato nel 1108. Una corte solenne si riuniva e proclamava il re; poi, il giorno della consacrazione, il prelato, prima del rito dell'unzione, chiedeva ancora ai presenti il loro consenso. Solo che tale pretesa scelta cadeva invariabilmente sul figlio del sovrano precedente, per lo pi mentre quest'ultimo era ancora in vita, merc il metodo dell'associazione. Il tale o talaltro feudatario poteva mostrare poca premura a prestare l'omaggio; le ribellioni furono frequenti; ma di antir non ce ne fu nessuno.  significativo che la nuova dinastia - come Pipino e i suoi successori avevano gi fatto con i Merovingi - abbia subito manifestato la propria volont di ricollegarsi alla tradizione della dinastia che aveva soppiantato: i re parlano dei Carolingi come di loro predecessori. Ancor presto sembra si siano gloriati di discenderne per via femminile: affermazione forse esatta, un po' del sangue di Carlo Magno essendo forse scorso nelle vene della moglie di Ugo Capeto. Poi, sin dal tempo di Luigi VI, al pi tardi, vediamo l'ambiente della famiglia regnante sforzarsi di utilizzare, a profitto di questa, la leggenda del grande imperatore, che, sorretta dall'epopea, si stava allora sviluppando in Francia; anzi, collaborare forse al suo irradiamento. In tale eredit, i Capetingi attingevano anzitutto i preziosi prestigi della regalit sacra; non tardarono ad aggiungervi di proprio un miracolo particolarmente impressionante: quello della guarigione. Il rispetto dell'unzione non impediva le rivolte, ma preveniva le usurpazioni. In breve, il sentimento del misterioso privilegio che sembrava collegato a una stirpe predestinata - pressoch estraneo al mondo romano e venuto all'Occidente, per il tramite della Germania, dalla lontananza di et primitive - aveva tanto tenace vigore che, dal giorno in cui fu servito a un tempo dal caso delle nascite mascoline e dalla presenza di numerosi fedeli intorno alla casa regale, una nuova legittimit sorse rapidamente sulle rovine dell'antica.
In Germania, la storia delle successioni regie presenta, nei primordi, linee molto pi semplici. Quando, nel 911, la dinastia carolingia, nel suo ramo germanico, si estinse, la scelta dei magnati cadde su un grande signore franco imparentato con la dinastia scomparsa: Corrado I. Male obbedito, ma senza che contro di lui si sia mai levato un altro pretendente, egli stesso design a succedergli il duca di Sassonia, Enrico, che, nonostante la rivalit del duca di Baviera, fu eletto e riconosciuto senza grandi difficolt. Da allora, mentre il regno d'Occidente si dibatteva in una lunga controversia dinastica, i sovrani della Casa sssone si susseguirono, per pi di un secolo (919-1024), di padre in figlio, financo di cugino in cugino. L'elezione, che continuava a venir effettuata regolarmente, non sembrava che confermare l'eredit. Facciamo ora, attraverso i tempi, un salto d'un secolo e mezzo circa: il contrasto tra i due paesi sussiste ancora, ma capovolto. In Europa, sar ormai uno dei luoghi comuni della speculazione politica contrapporre alla Francia, regno ereditario, la Germania, dove - si dice - la monarchia  elettiva.
Tre grandi cause, le quali agirono nel medesimo senso, avevano deviato l'evoluzione tedesca. Il caso fisiologico, tanto propizio ai Carolingi, vi oper a detrimento della continuit dinastica: si videro soccombere, successivamente, senza eredi maschi n agnati, prima il quinto dei re sssoni(355), poi il quarto re uscito(356) dalla stirpe "salica", ossia franca, che ne aveva preso il posto. D'altra parte, la monarchia tedesca, da Ottone I in poi, sembrava collegata alla dignit imperiale. Ora, mentre le monarchie di tradizione fondamentalmente germanica poggiavano sull'idea di una vocazione ereditaria, se non dell'individuo, per lo meno del lignaggio, la tradizione romana che stava all'origine dell'Impero ed era alimentata da una letteratura storica o pseudo-storica sempre pi nota dopo la fine del secolo XI, non aveva, invece, mai accettato quei privilegi del sangue. " l'esercito a fare l'Imperatore", si ripeteva volentieri; e i grandi baroni erano, ben s'intende, pronti ad assumere le parti di quelle legioni o anche, come amavano dire, del "Senato". Infine, la violenta lotta tra i sovrani tedeschi e il Papato scoppiata all'epoca della riforma gregoriana spinse i papi a far valere contro il monarca nemico, che desideravano di far deporre, il principio elettivo, d'altronde conforme al sentire della Chiesa. Il primo antir che la Germania abbia conosciuto dopo l'888(357) fu eletto contro il Salico Enrico IV, il 15 marzo 1077, alla presenza dei legati pontifici. Non doveva essere l'ultimo, anzi; e, se  certamente inesatto che quell'assemblea si sia espressamente dichiarata a favore del carattere per sempre elettivo della monarchia, la voce che, allora, ne corse nei monasteri attest per lo meno un'esatta prescienza dell'avvenire. Ma la stessa asprezza della controversia che divise cos i re tedeschi e la Curia non si spiega, a sua volta, che col fatto che quei re erano in pari tempo imperatori. Mentre agli altri sovrani i papi potevano rimproverare soltanto l'oppressione di chiese particolari, nei successori di Augusto e di Carlo Magno essi trovarono dei rivali nel dominio di Roma, del seggio apostolico e della cristianit.


4. L'Impero.

Il crollo dello stato carolingio aveva abbandonato a fazioni locali le due dignit pancristiane: il Papato, alle conventicole dell'aristocrazia romana; l'Impero, ai partiti che si costituivano e si dissolvevano senza posa nel baronato italico, perch, come gi si  detto, il titolo imperiale sembrava legato al possesso del regno d'Italia. Esso riacquist un certo significato solo quando, dal 962, se ne appropriarono i sovrani tedeschi, le cui pretese potevano appoggiarsi su di una forza, per quei tempi, considerevole.
Non che i due titoli, regio e imperiale, si siano mai confusi insieme. Nel periodo trascorso tra Ludovico il Pio e Ottone I, si era veduto affermarsi definitivamente il duplice carattere, a un tempo romano e pontificale, dell'Impero d'Occidente. Per chiamarsi "imperatore", non bastava dunque esser stati riconosciuti e consacrati in Germania: era assolutamente necessario aver ricevuto, nella stessa Roma, dalle mani del papa, una consacrazione specifica, per mezzo di una seconda unzione e la consegna delle insegne propriamente imperiali. Il fatto nuovo era che l'eletto dei magnati tedeschi era ormai considerato come l'unico candidato legittimo a quell'augusto rito. Come doveva scrivere, verso la fine del secolo XII, un monaco alsaziano: "Qualunque sia il principe scelto dalla Germania come suo capo, l'opulenta Roma china la testa davanti a lui e lo accetta quale signore". Ben presto, anzi, si opin che, sin dal suo avvento come re di Germania, quel monarca accedesse, perci stesso e d'un subito, al governo non solo della Francia orientale e della Lotaringia, ma anche di tutti i territori imperiali: regno d'Italia e, pi tardi, regno di Borgogna. In altri termini, essendo - secondo l'espressione di Gregorio VII - il "futuro imperatore", egli comandava gi nell'Impero: posizione di attesa espressa, dalla fine del secolo XI, dal nome di "re dei Romani", che il sovrano tedesco portava sin dalla sua elezione, nelle vicinanze del Reno, per scambiarlo con un nome pi bello soltanto il giorno in cui, avendo finalmente intrapresa la classica "spedizione romana", il Romerzug tradizionale, poteva cingere, sulle rive del Tevere, la corona dei Cesari: salvo che le circostanze, mettendo ostacolo a quel lungo e difficile viaggio, non lo condannassero ad accontentarsi, per l'intera vita, di essere soltanto il re di un impero.
Supponiamolo, tuttavia, abbastanza fortunato da esser stato veramente fatto imperatore: come, del resto, sino a Corrado III (1138-52) escluso, fu, presto o tardi, la sorte di tutti i monarchi chiamati a regnare sulla Germania. Qual era il contenuto di quel titolo tanto ambito?  indubbio che sembrava esprimere una superiorit sul comune dei re: sui reguli, come si usava dire, nell'ambiente dell'imperatore, nel secolo XII. Si spiega cos che se ne siano insigniti, fuori dei confini dell'ex Impero carolingio, vari sovrani che, a quel modo, pretendevano indicare a un tempo la loro indipendenza rispetto a qualsiasi monarchia aspirante alla universalit e la loro propria egemonia su regni o antichi regni vicini: cos, in Inghilterra, certi re della Mercia o del Wessex o, pi spesso, in Ispagna, quello di Leon. Semplici plagi, in verit! In Occidente, non c'era altro imperatore autentico che l'imperatore "dei Romani", secondo la formula ripresa, sin dal 982, dalla cancelleria degli Ottoni, in contrasto con Bisanzio. La memoria dei Cesari - e soprattutto dei Cesari cristiani - forniva infatti l'alimento di cui si nutriva il mito dell'Impero. Roma non era forse, in pari tempo che caput mundi, la citt apostolica, "rinnovata" dal prezioso sangue dei mrtiri? Alle reminiscenze della universalit romana si mescolava l'immagine di Carlo Magno - anche lui, secondo l'espressione d'un vescovo imperialista, "conquistatore del mondo"(358) - per rafforzarle con ricordi meno remoti. Ottone III - che sul suo suggello incise la divisa Renovatio imperii romani, gi usata, del resto, da Carlo Magno - fece, d'altro canto, ricercare a Aquisgrana la tomba del grande imperatore, negletta da generazioni pi indifferenti alla storia, e, pur procurando a quelle ossa gloriose un sepolcro degno della loro fama, prelev per proprio uso, come altrettante reliquie, un gioiello e alcuni frammenti di veste tolti al cadavere: gesti paralleli, nei quali si esprimeva la fedelt a una duplice e indissolubile tradizione.
Certo, eran queste anzitutto idee del mondo ecclesiastico: almeno in origine. Non  certo che guerrieri passabilmente incolti, come un Ottone I o un Corrado II, siano mai stati pienamente permeabili a esse. Ma gli ecclesiastici che attorniavano e consigliavano i re e, talvolta, ne dirigevano l'educazione, non restavano senza influsso sui loro atti. Poich era giovine, colto, di temperamento mistico, nato nella porpora e aveva ricevuto le lezioni d'una principessa bizantina(359), sua madre, Ottone III si abbandon a tutte le ebrezze del sogno imperiale. "Romano, trionfatore dei Sssoni, trionfatore degli Italiani, servo degli Apostoli, per dono di Dio augusto imperatore dell'Orbe":  credibile che il notaro che, all'inizio di uno dei suoi diplomi, ne snocciolava cos i titoli, fosse, in precedenza, sicuro dell'assenso del suo signore. Le espressioni di "rettore del mondo", "signore dei signori del mondo", tornano, un po' pi di un secolo dopo, sotto la penna dello storiografo ufficiale del primo dei Sal(360).
Solo che, a ben guardare, tale ideologia era un contesto di contraddizioni. Nulla di pi allettante, a primo aspetto, come lasciarsi trattare, alla stregua di Ottone I, da successore del grande Costantino; ma la falsa Donazione, che la Curia aveva messo sotto il nome dell'autore della "pace della Chiesa" e con la quale egli avrebbe ceduto al papa l'Italia, anzi l'Occidente tutto intero, era, per il potere imperiale, talmente molesta che, nell'ambiente di Ottone III, si giunse a metterne in dubbio l'autenticit: lo spirito di partito aveva destato il senso critico! Facendosi, dopo Ottone I, consacrare di preferenza ad Aquisgrana, i re tedeschi volevan significare che si consideravano gli eredi legittimi di Carlo Magno. Pure, in quella Sassonia, donde era uscita la dinastia regnante, il ricordo della guerra atroce condottavi dal conquistatore franco aveva lasciato - lo sappiamo dalla storiografia - lunghi rancori. L'Impero romano viveva davvero ancora? Tra gli ecclesiastici lo si affermava ancora, anche perch l'interpretazione comunemente data all'Apocalisse obbligava a vedere in esso l'ultimo dei quattro imperi prima della fine del mondo. Tuttavia, altri scrittori dubitavano di tale perennit: a loro avviso, la spartizione di Verdun aveva segnato nella storia l'inizio d'un periodo nuovo. Infine, quei Sssoni, Franchi, Bvari o Svevi - imperatori o grandi signori dell'Impero - che volevano procedere sulle orme dei Romani di un tempo, si sentivano, in realt, rispetto ai Romani contemporanei, anime di stranieri e di vincitori: non li amavano n li stimavano, e ne erano a loro volta ardentemente detestati. Dalle due parti, si arrivava alle peggiori violenze. Il caso di Ottone III, veramente Romano di cuore, fu eccezionale e il suo regno termin nella tragedia di un sogno deluso. Egli mor lontano da Roma, donde lo aveva cacciato la rivolta, mentre, tra i Tedeschi, lo si accusava d'aver negletto, per l'Italia, "la terra nativa, la dilettosa Germania".
Quanto alle pretese alla monarchia universale, esse mancavano evidentemente di ogni appoggio materiale da parte di sovrani che - per non parlare di difficolt pi gravi - una rivolta dei Romani o della gente di Tivoli, un castello tenuto, a un punto di passaggio, da un signore ribelle, e la cattiva volont delle loro truppe impedivano troppo spesso di governare efficacemente i loro stati. Di fatto, sino a Federico Barbarossa (salito al trono nel 1152), sembra che non abbiano sorpassato l'ambito delle formule di cancelleria. Non risulta che, nel corso dei numerosi interventi dei primi imperatori sssoni nella Francia occidentale, esse siano mai state fatte valere. O, per lo meno, quelle immense ambizioni non cercavano allora di manifestarsi che per via indiretta. Signore supremo di Roma, e quindi "avvocato" di san Pietro, vale a dire suo difensore, erede soprattutto dei diritti tradizionali esercitati nei confronti del Papato dagli imperatori bizantini e dai primi Carolingi, guardiano infine della fede cristiana dovunque si estendesse la sua dominazione, reale o pretesa, l'imperatore sssone o salico non aveva, ai propri occhi, pi alta missione, n pi strettamente aderente alla sua dignit di quella di proteggere, riformare e dirigere la Chiesa romana. Come diceva un vescovo di Vercelli, "il papa lava i secoli dei loro peccati al riparo della potenza di Cesare"(361). Pi precisamente, questo "Cesare" si considerava in diritto di nominare il sommo pontefice o, per lo meno, di esigere che fosse designato solamente col suo assenso. "Per amore di san Pietro noi abbiamo scelto come papa il nostro precettore, il signore Silvestro, e, con la volont di Dio, lo abbiamo ordinato e istituito papa": cos Ottone III, in uno dei suoi diplomi. In tal modo, poich il papa non era soltanto il vescovo di Roma, ma anche e soprattutto il capo della Chiesa universale - universalis papa, ripete due volte il privilegio concesso da Ottone il Grande alla Santa Sede - l'imperatore si riservava sull'intera cristianit una specie di diritto di controllo, che, realizzato, avrebbe fatto di lui molto pi che un re. In tal modo, altres, era introdotto nell'Impero un germe d'inevitabile discordia tra lo spirituale e il temporale: germe di morte, in verit.




Capitolo terzo
Dai principati territoriali alle castellane

1. I principati territoriali.

La tendenza che spingeva i grandi stati a frazionarsi in formazioni politiche pi ristrette era per s, nell'Occidente, assai antica. L'indocilit delle aristocrazie urbane, talvolta raggruppate in leghe regionali, aveva minacciato l'unit dell'Impero romano declinante quasi nella stessa misura delle ambizioni dei comandanti di esercito. In taluni settori dell'Europa feudale sopravvivevano ancora, simili a testimoni di et altrove tramontate, alcune di queste piccole Romanae oligarchiche. Tale, ad esempio, la "comunit dei Veneti": associazione di borghi fondati nelle lagune dai fuggiaschi della terraferma e il cui nome collettivo, derivato dalla patria d'origine, doveva solo tardivamente fissarsi sull'isola di Rialto - la nostra Venezia -, a poco a poco promossa alla dignit di capitale. Tali altres, nell'Italia meridionale, Napoli e Gaeta. In Sardegna, dinastie di capi indigeni avevano diviso l'isola in "giudicati". Altrove, la formazione delle monarchie barbariche ostacol tale frazionamento; ma si dovette fare pi d'una concessione all'irresistibile pressione delle forze locali. I re merovingi non furono forse costretti a riconoscere ora all'aristocrazia della tale o talaltra contea il diritto di eleggere il conte, ora ai grandi della Borgogna quello di scegliere il loro proprio "maggiordomo"? Talch la costituzione di poteri locali, che avvenne in tutto il continente al crollo dell'Impero carolingio e il cui analogo si ritrova, pi tardi, tra gli Anglo-sssoni, pu sembrare, in un certo senso, un semplice ritorno indietro. Ma l'influsso delle istituzioni pubbliche, assai forti, dell'epoca immediatamente anteriore impresse al fenomeno uno svolgimento originale.
In tutto l'Impero franco, alla base dei principati territoriali, troviamo regolarmente agglomerati di contee. In altri termini - poich il conte carolingio era un funzionario vero e proprio -, i beneficiari dei poteri nuovi possono esser paragonati, senza eccessivo anacronismo, a una specie di super-prefetti, ciascuno dei quali, in pari tempo comandante di eserciti, avesse riunito sotto la propria amministrazione pi dipartimenti. Carlo Magno, si dice, si era fatto una legge di non affidare a nessun conte pi circoscrizioni a un tempo; tuttavia, non  certo che, anche da parte sua, tale savia precauzione sia sempre stata osservata.  certo comunque che, sotto i suoi successori e specialmente dopo la morte di Ludovico il Pio, essa cess del tutto di esserlo. Non urtava soltanto contro la voracit dei magnati; ma le stesse circostanze la rendevano difficilmente applicabile. Avendo le invasioni, al pari delle contese tra re rivali, portato la guerra sin nel cuore del mondo franco, l'istituzione di vasti comandi militari, simili a quelli sempre esistiti alle sue frontiere, s'imponeva un po' dappertutto. Talvolta, essi traevano origine da uno di quei viaggi di ispezione istituiti da Carlo Magno: l'ispettore temporaneo, il missus dominicus, si trasformava in governatore permanente. Tale, tra Senna e Loira, Roberto il Forte o, pi a sud, il capostipite dei conti di Tolosa.
Alla concessione delle contee si aggiungeva d'ordinario quella dei principali monasteri regi del paese. Divenuto il loro protettore, anzi il loro "abate" laico, il grande capo ne ricavava notevoli mezzi in beni e in uomini. Spesso ricco egli stesso di possessi nella provincia, vi acquistava nuovi feudi o nuovi allodi; vi si costituiva, specialmente con l'usurpare l'omaggio dei vassalli regi, un'importante clientela. Incapace di esercitare direttamente la propria autorit su tutti i territori a lui legalmente soggetti, costretto quindi a insediare o ad accettare, in qualcuno di essi, sia dei conti di grado inferiore sia dei visconti (propriamente, "delegati del conte"), egli legava tuttavia a s quei subordinati con i vincoli dell'omaggio vassallatico. Per designare i capi di pi contee, l'uso antico non forniva nessuna etichetta speciale: erano chiamati, e si chiamavano essi stessi, quasi indifferentemente, "arciconti", "conti principali", "marchesi" - ossia, comandanti di una marca, per analogia con i governi delle frontiere che avevano offerto il modello di quelli dell'interno - e, infine, "duchi": vocabolo derivato dalla terminologia romana e merovingia. Ma quest'ultimo vocabolo veniva usato solo nei casi in cui un'unit provinciale o etnica antica servisse di fondamento alla potenza nuova. La moda, lentamente, fece trionfare qui l'uno, l l'altro dei titoli concorrenti o magari, come a Tolosa o in Fiandra, il semplice nome di "conte".
Beninteso, tali costellazioni di poteri acquistarono effettiva stabilit solo dal momento nel quale - assai presto, come sappiamo, nella Francia occidentale, notevolmente pi tardi nell'Impero - invalse l'ereditariet degli "onori" in generale. Sino a quel momento, una morte intempestiva, i mutevoli disegni d'un re, capace per caso di far sentire efficacemente la propria autorit, l'ostilit di potenti o abili vicini, potevano, a ogni istante, mandare in rovina l'edificio. Nella Francia settentrionale, almeno due tentativi di riunioni di contee, da parte di due case diverse, precedettero l'opera che i "marchesi di Fiandra", movendo dalla loro cittadella di Bruges, eran destinati a condurre a compimento. In breve, nel successo come nel fallimento, ebbe certo notevole parte il caso. Ma la sua azione non spiega tutto.
I fondatori dei principati non erano certo sottili geografi; ma compirono un lavoro utile solo l dove la geografia non ostacolava le loro ambizioni: dove seppero unire insieme territori tra i quali le comunicazioni erano sufficientemente facili e tradizionalmente frequenti; l, soprattutto, dove poterono impadronirsi di quei punti di passaggio di cui gi lo studio delle monarchie ci ha mostrato l'importanza: a un tempo, posizioni militari decisive e, grazie ai pedaggi, fonti di bei redditi. Il principato borgognone - minacciato da molte circostanze sfavorevoli - sarebbe forse riuscito a vivere e a prosperare se, da Autun sino alla vallata dell'Ouche, i duchi non avessero tenuto le strade che, attraverso le aspre solitudini dell'altipiano, collegavano la Francia propria al bacino del Rodano? "Smaniava di possedere la cittadella di Digione - scrive, di un pretendente, il monaco Richerio - giustamente opinando che, il giorno in cui possedesse tale piazza, avrebbe potuto assoggettare alle proprie leggi la miglior parte della Borgogna". Padroni degli Appennini, i signori di Canossa non tardarono a estendere, dall'alto dei monti, il loro potere sulle vicine pianure, verso l'Arno come verso il Po.
Spesso, inoltre, l'opera era preparata da antiche consuetudini di vita comune. Non senza ragione, sotto i titoli di molti capi nuovi, fecero la loro ricomparsa vecchi nomi nazionali. A dir vero, dove il gruppo cos designato era troppo vasto, non ne rest, in ultima analisi, che una semplice etichetta, applicata abbastanza arbitrariamente a un frammento del tutto.
Tra le grandi suddivisioni territoriali dello stato franco, che pi di una volta avevano costituito monarchie separate, l'Austrasia era stata assorbita quasi per intero nella Lorena. Invece, il ricordo delle altre tre - l'Aquitania, la Borgogna e la Neustria, che ci si era a poco a poco assuefatti a chiamare "Francia" senz'altro - non era ancora scomparso, verso il 900, dalla memoria degli uomini. Messi a capo di vasti comandi regionali, vari personaggi s'intitolarono dunque duchi degli Aquitani, dei Borgognoni o dei Franchi. La riunione di quei tre principati sembrava talmente che ricoprisse l'intero reame che lo stesso re si diceva talvolta "re dei Franchi, degli Aquitani e dei Borgognoni" e che il robertingio Ugo il Grande, il quale aspirava a tutto dominare, non ritenne di trovare, a tale scopo, mezzo pi sicuro di quello di aggiungere al ducato di Francia, nel quale era succeduto al padre, l'investtura degli altri due: concentrazione troppo grandiosa, del resto, perch potesse durare pi di un istante(362).
Ma, di fatto, i duchi di Francia, divenuti pi tardi i re Capetingi, non esercitarono mai un'autorit effettiva che sulle contee alle loro dirette dipendenze, le quali - poich quelle della bassa Loira erano state usurpate dai loro visconti - si riducevano, verso il 987, a sei od otto circoscrizioni circa, intorno a Parigi e a Orlans. Il nome dell'ex territorio dei Burgundi fu alla fine diviso, nell'et feudale, tra il regno dei Rodolfingi, un grande feudo tenuto da loro ("la contea" di Borgogna, la nostra Franca Contea) e un ducato francese. E quest'ultimo, estendentesi dalla Sane all'Autunois e all'Avallonais, non comprendeva affatto tutti i paesi - per esempio, quelli di Sens e di Troyes - che, nella stessa Francia occidentale, continuavano a esser chiamati "in Borgogna". Il regno di Aquitania si era esteso a nord sino alla Loira; e il centro di gravit del ducato che poi gli succedette rimase a lungo in prossimit di quel fiume. Da Bourges, il duca Guglielmo il Pio dat, nel 910, la carta di fondazione del monastero di Cluny. Ma, essendo poi stato disputato il titolo tra pi casate rivali, quella che alla fine lo conserv non possedette dapprima diritti effettivi che sulle pianure del Poitou e sul versante occidentale del Massiccio Centrale. Poi, verso il 1060, un'eredit fortunata le permise di unire al suo patrimonio primitivo il principato fondato, tra Bordeaux e i Pirenei, da una famiglia di dinasti indigeni, che - essendo stata in passato tale regione occupata in parte da invasori di lingua uskara - avevano assunto il titolo di duchi dei Baschi o Guasconi. Lo stato feudale nato da tale fusione era certamente considerevole; ma lasciava egualmente fuori della propria giurisdizione larghe parti dell'Aquitania originaria.
Altrove, era pi evidente la base etnica: ossia, a parte qualsiasi considerazione razziale, la presenza, come substrato, d'un gruppo dotato d'una certa unit tradizionale di civilt. Attraverso molte traversie, il ducato di Bretagna fu l'erede del "regno" che, col favore dei torbidi dell'Impero carolingio, era stato creato da capi celtici dell'Armorica, riunendo - del pari che i re scotti pi lontano, nel Nord - ai territori di popolazione celtica quelli limitrofi di altra lingua, come le vecchie marche romanze di Rennes e di Nantes. La Normandia era debitrice della sua nascita ai "pirati" scandinavi. In Inghilterra, le antiche divisioni dell'isola, dovute allo stanziamento dei differenti popoli germanici, servirono approssimativamente da quadri ai grandi governi che i re, a partire dal secolo X, presero l'abitudine di costituire a profitto di alcuni magnati. Ma in nessun paese tale caratteristica ebbe maggior risalto che nei ducati della Germania.
Alla loro origine, ritroviamo gli stessi fatti che nella Francia occidentale o nell'Italia: riunione di pi contee in comandi militari; indeterminazione primitiva del titolo. Tuttavia, in Germania, quest'ultimo si fiss molto pi rapidamente e con maggior uniformit. In uno spazio di tempo relativamente breve - dal 905 al 915 circa - sorsero i ducati di Alamannia o Svevia, di Baviera, di Sassonia, di Franconia (diocesi ripuarie della sinistra del Reno e terre di colonizzazione franca sul basso Meno), nonch quello di Lorena, dove il duca non era che il successore sminuito d'un re. I loro nomi sono significativi. Nella "Francia orientale" - che non aveva subito, come la Romnia, la grande crisi delle invasioni - persistevano, sotto l'unit teorica di uno stato recente, le antiche divisioni in nazioni germaniche. I magnati presenziavano all'elezione del re, o se ne astenevano, raggruppati secondo tali affinit etniche. Alimentato dall'uso di consuetudini codificate, peculiari a ciascun popolo e, praticamente, al suo territorio, il sentimento particolaristico si nutriva dei ricordi d'un recente passato. L'Alamannia, la Baviera, la Sassonia erano state successivamente annesse allo stato carolingio solo nella seconda met del secolo VIII; e lo stesso titolo di "duca", ripreso dai principi feudali, riproduceva quello a lungo portato, sotto un'intermittente egemonia franca, dai sovrani ereditari dei due primi paesi. Si osservi, per contrasto, la perfetta esperienza negativa offerta dalla Turingia. Priva di esistenza nazionale indipendente, sin da quando, nel 534, la monarchia indigena era scomparsa, nessun potere ducale durevole riusc ad affermarvisi. Il duca vi era talmente considerato come il capo d'un popolo, piuttosto che come il semplice amministratore d'una circoscrizione provinciale, che l'aristocrazia del ducato pretendeva di eleggerlo e, in Baviera, si fece talvolta riconoscere dai re il diritto di partecipare per lo meno, con il suo assenso, alla sua designazione. Tuttavia, in Germania, la tradizione dello stato carolingio era ancora troppo viva perch i re potessero rinunziare a considerare i personaggi investti di quei grandi governi anzitutto come loro delegati. Essi, come s' visto, si rifiutarono a lungo di riconoscerne l'ereditariet.
Ora, il carattere di funzione pubblica, cos conservato dal potere ducale, si congiunse al sentimento persistente della nazionalit etnica per fare del ducato tedesco del secolo X qualcosa di ben diverso dai principati francesi: qualcosa, se si vuole, di assai meno feudale e, quindi, di assai significativo d'un paese non ancora giunto, nello stesso grado della Francia, a non conoscere, tra i potenti, altra forma efficace di comando e di obbedienza fuor che la relazione vassallatica. Mentre in Francia - nonostante gli sforzi dei primi duchi dei Franchi, degli Aquitani o dei Borgognoni - il duca, il marchese, l'arciconte si ridussero assai rapidamente a non esercitare un effettivo potere che sulle contee di cui erano provvisti personalmente o che tenevano a titolo di feudi, il duca tedesco, pur traendo (com' evidente) gran parte della sua potenza dai propri "onori", rimase il capo di un territorio molto pi vasto di questi ultimi. Accadeva talvolta che, tra i conti le cui circoscrizioni eran comprese nella provincia ducale, certi dovessero l'omaggio direttamente al re; ma essi restavano pur sempre, in qualche misura, subordinati al duca: un po' - per usare, ancora una volta, un paragone troppo manifestamente anacronistico - come, oggi, un viceprefetto, nominato dal potere centrale, resta, ciononostante, il subordinato del prefetto. Il duca convocava alle sue corti solenni tutti i grandi del ducato, ne comandava l'esercito e, incaricato di mantenervi la pace, esercitava in esso un diritto di giustizia, che, nonostante limiti alquanto imprecisi, era tutt'altro che senza forza.
Tuttavia, quei grandi "ducati etnici" - gli Stammesherzogtmer degli storiografi tedeschi - erano minacciati per un verso, dall'alto, dalla monarchia, di cui limitavano singolarmente la potenza; per l'altro, dal basso, da tutte le forze di frazionamento, sempre pi attive in una societ che, allontanandosi dalle sue origini al pari che dal ricordo dei popoli antichi, s'incamminava verso una progressiva feudalizzazione. Talvolta soppressi senz'altro - come, nel 939, la Franconia -, pi spesso frazionati dai re, privati d'ogni autorit sulle principali chiese e sulle contee a queste collegate, essi perdettero progressivamente le loro caratteristiche originarie. Dopo il passaggio alla Casa di Louvain del titolo ducale di Bassa Lorena o Lothier (1106), avvenne che, ottantacinque anni dopo, il suo detentore pretendesse di far valere i propri diritti su tutto l'antico territorio. Gli fu risposto, dalla corte imperiale, che, conforme all'uso debitamente constatato, "egli non aveva ducato che nelle contee da lui stesso tenute o che da lui dipendevano": ci che un cronista contemporaneo tradusse dicendo che i duchi di quella Casa "non avevano mai esercitato la giustizia fuori dei limiti delle loro proprie terre"(363). Impossibile esprimere meglio il nuovo orientamento dell'evoluzione storica. Dei ducati del tipo originario sopravvissero alcuni titoli e, talvolta, qualcosa di pi; ma gli antichi principati qualificati in quel modo non si distinguevano pi dalla folla delle potenze "territoriali" che, approfittando della crescente debolezza della monarchia, si costituirono cos saldamente in Germania nello scorcio del secolo XII e, soprattutto, nel secolo XIII, per dar nascimento, infine, agli stati confederati di cui abbiamo potuto ancora conoscere gli ultimi: organismi politici molto pi simili al tipo francese, giacch anch'essi non erano, insomma, che conglomerati di poteri comitali e di altri poteri di varia natura. Per uno di quegli sbiettamenti del processo evolutivo che ci sono gi familiari, la Germania s'impegnava cos, con circa due secoli di ritardo, nella stessa via da cui la sua vicina dell'Ovest sembrava gi in procinto di uscire.


2. Contee e castellane.

Divenute, prima o poi, ereditarie, le contee, negli stati usciti dall'Impero carolingio, non erano state tutte assorbite dai grandi principati. Certune conservarono a lungo un'esistenza indipendente: tale, per esempio, pur sotto la perpetua minaccia dei suoi vicini angioini o normanni, il Maine, sino al 1110. Ma il giuoco delle divisioni, l'istituzione di numerose immunit e, infine, le usurpazioni, condussero al frazionamento dei diritti comitali: tanto che la differenza tra gli eredi legittimi dei funzionari franchi e i semplici "potenti", abbastanza fortunati o abili da aver raccolto nelle loro mani un gran numero di signorie e di giustizie, si ridusse vieppi all'impiego o all'assenza di un nome, anch'esso, a sua volta, usurpato da certi rappresentanti laici delle chiese (quali gli "avvocati" di Saint-Riquier, diventati conti di Ponthieu) e persino, in Germania, da alcuni ricchi alloderi. A tal punto l'idea dell'ufficio pubblico si eclissava davanti alla constatazione, nuda e cruda, del potere di fatto!
Nell'istituzione o consolidamento di quelle dominazioni, di titolo e di raggio d'azione variabili, risalta una caratteristica comune: l'azione esercitata, come punto di cristallizzazione, dai castelli. "Era potente - dice Oderico Vitale del sire di Montfort - come un uomo che disponeva di forti castelli, guardati da forti guarnigioni". Guardiamoci dal raffigurarci in questo caso semplici magioni fortificate, come quelle di cui si accontentava, lo abbiamo visto, la massa dei cavalieri: le bastiglie dei magnati erano veri e propri campi trincerati. C'era s la torre, a un tempo dimora del signore e ultimo ridotto della difesa; ma, intorno a essa, uno o pi recinti circoscrivevano uno spazio abbastanza vasto, dove si raggruppavano gli edifici riservati sia agli alloggiamenti delle truppe, dei servitori, degli artigiani, sia ai depositi di censi o di provviste. Tale ci appare, gi nel secolo X, il castrum comitale di Warcq-sur-Meuse - tali, due secoli dopo, quelli di Bruges o di Ardres, d'una struttura certo pi perfezionata, ma, nelle linee fondamentali, quasi simili. Le prime di tali cittadelle vennero costruite, dai re o dai capi dei grandi comandi militari, al tempo delle invasioni normanne o ungariche; e mai, in seguito, l'idea che il diritto di fortificazione era, nella sua essenza, una prerogativa della potenza pubblica scomparve interamente. Di et in et, verranno qualificati come illegittimi o, giusta l'espressione anglo-normanna, come "adulterini" i castelli costruiti senza il permesso del re o del principe. Tuttavia, la norma non aveva altra forza effettiva che quella dell'autorit interessata a farla osservare; e solo il consolidamento dei poteri monarchici o territoriali, a partire dal secolo XII, doveva ridarle un contenuto concreto. Fatto ancora pi grave: i re e i principi, impotenti a impedire la costruzione di nuove fortezze, non riuscirono meglio a conservare il controllo di quelle che, dopo aver costruite essi stessi, avevano affidato alla guardia di fedeli, a titolo di feudi. Contro i duchi o i grandi conti, si videro insorgere i loro castellani, anch'essi pronti a trasformarsi da ufficiali o da vassalli in dinasti.
Quei castelli non costituivano solamente, per il signore e talvolta per i suoi sudditi, un rifugio sicuro; ma anche, per l'intero paese circostante, un capoluogo amministrativo e il centro d'una rete di dipendenze. I contadini vi eseguivano le corves di fortificazione e vi portavano i loro censi; i vassalli dei dintorni vi montavano la guardia; e spesso consideravano i loro feudi come dipendenti dallo stesso castello (cos, nel Berry, dalla "grossa torre" d'Issoudun). L si rendeva giustizia: di l partivano tutte le manifestazioni sensibili dell'autorit. Talch in Germania, a partire dallo scorcio del secolo XI, molti conti, ormai incapaci di esercitare i loro diritti di comando sulla totalit d'una circoscrizione irrimediabilmente frazionata, si avvezzarono a sostituire, nel loro titolo, al nome del distretto, del Gau, quello della loro principale fortezza patrimoniale. L'uso di tale designazione si estese qualche volta sino a personaggi ancor pi elevati in dignit: Federico I non trattava forse il duca di Svevia col nome di duca di Staufen(364)? In Francia, press'a poco nello stesso tempo, ci si avvezz a qualificare col nome di "castellania" il territorio di un'alta giustizia. Ma ancor pi rara fu la fortuna d'un castello aquitano, quello di Bourbon-l'Archambault: sebbene i suoi possessori non fossero di rango comitale, esso diede nascimento a un vero e proprio principato territoriale, il cui nome sopravvive in una provincia francese, il Bourbonnais, al pari che nel patronimico di un'illustre famiglia. Le torri e le mura che erano la fonte visibile del potere gli servivano di etichetta, al pari che di giustificazione.


3. Le dominazioni ecclesiastiche.

I Carolingi, seguendo la tradizione romana e merovingia, avevano sempre considerato come normale e desiderabile la partecipazione del vescovo all'amministrazione temporale della sua diocesi, ma a titolo di collaboratore o, talvolta, di sorvegliante del delegato regio, ossia del conte. Le monarchie della prima et feudale si spinsero pi oltre: del vescovo fecero talvolta in pari tempo il conte.
L'evoluzione si comp in due fasi. Pi ancora del resto della diocesi, la citt dove sorgeva la chiesa cattedrale sembrava posta sotto la protezione e l'autorit speciale del suo pastore. Mentre il conte aveva mille occasioni di correre le campagne, il vescovo risiedeva, di preferenza, nella sua citt. Nei giorni di pericolo, mentre i suoi uomini aiutavano a difendere le mura, spesso costruite o riparate a sue spese, e i suoi granai si aprivano per nutrire gli assediati, egli stesso era molte volte condotto dalle circostanze ad assumere il comando. I re - riconoscendogli su questa fortezza urbana e i suoi primi spalti i poteri comitali, ordinariamente congiunti ad altri diritti, quali la moneta o lo stesso possesso della cinta - sanzionavano uno stato di fatto, ritenuto favorevole alla difesa. Tale fu il caso di Langres, dall'887; di Bergamo, senza dubbio, nel 904; di Toul, nel 927; di Spira, nel 946; tanto per citare, per ciascun paese, il pi antico esempio a noi noto. Il conte conservava il governo delle terre circostanti. Tale spartizione fu qualche volta durevole: per secoli, la citt di Tournai ebbe come conte il suo vescovo o il suo capitolo cattedrale; il conte di Fiandra fu conte del Tournaisis. Altrove, si prefer, alla fine, concedere al vescovo l'intero territorio. Cos la concessione della contea di Langres segu, a sessant'anni di distanza, quella del possesso della citt di Langres. Poi, entrata nell'uso questa concessione d'intere contee, ci si avvezz a saltare le fasi intermedie: senza essere mai stati, sembra, conti di Reims, gli arcivescovi divennero, nel 940, conti di Reims e del Rmois.
Sono evidenti le ragioni che spingevano i re a tali concessioni. Essi puntavano su due carte: il Cielo e la Terra. Lass, i santi si felicitavano certamente di vedere i loro servitori a un tempo provvisti di redditi lucrativi e sbarazzati d'incomodi vicini; quaggi, concedere il potere comitale a un vescovo significava affidare il comando a mani considerate pi sicure. Infatti, il prelato, la cui nomina era soggetta al consenso del re - quando non era addirittura opera sua -, che era infine spinto dalla sua cultura e dai suoi interessi specifici verso il partito monarchico, non era forse, tutto ben considerato, nel disordine degli stati feudali, il meno indocile dei funzionari?  significativo che le prime contee affidate dai re tedeschi all'episcopato siano state, lontano dalle citt cattedrali, talune circoscrizioni alpestri, la cui perdita, chiudendo i passaggi montani, avrebbe gravemente compromesso la politica imperiale.
Tuttavia, nata da bisogni dovunque simili, l'istituzione si evolse, a seconda dei paesi, in sensi ben diversi.
Nel regno francese, molti vescovati erano caduti, sin dal secolo X, sotto la dipendenza dei principi territoriali, e financo dei conti: col risultato che un numero abbastanza piccolo di vescovi, situati specialmente nella Francia propria e nella Borgogna, ottennero essi stessi i poteri comitali. Due di essi, per lo meno, a Reims e a Langres, parvero a un certo momento sul punto di costituire veri principati, raggruppando intorno alla circoscrizione centrale, governata direttamente da loro, una costellazione di contee vassalle. Nelle guerre del secolo X, non v' forza militare citata pi sovente, n con maggior rispetto, dei "cavalieri della chiesa di Reims". Ma, chiusi tra i principati laici vicini, vittime d'altronde dell'infedelt dei loro feudatari, quei vasti domini ecclesiastici sembra si siano rapidamente sgretolati. Dal secolo XI, i vescovi-conti, di qualsiasi categoria, non avevano altro ricorso contro le forze nemiche che di stringersi sempre pi alla monarchia.
Fedeli alla tradizione franca, i sovrani tedeschi sembra che abbiano esitato abbastanza a lungo a modificare l'antica organizzazione comitale. Tuttavia, verso la fine del secolo X, le concessioni ai vescovi di contee, e financo di gruppi di contee, cominciarono a moltiplicarsi rapidamente: tanto che, grazie anche a privilegi d'immunit e a ogni specie di concessioni varie, sorsero nel giro di pochi anni importanti potenze territoriali ecclesiastiche. I re, sebbene a malincuore, si erano, evidentemente, convertiti all'idea che, per lottare contro l'accaparramento dei poteri locali da parte di magnati indocili e soprattutto dei duchi, non c'era arma migliore del potere temporale dei prelati.  significativo che tali territori ecclesiastici siano stati specialmente numerosi e forti l dove i ducati erano stati o soppressi, come la Franconia, o, come nell'antica Lorena renana o nella Sassonia occidentale, privati di qualsiasi potere effettivo su parte della loro antica giurisdizione. Tuttavia, i risultati, alla fine, smentirono quei calcoli: la lunga controversia tra papi e imperatori e il trionfo, almeno parziale, della riforma chiesastica fecero s che, a partire dal secolo XII, i vescovi tedeschi si considerarono sempre meno come funzionari della monarchia o, tutt'al pi, come suoi vassalli. In Germania, il principato ecclesiastico fin col prender posto tra i fattori di disunione dello Stato nazionale.
Nell'Italia lombarda, e sia pure in grado minore, in Toscana, la politica imperiale segu dapprima le stesse direttive che in Germania. Ma gli agglomerati di contee in mano d'una stessa chiesa vi furono molto pi rari, e l'evoluzione mise capo a risultati differenti. Dietro il vescovo-conte sorse ben presto un nuovo potere: quello del Comune cittadino. Potere per molti aspetti rivale, ma che seppe, alla fine, utilizzare, a profitto delle proprie ambizioni, le armi foggiate dagli antichi signori della citt. Fu spesso come eredi del vescovo o riparandosi dietro il suo nome che, a partire dal secolo XII, le grandi repubbliche oligarchiche delle citt lombarde affermarono la loro indipendenza ed estesero la loro dominazione sulle campagne vicine.
D'altronde, si peccherebbe di un eccesso di sottigliezza giuridica a voler stabilire, in ogni paese, una distinzione troppo rigorosa tra la chiesa provvista di contee e quella che, priva d'ogni concessione di questa specie, possedeva nondimeno tante signorie immuni, tanti vassalli, contadini, giustiziabili, da figurare, pressoch alla stessa stregua, come una vera potenza territoriale. Il suolo dell'Occidente era dovunque solcato dalle frontiere di quelle grandi "libert" ecclesiastiche. Spesso linee di croci ne segnavano i confini; simili, dice Suger, ad altrettante "colonne d'Ercole", invalicabili dai profani(365). Ci, almeno, in via di principio. In pratica, le cose procedevano abbastanza diversamente. Nel patrimonio dei santi e dei poveri l'aristocrazia laica seppe trovare uno degli alimenti preferiti della sua fame di ricchezza e di potere: per mezzo d'infeudazioni, strappate con la minaccia od ottenute dalla compiacenza di troppo facili amici; qualche volta, per mezzo della pi brutale spoliazione; infine - almeno nei territori dell'antico Impero carolingio - con l'espediente dell'"avvocatura" (avouerie)(366).
Quando la prima legislazione carolingia regolarizz il funzionamento delle immunit, parve necessario provvedere ogni chiesa immune d'un rappresentante laico, incaricato a un tempo di tenere, nella stessa signoria, i placiti autorizzati e di tradurre, davanti al tribunale comitale, i sudditi che, citati a comparirvi, non potevano pi essere direttamente ricercati, sulla terra ormai immune, dagli ufficiali regi. Questa creazione rispondeva a un duplice assunto, conforme, nella sua stessa dualit, agli orientamenti fondamentali di una politica ben consapevole dei propri fini: evitare di distrarre, con obbligazioni profane, i chierici, e specialmente i monaci, dai doveri del loro stato; e, come premio del riconoscimento ufficiale accordato alle giurisdizioni signorili, inserirli in un sistema, regolare e controllato, di giustizie ben definite. Non solo, dunque, ogni chiesa dotata dell'immunit dovette possedere il suo "avvocato" (advocatus) o i suoi avvocati; ma la scelta di esso fu attentamente sorvegliata dall'autorit pubblica. In breve, l'"avvocato" carolingio, pur essendo al servizio del vescovo o del monastero, esercitava, presso di loro, la funzione di una specie di delegato della monarchia.
Il crollo dell'edificio amministrativo costruito da Carlo Magno non provoc la scomparsa dell'istituzione. Ma essa si alter profondamente. Certamente, sin dall'origine, l'"avvocato" era stato remunerato con la concessione di un "beneficio" prelevato sul patrimonio della Chiesa. Quando la nozione di funzione pubblica si ecliss davanti al trionfo dei vincoli di dipendenza personale, si cess generalmente di considerare l'"avvocato" come legato al re, cui non prestava l'omaggio, per non ravvisare pi in lui che il vassallo del vescovo o dei monaci. Da allora, la scelta di esso decise liberamente della sua nomina: per lo meno, sino al momento in cui, assai presto, nonostante alcune riserve di diritto, il suo feudo, come gli altri, divenne, insieme con l'ufficio, praticamente ereditario.
Contemporaneamente, la sua funzione crebbe di dignit e d'importanza. Come giudice, anzitutto. Poich le immunit avevano accaparrato i processi di sangue, l'"avvocato", anzich condurre i criminali alla corte comitale, prese a maneggiare egli stesso l'arma temibile dell'alta giustizia. Ma non era unicamente un giudice. In quell'et di torbidi, le chiese avevano bisogno di capi di guerra per condurre i loro uomini al combattimento, sotto il gonfalone del Santo. E, avendo cessato lo Stato di essere un protettore efficace, avevano bisogno di difensori pi a portata di mano per salvaguardare beni costantemente minacciati. Esse credettero di trovare gli uni e gli altri nei rappresentanti laici di cui li aveva provveduti la legislazione del grande imperatore; con ogni verisimiglianza, quei guerrieri professionali si fecero, a loro volta, premura di offrire, e magari d'imporre, i loro servigi per compiti che promettevano d'essere ricchi d'onore e di profitti. Donde un vero e proprio spostamento del centro di gravit della carica. Quando i testi si sforzano di definire la natura dell'"avvocatura" o di giustificare le remunerazioni chieste dall'"avvocato", essi mettono sempre pi l'accento sull'idea di protezione. Contemporaneamente, anche il reclutamento si modific. L'"avvocato" carolingio era stato, in ultima analisi, un funzionario piuttosto modesto; nel secolo X, i primi tra i "potenti", gli stessi membri delle stirpi comitali, non sdegnavano pi un titolo che, in passato, sarebbe loro sembrato ben inferiore a loro.
Tuttavia, lo sgretolamento, che fu allora la sorte comune di tanti diritti, non risparmi nemmeno questo. La legislazione carolingia prevedeva, sembra, per gl'istituti dotati di vasti territori, la presenza d'un "avvocato" per contea; ma il loro numero non tard a moltiplicarsi. A dir vero, nella Germania e nella Lotaringia - dove l'istituzione meno si allontan dal suo carattere originario - quegli "avvocati" locali, frequentemente chiamati "vice-avvocati", rimasero, in via di principio, i delegati e, d'ordinario, i vassalli sia dell'"avvocato" generale della chiesa, sia dell'uno o dell'altro dei due o tre "avvocati" generali tra cui questa aveva diviso i propri beni. In Francia, com'era prevedibile, il frazionamento fu spinto pi oltre: talch non ci fu, in ultima istanza, terra o gruppo di terre un po' importante che non avesse allora il suo speciale "difensore", reclutato tra i medi potentati della zona. Tuttavia, anche in Francia, il personaggio, ordinariamente situato pi in alto, cui spettava la guardia del vescovato o del monastero, come tali, superava di molto, per redditi e potenza, il livello dei piccoli protettori locali. Accadeva, d'altronde, che tale magnate, oltre che l'"avvocato" della comunit religiosa, ne fosse il "proprietario" - ossia, anzitutto, che ne designasse l'abate - e magari che, sebbene laico, portasse il titolo di "abate": confusione di nozioni altamente caratteristiche di un'et sensibile alla forza dei fatti pi che alle sottigliezze giuridiche.
L'"avvocato" non disponeva solamente di feudi spesso assai importanti, connessi alla sua funzione: questa gli permetteva di estendere i propri diritti di comando sin sulle terre della chiesa e di trarne proficui redditi. In Germania, pi che altrove, pur diventando un protettore, era rimasto un giudice; e, profittando del vecchio principio che faceva divieto agli ecclesiastici di versare del sangue, pi d'un Vogt tedesco riusc a monopolizzare quasi interamente, nelle signorie monastiche, l'esercizio dell'alta giustizia. La forza relativa della monarchia e la sua fedelt alla tradizione carolingia contribuirono a facilitare tale usurpazione; perch, sebbene anche in Germania i re avessero dovuto rinunziare a designare gli "avvocati", continuavano per lo meno a dar loro, in via di principio, l'investtura del ban, ossia del diritto coercitivo. Privati di questa delegazione di potere, la quale cos passava direttamente dal sovrano al loro vassallo, come avrebbero potuto gli ecclesiastici erigersi ad alti giustizieri? Era gi molto se riuscivano a conservare la facolt di punire i dipendenti uniti loro da nodi pi stretti: i loro domestici o i loro servi. In Francia, dove tutti i vincoli tra l'autorit regia e gli "avvocati" erano stati tagliati, la partizione delle giurisdizioni avvenne secondo linee pi variabili; e questo disordine, meglio certamente dell'ordine tedesco, giov agli interessi ecclesiastici. Per converso, quante "esazioni" - per parlare come i documenti dell'epoca - imposte dappertutto ai contadini delle chiese dai loro "difensori", reali o pretesi! A dir vero, anche in Francia, dove l'"avvocatura" era caduta nelle mani d'innumerevoli tiranni campagnoli, particolarmente aspri al guadagno, tale protezione non fu mai, forse, cos vana come vorrebbe far credere la storiografia ecclesiastica. Un diploma di Luigi VI - sebbene redatto, con ogni verisimiglianza, in un'abbazia - la riconosce "estremamente necessaria e affatto utile"(367). Ma essa costava incontestabilmente parecchio. Servizio d'aiuto in tutte le sue forme - dalla corve rurale all'alloggio, dal servizio militare ai lavori di fortificazione -, censi in avena, in vino, in polli, in danari, prelevati sui campi e pi ancora (giacch era il villaggio anzitutto a dover essere difeso) sulle capanne: l'elenco di tutto quel che l'ingegnosit degli "avvocati" seppe cavare da contadini di cui non erano i signori diretti sarebbe quasi infinito. In verit - come diceva Suger -, essi li divoravano "a due palmenti"(368).
Il secolo X e la prima met dell'XI furono l'et aurea delle "avvocature"; sul continente, beninteso, giacch l'Inghilterra, rimasta estranea all'organizzazione carolingia, non conobbe mai l'istituzione. Poi la Chiesa, vivificata dalla riforma gregoriana, pass all'offensiva: con accordi, con decisioni di tribunali, con riscatti, grazie anche alle concessioni ottenute gratuitamente dal pentimento o dalla devozione, essa riusc a poco a poco a confinare gli "avvocati" nell'esercizio di diritti rigorosamente definiti e progressivamente ridotti. Senza dubbio, aveva dovuto abbandonar loro larghe fette del suo patrimonio originario; senza dubbio, essi continuarono a esercitare, su pi di una delle sue terre, i poteri giudiziari e a prelevarvi alcuni censi, la cui origine era sempre meno compresa. E, d'altro canto, i contadini non avevano tratto grande profitto dall'opera paziente dei loro signori, giacch il censo riscattato non cessava, per questo, d'esser riscosso: solo, ora veniva pagato al signore vescovo o ai signori monaci, anzich a qualche vicino signorotto. Ma, accettati questi inevitabili sacrifici, la potenza signorile della Chiesa sfuggiva a uno dei pi insidiosi pericoli che mai l'avessero minacciata. Frattanto, i piccoli e modesti dinasti - costretti a rinunziare a risorse in passato indefinitamente aperte e senza le quali pi di una stirpe cavalleresca mai sarebbe potuta uscire dalla sua primiera mediocrit - facevano pi di tutti le spese della riforma. Gli "avvocati" locali, verso la fine della seconda et feudale, eran stati resi quasi tutti inoffensivi. Le "avvocature" generali sopravvivevano. I re e i grandi baroni ne erano sempre stati i principali titolari. E gi le monarchie cominciavano a rivendicare una "tutela" universale su tutte le chiese dei loro stati. Vescovi, capitoli o monasteri avevano osato ripudiare gli onerosi servigi di tanti piccoli difensori perch, per garantire la loro sicurezza, potevano ormai accontentarsi dell'appoggio, ridiventato efficace, dei grandi governi monarchici o principeschi. Ora, anche questa protezione, di qualsiasi nome si ammantasse, aveva dovuto esser comperata con servizi assai onerosi e contribuzioni in denaro il cui peso and sempre crescendo. "Bisogna che le chiese siano ricche - faceva dire, ingenuamente, a Enrico II di Germania un falsario del secolo XII -, perch pi hanno, pi sar loro richiesto"(369). Inalienabili, in teoria, e preservati dalla loro stessa natura dall'eterno pericolo delle divisioni successorie, i domini ecclesiastici erano stati, sin dall'origine, in un mondo mobile, un elemento notevolmente stabile. Appunto perci, dovevano costituire, nell'epoca della concentrazione generale delle forze, uno strumento prezioso nelle mani dei grandi poteri.




Capitolo quarto
Il disordine e la lotta contro il disordine

1. I limiti dei poteri.

Noi parliamo comunemente di "stati feudali". Certo, l'idea di Stato non era estranea al patrimonio mentale dei dotti; i testi usano talvolta la vecchia parola res publica. Oltre ai doveri verso il signore prossimo, la morale politica riconosceva quelli verso questa pi alta autorit. Il cavaliere - diceva Bonizone da Sutri - deve "non risparmiare la propria vita per difendere quella del suo signore, e per lo stato della cosa pubblica combattere sino alla morte"(370). Ma l'immagine cos evocata era assai diversa da quale sarebbe oggi. Aveva soprattutto un contenuto pi povero.
Lungo sarebbe l'elenco delle attivit che a noi appaiono inseparabili dall'idea di Stato e che gli stati feudali ignorarono radicalmente. L'insegnamento apparteneva alla Chiesa; similmente, l'assistenza, la quale si confondeva con la carit. I lavori pubblici erano abbandonati all'iniziativa delle piccole potenze locali: rottura pi di ogni altra sensibile con la tradizione romana, e anche con quella di Carlo Magno. I governi non ricominciarono a nutrire simili preoccupazioni prima del secolo XII e, anche allora, non tanto nelle monarchie quanto in taluni principati di precoce evoluzione: l'Anjou d'Enrico Plantageneto, costruttore degli argini della Loira; la Fiandra, che al suo conte Filippo d'Alsazia and debitrice di alcuni canali. Si dovette aspettare il secolo successivo per vedere re e principi intervenire, come avevan fatto i Carolingi, nel fissare i prezzi e abbozzare, timidamente, una politica economica. A rigore, a partire dalla seconda et feudale, i veri promotori di una legislazione mirante al benessere furono quasi esclusivamente poteri di assai pi modesto raggio d'azione e, per loro natura, del tutto estranei alla feudalit propriamente detta: le citt, preoccupate, si pu dire sin quasi dalla loro costituzione in comunit autonome, di scuole, di ospedali e di regolamenti economici.
Di fatto, il re o il grande barone aveva tre doveri fondamentali, ed essi soltanto: assicurare la salute spirituale del proprio popolo con pie fondazioni e con la protezione data alla vera fede; difenderlo contro i nemici esterni (funzione tutelare cui si aggiungeva, quando era possibile, la conquista, ispirata dal punto d'onore altrettanto che dal desiderio di potenza); far regnare infine la giustizia e la pace interna. Quindi, poich la sua missione gli imponeva anzitutto di combattere gl'invasori o i malvagi, egli guerreggiava, puniva, reprimeva molto pi che amministrasse. Questo suo compito, del resto, era gi abbastanza gravoso.
Infatti, una delle caratteristiche comuni di tutti i poteri era, se non propriamente la loro debolezza, per lo meno l'indole sempre intermittente della loro efficacia; e questa tara appare pi sensibile dove maggiori erano le ambizioni e pi vasto il campo d'azione cui si aspirava. Quando, nel 1127, un duca di Bretagna si confessa incapace di proteggere uno dei suoi monasteri contro i propri cavalieri, non rivela a questo modo che la debolezza d'un mediocre principato territoriale. Ma, tra i sovrani di cui i cronisti proclamano pi altamente la potenza, non ve ne fu uno che non abbia dovuto passare lunghi anni a domare rivolte. Il minimo granello di sabbia basta talvolta a inceppare la macchina. Un piccolo conte ribelle che si fortifica nel proprio rifugio, ed ecco l'imperatore Enrico II immobilizzato per tre mesi(371). Abbiam gi visto le principali ragioni di tale debolezza: lentezza e difficolt dei collegamenti; assenza di riserve monetarie; necessit, per esercitare un'autorit effettiva, di un contatto diretto con gli uomini. Nel 1157 - scrive Ottone di Frisinga, il quale riteneva ingenuamente di vantare cos il suo eroe - Federico Barbarossa "ritorn a nord delle Alpi: con la sua presenza, la pace fu restituita ai Franchi [ossia, ai Tedeschi]; con la sua assenza, venne tolta agli Italiani". Aggiungasi infine la tenace concorrenza dei vincoli personali. In pieno secolo XIII, una raccolta francese di consuetudini riconosceva ancora che c'erano casi nei quali il vassallo ligio di un barone poteva legittimamente far guerra al re, abbracciando la causa del suo signore(372).
Le migliori menti concepivano chiaramente la permanenza dello Stato. A Corrado II di Germania il suo cappellano attribuisce queste parole: "Quando il re muore, il regno rimane come la nave di cui sia morto il capitano". Ma i Pavesi, cui era diretta tale sentenza, erano certamente molto pi vicini all'opinione comune, quando negavano che si potesse imputar loro a crimine la distruzione del palazzo reale: perch - dicevano - era avvenuta durante l'interregno: "Noi abbiamo servito il nostro imperatore finch visse; lui morto, non avevamo pi re". Le persone prudenti non mancavano di farsi confermare dal nuovo sovrano i privilegi ottenuti dal suo predecessore; e, in pieno secolo XII, dei monaci inglesi non temevano di sostenere davanti alla corte regia che un editto, derogante a una vecchia usanza, non doveva aver valore che durante la vita del suo autore(373). In altri termini, si stentava a separare dall'idea astratta del potere l'immagine concreta del capo. Gli stessi re duravan fatica a elevarsi al di sopra d'un sentimento familiare angustamente limitato. Guardate in quali termini Filippo II Augusto, partendo per la crociata, regol l'uso che, ove egli fosse morto durante la spedizione in Terrasanta, doveva esser fatto del suo tesoro: base indispensabile d'ogni potenza monarchica. Se suo figlio gli fosse sopravvissuto, soltanto la met sarebbe stata distribuita in elemosine; per intero, se, invece, il figlio fosse morto prima del padre.
Guardiamoci peraltro dall'immaginare, in diritto non pi che in fatto, un regime di assolutismo personale. Secondo il codice del buon governo allora universalmente ammesso, nessun capo, qualunque fosse, poteva prendere una decisione importante senza prender consiglio. Non certo col popolo; nessuno pensava che dovesse essere interpellato direttamente o nei suoi eletti: non aveva forse, conforme al piano divino, come rappresentanti naturali, i potenti e i ricchi? Il re sollecitava pertanto il consiglio dei suoi principali soggetti e fedeli speciali: della sua corte, insomma, nel senso vassallatico della parola. I pi superbi monarchi non mancavano mai di ricordare nei loro diplomi tale necessaria consultazione. L'imperatore Ottone I non confessava che una legge, la cui promulgazione era prevista da un'assemblea, non aveva potuto esser pubblicata, "a causa dell'assenza di alcuni grandi"(374)? L'applicazione pi o meno rigorosa della regola dipendeva dalla bilancia delle forze; ma non sarebbe stato prudente violarla apertamente. Infatti, i soli ordini che i sudditi d'una condizione un po' elevata si ritenessero obbligati a rispettare veramente erano quelli impartiti, se non sempre col loro consenso, per lo meno alla loro presenza. In quest'incapacit a concepire il vincolo politico altrimenti che sotto l'aspetto di un rapporto diretto, dobbiamo riconoscere, ancora una volta, una delle cause profonde del frazionamento feudale.


2. La violenza e l'aspirazione verso la pace.

Un quadro della societ feudale, specialmente nella sua prima et, si condannerebbe a non dare della realt che un'immagine ben infedele se, preoccupato soltanto degli istituti giuridici, dimenticasse che l'uomo viveva allora in uno stato di perenne e dolorosa insicurezza. Non era, come oggi, l'angoscia del pericolo atroce, ma collettivo e intermittente, inerente a un mondo di nazioni in armi; e neppure - o, per lo meno, non in maniera dominante - il timore delle forze economiche che maciullano l'umile o lo sventurato. La minaccia, quotidiana, pesava su ogni destino individuale: colpiva, al pari dei beni, la stessa carne. Del resto, non c' pagina della nostra analisi su cui non abbiam visto profilarsi le ombre della guerra, dell'omicidio, dell'abuso della forza. Alcune parole basteranno ora a ricapitolare le cause che fecero della violenza il vero segno distintivo di un'epoca e d'un sistema sociale.
"Quando, scomparso l'Impero romano dei Franchi, diversi re prenderanno posto sul trono augusto, ogni uomo non si affider pi che alla spada": cos, sotto veste di profezia, parlava, verso la met del secolo IX, un chierico di Ravenna, il quale aveva visto e deplorato il fallimento del gran sogno imperiale carolingio(375). I contemporanei ne ebbero dunque chiara coscienza: la debolezza degli stati, effetto essa stessa, in larga misura, d'invincibili abitudini di disordine, aveva a sua volta favorito lo scatenarsi del male. Similmente, le invasioni, che, diffondendo dovunque l'omicidio e il saccheggio, cooperarono inoltre, con grande efficacia, a frantumare i vecchi quadri del potere. Ma la violenza aveva altres le sue radici nel pi profondo della struttura sociale e della mentalit dell'epoca.
La violenza era nell'economia: in un'epoca di scambi rari e difficili, quale mezzo pi sicuro per arricchire del bottino o dell'oppressione? Tutta una classe dominatrice e guerriera viveva specialmente di ci; e un monaco poteva freddamente far dire a un signorotto, in una carta: io dono questa terra "libera da qualsiasi censo, esazione o taglia, da qualsiasi corve... e da tutte quelle cose che i cavalieri son usi estorcere con la violenza ai poveri..."(376).
La violenza era nel diritto: a causa del principio consuetudinario che, alla lunga, conduceva a legittimare quasi ogni usurpazione; a causa anche della tradizione saldamente radicata che riconosceva all'individuo o al piccolo gruppo la facolt o imponeva addirittura il dovere di farsi giustizia da s. Responsabile di un'infinit di drammi familiari, la "faida" familiare non era la sola forma di esecuzione personale che mettesse costantemente in pericolo l'ordine pubblico. Quando alla vittima d'un torto materiale, reale o fittizio, le assemblee di pace vietavano di indennizzarsi direttamente, impadronendosi di uno dei beni dell'autore del danno, esse sapevano di colpire cos una delle pi frequenti occasioni di torbidi.
La violenza era, infine, nei costumi: perch gli uomini - mediocremente capaci di reprimere i loro primi impulsi, poco sensibili, sotto l'aspetto nervoso, alla visione del dolore, poco rispettosi della vita, nella quale vedevano solo una condizione transeunte prima dell'eterno - erano, inoltre, proclivi a mettere il loro punto d'onore nella manifestazione quasi animale della forza fisica. "Ogni giorno - scriveva, verso il 1024, il vescovo Burcardo di Worms -, omicid degni di bestie selvatiche vengono commessi tra i dipendenti di San Pietro. Ci si balza addosso per ubriachezza, per orgoglio o senza ragione alcuna. Nel corso di un anno, trentacinque servi di San Pietro, assolutamente innocenti, sono stati uccisi da altri servi della Chiesa; e gli assassini, anzich pentirsi, si gloriano del loro crimine". Quasi un secolo dopo, una cronica inglese, lodando la grande pace stabilita nel suo reame da Guglielmo il Conquistatore, non riteneva di poterne esprimere meglio la pienezza che con queste due caratteristiche: nessun uomo poteva metterne a morte un altro, qualunque torto ne avesse subito; ognuno poteva percorrere l'Inghilterra, la cintura piena d'oro, senza pericolo(377). Essa scopriva cos ingenuamente la duplice radice dei mali pi comuni: la vendetta, che, secondo le idee del tempo, poteva addurre una giustificazione morale; e il brigantaggio, nella sua crudezza.
Pure, tutti, in fin dei conti, soffrivano di tali brutalit; e i capi, pi di tutti, avevano coscienza dei gravi mali che esse provocavano. Sicch dalle profondit di quell'epoca sconvolta s'innalzava, con tutta la forza di un'aspirazione al pi prezioso e inaccessibile tra i "doni di Dio", un lungo grido di pace. Anzitutto, la pace interna. Per un re, per un principe, non c'era miglior elogio del titolo di "pacifico". Il termine va preso nel suo senso pieno: non chi accetta la pace, ma chi la impone. "La pace sia nel reame": cos si prega il giorno della consacrazione; "Benedetti siano i pacificatori", grida Luigi il Santo. Tale sollecitudine, comune a tutti i poteri, si esprime talvolta in termini d'un commovente candore. Lo stesso re Canuto, di cui un poeta di corte aveva detto: "Tu eri ben giovane, o principe, e gi, via via che avanzavi, si vedevano bruciare le dimore degli uomini", ascoltatelo dire, nelle sue savie leggi; "Noi vogliamo che ogni uomo, al di sopra dei dodici anni, giuri di non mai rubare n di farsi complice d'un ladro"(378). Ma, siccome i grandi poteri temporali erano inefficaci, si vide svilupparsi, in margine alle autorit regolari e sotto l'impulso della Chiesa, uno sforzo spontaneo per l'organizzazione dell'ordine tanto desiderato.


3. Pace e tregua di Dio(379)

Le associazioni di pace nacquero in assemblee di vescovi. Tra gli ecclesiastici, il sentimento della solidariet umana traeva alimento dall'immagine della cristianit concepita come il corpo mistico del Salvatore. "Nessun cristiano uccida un altro cristiano, - dicevano, nel 1054, i vescovi della provincia di Narbonne, - perch  indubbio che uccidere un cristiano significa versare il sangue del Cristo". Nella pratica, la Chiesa sapeva di essere particolarmente vulnerabile. Infine, considerava quale suo dovere specifico di aiutare, insieme con i propri membri, tutti i deboli: quelle miserabiles personae di cui il diritto canonico le affidava la tutela.
Pure, nonostante il carattere ecumenico dell'istituzione-madre e l'appoggio tardivamente concesso dal papato riformato, il movimento fu, in origine, specificamente francese e, pi particolarmente, aquitano. Nato, sembra, verso il 989, presso Poitiers, nel concilio di Charroux, ben presto seguito, dalla Marca Spagnuola sino al Berry o al Rodano, da numerosi sinodi, solo nella seconda decade del secolo XI si propag nella Borgogna e nel Nord del reame. Alcuni prelati del regno di Arles e l'abate di Cluny se ne fecero, nel 1040 e 1041, i propagandisti presso dei vescovi d'Italia: ma, sembra, senza grande successo(380). La Lorena e la Germania non ne furono seriamente toccate che verso la fine del secolo; l'Italia mai. Le differenze della struttura politica spiegano agevolmente le particolarit di tale sviluppo. Quando, nel 1023, i vescovi di Soissons e di Beauvais, avendo costituito un'associazione di pace, invitarono ad aderirvi il loro confratello di Cambrai, questo prelato, al pari di essi suffraganeo della metropoli di Reims - situata in Francia, ma suddita dell'Impero -, rifiut: sarebbe "sconveniente" - disse - che un vescovo s'immischiasse di quel che spetta ai re. Nell'Impero, specialmente nell'episcopato imperiale, l'idea dello Stato era ancora ben viva e lo Stato stesso non appariva completamente incapace di adempiere i suoi compiti. Similmente, nella Castiglia e nel Leon, ci volle, nel 1124, una crisi di successione, la quale aveva notevolmente indebolito la monarchia, per permettere l'introduzione, da parte del gran arcivescovo di Compostella, Diego Gelmirez, di decisioni conciliari prese a imitazione "dei Romani e dei Franchi". In Francia, invece, l'impotenza della monarchia balzava dappertutto agli occhi: specialmente in quegli anarchici paesi del Sud e del Centro, da lungo tempo avvezzi a un'esistenza quasi indipendente; e dove, inoltre, non era riuscito a costituirsi nessun solido principato, quale per esempio la Fiandra o la Normandia. Non restava quindi che o aiutarsi da s o perire nel disordine.
Eliminare tutte le violenze era impossibile; per lo meno, si poteva sperare di metterci dei limiti. Si tent di farlo, in un primo tempo - e fu quel che si chiam propriamente "pace di Dio" - mettendo sotto una speciale salvaguardia certe persone o certi oggetti. L'elenco del concilio di Charroux  ancora assai rudimentale: divieto di penetrare a viva forza nelle chiese o di saccheggiarle, di strappare ai contadini il loro bestiame, di colpire un chierico, purch non armato. Poi, si svilupp e si precis. Tra i protetti per natura, vennero compresi i mercanti: per la prima volta, sembra, nel sinodo del Puy del 990. Si elabor, in forma sempre pi particolareggiata, l'inventario degli atti vietati: per esempio, distruggere un molino, strappare i vigneti, attaccare un uomo che vada in chiesa o ne torni. Rimanevano previste, tuttavia, certe eccezioni. Le une sembravano imposte dalle necessit della guerra: il "giuramento" di Beauvais, nel 1023, autorizzava a uccidere il bestiame dei contadini per nutrire se stessi o la propria scorta. Altre si spiegavano col rispetto delle coercizioni, anzi delle violenze, concepite allora come legittimamente inseparabili da qualsiasi esercizio di comando: "Non spoglier i villani - promettevano, nel 1025, i signori riuniti in assemblea ad Anse, sulla Sane -, non ne uccider le bestie, fuor che sulle mie proprie terre". Altre, infine, erano rese inevitabili da tradizioni giuridiche o morali universalmente rispettate. Esplicitamente o per preterizione, il diritto alla "faida", dopo un omicidio, continuava a essere riservato. Impedire che gl'innocenti e gli umili fossero coinvolti nei conflitti tra i potenti; prevenire la vendetta, quando non avesse altra giustificazione - come afferm il concilio di Narbonne - che una contesa per una terra o un debito; specialmente, mettere un freno al brigantaggio, apparivano gi ambizioni molto elevate.
Ma se c'erano esseri e cose particolarmente rispettabili, non c'erano anche giorni preclusi alla violenza? Gi un capitolare carolingio aveva vietato la faida nei giorni di domenica. Tale prescrizione - ripresa per la prima volta, sembra, nel 1027, da un modesto sinodo diocesano riunito nel Rossiglione, "al prato di Toulonges" (non che l'oscuro capitolare fosse direttamente conosciuto, ma l'idea era viva) e che veniva aggiunta solitamente a quelle dell'altro tipo - ebbe un rapido successo. D'altro canto, ci si rifiut ben presto di accontentarsi di una sola giornata di tregua. Gi, parallelamente al tab domenicale, aveva fatto la sua apparizione quello della Pasqua: questa volta nel Nord, a Beauvais, nel 1023. La "tregua di Dio" - come fu chiamato questo armistizio periodico - fu a poco a poco estesa, oltre che alle grandi feste, ai tre giorni della settimana (a partire dal mercoled sera) che precedono la domenica e che sembrano preparare a essa. Sicch, in definitiva, la guerra disponeva di un tempo minore che la pace. Dacch in questo caso quasi nessuna eccezione era, in via di principio, ammessa, nessuna legge sarebbe stata pi salutare, se, per aver troppo domandato, la regola non fosse rimasta, per lo pi, lettera morta.
I primissimi concili, come quello di Charroux, s'erano limitati a legiferare, nella maniera pi banale, minacciando la sanzione delle pene religiose. Ma, verso il 990, il vescovo del Puy, Guy, avendo radunato i suoi diocesani, cavalieri e villani, in un prato, li preg "d'impegnarsi con giuramento a osservare la pace, a non opprimere le chiese n i poveri nei loro beni, a restituire quel che avevano tolto... Essi rifiutarono". Allora, il prelato fece venire, col favore della notte, delle truppe, raccolte in segreto: "Il mattino, egli si adoper a costringere i recalcitranti a giurare la pace e a dare ostaggi: il che, con l'aiuto di Dio, fu fatto"(381). Tale, secondo la tradizione locale, l'origine, che non si pu dire puramente volontaria, del primo "patto di pace". Altri seguirono, e ben presto non ci fu pi assemblea, occupata a limitare le violenze, che non terminasse con un grande giuramento collettivo di riconciliazione e di buona condotta. In pari tempo, la promessa, ispirata dalle decisioni conciliari, si faceva sempre pi precisa. Talvolta era accompagnata dalla consegna di ostaggi. In quelle unioni giurate, che si sforzavano di associare all'opera pacificatrice l'intero popolo, rappresentato naturalmente, anzitutto, dai suoi capi, piccoli o grandi, fu la vera originalit del movimento delle "paci".
Restava talora da costringere, talaltra da punire coloro che non avevano giurato o, avendolo fatto, non avevan mantenuto i loro impegni: giacch dalle pene spirituali non c'era, com' evidente, da attendere che un'efficacia puramente intermittente. Quanto ai castighi temporali che le assemblee si sforzavano cos di stabilire - specialmente sotto forma d'indennit alle vittime e di ammende -, esse potevano avere qualche efficacia solo se ci fosse un'autorit capace d'imporle.
Sembra che, in un primo tempo, ci si sia affidati ai poteri esistenti. La violazione della pace cadeva sotto la giurisdizione del "signore del paese", debitamente obbligato dal suo giuramento e la cui responsabilit - come risulta dal concilio di Poitiers, nell'anno Mille - poteva esser ravvivata anch'essa dalla consegna di ostaggi. Non significava forse ci un ritorno allo stesso sistema che si era rivelato impotente? Per un'evoluzione quasi fatale, le associazioni giurate, il cui primo assunto era stato quello di legare gli uomini con una vasta promessa di virt, mirarono a trasformarsi in organi d'esecuzione. Forse, qualche volta, per lo meno in Linguadoca, dettero a se stesse giudici speciali, incaricati, in margine delle giurisdizioni ordinarie, di punire i reati contro il buon ordine.  certo, in ogni caso, che molte organizzarono vere e proprie milizie: semplice regolarizzazione, in fondo, del vecchio principio che riconosceva alla comunit minacciata il diritto di combattere i briganti. Anche qui non manc, in origine, la visibile preoccupazione di rispettare le autorit costituite: le forze cui il concilio di Clermont affid la missione di ricondurre alla ragione il colpevole, ove il suo signore non ci riuscisse, erano quelle di altri signori partecipanti al "giuramento" comune. Ma sorsero ben presto leghe d'un tipo nuovo, che esorbitavano risolutamente dai quadri tradizionali. La casualit d'un testo ci ha conservato il ricordo della confederazione istituita nel 1038 dall'arcivescovo di Bourges, Aimon. Al giuramento erano obbligati tutti i diocesani di et superiore ai quindici anni, attraverso i loro curati. Questi ultimi, inalberando le bandiere delle loro chiese, marciavano in testa alle leve parrocchiali. Pi d'un castello fu distrutto e bruciato da quest'esercito popolare sino al giorno in cui, male armato e ridotto (si dice) a montare la propria cavalleria a dorso di somaro, esso si fece massacrare, dal sire di Dols, sulle rive dello Cher.
Unioni di tale specie dovevano perci suscitare necessariamente vive ostilit, le quali non si limitavano agli ambienti pi direttamente interessati al perpetuarsi del disordine. C'era in esse, infatti, incontestabilmente, un elemento antitetico alla gerarchia: non solo perch ai signori rapaci opponevano villani, ma anche, e forse soprattutto perch spingevano gli uomini a difendersi da s, invece di attendere la loro protezione dai poteri regolari. Era ancora vicino il tempo nel quale, ai bei giorni dei Carolingi, Carlo Magno aveva vietato le "ghilde" o "confraternite", pur quando avevano come oggetto la repressione del brigantaggio. Quel che, in tali associazioni, indubbiamente sopravviveva delle usanze del paganesimo germanico non era stato l'unico motivo del divieto. Uno Stato il quale cercava di organizzarsi a un tempo sopra l'idea di funzione pubblica e i rapporti di dipendenza personale, utilizzati a vantaggio dell'ordine monarchico, non poteva ammettere che la polizia fosse esercitata da gruppi senza mandato, che i capitolari ci rappresentano gi come composti generalmente di contadini. I baroni e i signori dell'et feudale erano altrettanto gelosi dei loro diritti. Le loro reazioni si manifestarono, con singolare risalto, in un episodio che segn, in Aquitania, come l'ultimo sussulto d'un movimento gi quasi due volte secolare.
Nel 1182, un carpentiere del Puy, ispirato da visioni, fond una confraternita di pace, la quale si diffuse rapidamente in tutti i paesi della Linguadoca, nel Berry e financo nell'Auxerrois. I suoi seguaci avevano come emblema un cappuccio bianco, con una specie di sciarpa, la cui banda anteriore, pendente sul petto, recava, intorno all'immagine della Vergine, la scritta: Agnus Dei, qui tollis peccata mundi, dona nobis pacem. Si diceva che la stessa Madonna, apparsa all'artigiano, gli avesse consegnato l'insegna con la scritta. Qualsiasi "faida" era espressamente vietata dal gruppo. Se uno dei suoi membri commetteva un omicidio, il fratello del morto, se apparteneva anche lui agli incappucciati, dava all'omicida il bacio di pace e, conducendolo nella sua casa, gli dava da mangiare, in segno di perdono. Tali "Pacifici" - cos amavano chiamarsi - non erano per nulla dei tolstoiani: condussero contro i predoni una guerra dura e vittoriosa. Ma queste esecuzioni spontanee non tardarono a suscitare le inquietudini degli ambienti signorili. Con significativa palinodia, lo stesso monaco che, nel 1183, ad Auxerre, aveva colmato di elogi quei bravi servitori dell'ordine, l'anno seguente copriva di fango la loro setta indocile. Secondo un altro cronista, erano accusati di perseguire "la rovina delle istituzioni che ci reggono per la volont di Dio e il ministerio dei potenti di questo mondo". Si aggiunga che le ispirazioni senza controllo di un "illuminato" laico e, come tale, presunto ignorante - si tratti del carpentiere Durand o di Giovanna d'Arco - sono sempre apparse ai custodi della fede, e non senza motivi, gravide di minacce per l'ortodossia. Schiacciati dalle armi associate dei baroni, dei vescovi e dei predoni, i "giurati" del Puy e i loro alleati finirono altrettanto miserabilmente che, un secolo prima, le milizie del Berry.
Tali catastrofi non erano che il sintomo, singolarmente eloquente, di un insuccesso di carattere pi generale. Incapaci di creare, di pianta, la buona polizia e la retta giustizia, senza le quali non era possibile la pace, n i concili n le leghe riuscirono mai a reprimere duramente i disordini. "Il genere umano - scriveva Rodolfo il Glabro - fu simile al cane che ritorna a quel che ha vomitato. La promessa era stata fatta; essa non venne mantenuta". Ma, in altri ambienti e sotto forme diverse, il grande sogno svanito era destinato a lasciare profondi vestigi.
Con spedizioni punitive dirette, le bandiere delle chiese al vento, contro i castelli dei signori dediti al brigantaggio, esord a Le Mans, nel 1070, il movimento comunale francese. E la stessa parola "sante istituzioni", con cui la giovine collettivit di Le Mans designava i propri decreti, rende, per lo storico delle "paci", un suono familiare. Certo, ben altri bisogni, di natura ben diversa, spingevano i borghesi a unirsi insieme. Come dimenticare, tuttavia, che la repressione o la pacificazione delle vendette, tra gli associati, e la lotta, all'esterno, contro il brigantaggio, furono, sin dall'origine, una delle principali giustificazioni dell'"amicizia" urbana, secondo il bel nome che certi gruppi amavano dare a se stessi? Come non ricordare, soprattutto, la filiazione dal patto di pace al patto comunale stabilita da un elemento presente in entrambi, e di cui abbiam gi rilevato l'accento rivoluzionario: il giuramento degli eguali? Ma, a differenza delle grandi confederazioni create sotto gli auspici dei concili e dei prelati, il Comune si limitava a riunire, in una sola citt, uomini legati da una vigorosa solidariet di classe e gi assuefatti a fiancheggiarsi. Tale solidariet fu una delle ragioni della sua forza.
Tuttavia, anche i re e i principi, per vocazione o per interesse, cercavano l'ordine interno. Come potevano, dunque, esitare a mettere a profitto quel movimento, sorto indipendentemente da loro, costituendosi, a loro volta, ciascuno nella propria orbita, secondo il titolo che doveva dare espressamente a se stesso, nel 1226, un conte di Provenza, "grandi pacieri"(382)? Sembra che gi delle famose milizie del Berry l'arcivescovo Aimon avesse cercato di fare, a suo profitto, lo strumento d'una vera e propria sovranit provinciale. In Catalogna, i conti, i quali in un primo tempo si erano limitati a partecipare ai sinodi, non tardarono ad adottarne nelle loro ordinanze le decisioni, non senza dare a queste derivazioni una formulazione per cui la pace della Chiesa si trasformava a poco a poco in pace del principe. Nella Linguadoca e, soprattutto, nelle diocesi del Massiccio Centrale, i progressi della circolazione monetaria nel secolo XII avevano permesso di assicurare alle associazioni di pace finanze regolari: sotto il nome di commun de paix o pezade, veniva riscosso un sussidio destinato, a un tempo, a indennizzare le vittime dei disordini e ad assoldare le spedizioni. I quadri parrocchiali servivano alla riscossione; il vescovo gestiva la cassa. Ma tale contribuzione fu ben presto stornata dal suo scopo primitivo: i magnati - specialmente i conti di Tolosa, padroni o signori feudali di molte contee - obbligarono i vescovi a dividerne i redditi con loro; e gli stessi vescovi ne dimenticarono l'originaria destinazione. In ultima istanza, il grande sforzo di difesa spontanea ebbe, in questo caso, come risultato pi durevole - giacch la pezade dur quanto l'antico regime - di favorire l'istituzione, notevolmente precoce, di un'imposta territoriale.
Tranne Roberto il Pio, il quale radun grandi assemblee per farvi giurare la pace, i Capetingi non sembra si siano preoccupati d'istituzioni che forse consideravano come attentatorie alla loro missione di giustizia. Sotto Luigi VI, le milizie delle parrocchie andarono all'assalto delle fortezze baronali al servizio diretto del re. Quanto alla pace solenne che, nel 1155, il suo successore promulg per dieci anni, per sensibile che fosse in essa l'influsso delle decisioni conciliari usuali, essa aveva, di per s, tutte le caratteristiche d'un atto di autorit monarchica. Invece, nei pi vigorosi principati della Francia settentrionale, nella Normandia e in Fiandra, i principi ritennero in un primo tempo utile associarsi all'opera delle paci giurate. Sin dal 1030, Baldovino IV di Fiandra si un al vescovo di Noyon-Tournai per provocare una vasta promessa collettiva; nel 1047, a Caen, un concilio, forse sotto l'influsso di testi fiamminghi, proclam la tregua di Dio. Niente tregue armate, per; non sarebbero state tollerate e sarebbero sembrate senza scopo. Poi, ben presto, il conte o il duca - quest'ultimo aiutato, in Normandia, da talune tradizioni proprie del diritto scandinavo - si sostituirono alla Chiesa come legislatori, giudici e custodi del buon ordine.
Dove il movimento delle paci ebbe i pi durevoli effetti e, in pari tempo, sub le pi singolari deformazioni, fu nell'Impero. Conosciamo gi le resistenze che vi aveva inizialmente incontrate. Certo, anche li, a partire dall'inizio del secolo XI, si videro i popoli, nel corso di grandi assemblee, invitati alla riconciliazione generale e all'astensione da qualsiasi violenza; ma, pur sempre, in diete regali e per mezzo di decreti regi. Le cose continuarono cos sino al grande conflitto tra Enrico IV e Gregorio VII. Poi, per la prima volta, nel 1082, una tregua di Dio venne proclamata a Liegi da quel vescovo, assistito dai baroni della diocesi. Il luogo e la data meritano egualmente l'attenzione. Pi della Germania propria, la Lotaringia era aperta agli influssi provenienti dall'Occidente. D'altra parte, erano trascorsi appena cinque anni da quando contro Enrico IV si era levato il primo antir. L'atto, dovuto all'iniziativa di un vescovo di parte imperiale, non era affatto diretto contro la monarchia; Enrico IV lo conferm, ma dal fondo dell'Italia. Verso lo stesso tempo, nelle zone della Germania dove l'autorit imperiale non era pi riconosciuta, i baroni sentivano la necessit di unirsi per lottare contro il disordine. La Chiesa e i poteri locali tendevano visibilmente a prendere essi in mano il compito dei re.
Pure, la monarchia imperiale era ancora troppo forte per rinunziare a quell'arma. Sin dal suo ritorno dall'Italia, Enrico IV si diede anche lui a legiferare contro le violenze; e, da allora, per parecchi secoli, gli imperatori o i re promulgarono, di tanto in tanto, "vaste costituzioni di pace" applicabili ora alla tale o alla talaltra provincia, ora, e pi spesso, a tutto quanto l'Impero. Non era un ritorno, puro e semplice, alle usanze antecedenti: trasmesso attraverso la Lorena, l'influsso delle paci francesi aveva insegnato a sostituire, agli ordini generalissimi d'un tempo, un gran lusso di regole vieppi minuziose: a tal punto che nacque, progressivamente, l'abitudine d'inserire in quei testi ogni sorta di prescrizioni, che non avevano pi che una lontana relazione con il loro scopo primitivo. "I Friedesbriefe - dice giustamente una cronaca sveva dei primordi del secolo XIII - sono le sole leggi di cui usino i Tedeschi"(383). Tra le conseguenze del grande sforzo tentato dai concili e dalle associazioni giurate, la meno paradossale non fu quella, dopo aver cooperato in Linguadoca alla rinascita dell'imposta principesca, di aver favorito in Germania la resurrezione della legislazione imperiale.
L'Inghilterra dei secoli X e XI ebbe anch'essa, alla sua guisa, le proprie leghe, le proprie "ghilde" di pace. Gli statuti di quella di Londra, messi per iscritto tra il 930 e il 940, sono uno straordinario documento di una condizione d'insicurezza e di violenza: giustizia sbrigativa, inseguitori lanciati sulle orme dei ladri..., ci si crederebbe tra i pionieri del Far West, ai tempi eroici della "frontiera"! Ma si tratta della polizia puramente laica di una rude comunit, d'un codice penale popolare il cui sanguinoso rigore - un'aggiunta al testo ne fa testimonianza - non mancava di spiacere al re e ai vescovi. Con il nome di "ghilde", il diritto germanico aveva indicato associazioni di uomini liberi costituite al di fuori dei vincoli di parentela e destinate, in una certa misura, a tenerne le veci; un giuramento, delle bevute periodiche accompagnate, nei tempi pagani, da libagioni religiose, talvolta una cassa comune, soprattutto un'obbligazione di aiuto reciproco, ne erano le caratteristiche principali: "Per l'amicizia come per la vendetta, resteremo uniti, qualunque cosa avvenga", dicevano gli statuti londinesi. In Inghilterra, dove i rapporti di dipendenza personale tardarono, molto pi che sul continente, a tutto invadere, tali associazioni - nonch esser vietate, come nello stato carolingio - furono volentieri riconosciute dai re, i quali speravano di servirsene per il mantenimento dell'ordine. Quando la responsabilit del lignaggio o quella del Lord non entravano in funzione, le sostituiva la responsabilit della "ghilda" per i propri membri. Dopo la conquista normanna e l'instaurazione di una forte monarchia, questa riprese alla tradizione anglo-sssone tali pratiche di cauzione reciproca, ma per farne alla fine - sotto il nome di quei frankpledge, di cui abbiamo gi abbozzato la storia - uno degl'ingranaggi del nuovo sistema signorile. Nell'originale evoluzione della societ inglese, che, da un regime nel quale l'azione collettiva dell'uomo libero non era stata completamente abbassata davanti al potere del capo, pass direttamente a una dura monarchia, le istituzioni di pace di tipo francese non trovarono posto.
Sullo stesso continente, alle monarchie e ai principati territoriali era riservato, effettuando l'indispensabile concentrazione delle forze, il compito di dar corpo, finalmente, alle aspirazioni di cui concili e patti avevano per lo meno manifestato l'intenso fervore.




Capitolo quinto
Verso la ricostituzione degli stati: le evoluzioni nazionali

1. Ragioni della concentrazione delle forze.

Nel corso della seconda et feudale, si vide dovunque il potere sugli uomini, sino allora diviso all'estremo, cominciare a concentrarsi in organismi pi vasti: non nuovi sicuramente, ma veramente rinnovati nella loro capacit d'azione. Le eccezioni apparenti, come la Germania, scompaiono, appena si cessi di considerare lo Stato esclusivamente sotto specie monarchica. Un fenomeno cos generale non pu esser stato determinato che da cause egualmente comuni a tutto l'Occidente. Per enumerarle, basterebbe quasi rifare a rovescio il quadro di quelle che prima avevan condotto al frazionamento.
La fine delle invasioni aveva liberato i poteri regi e principeschi da un compito in cui le loro forze si logoravano. In pari tempo, aveva permesso lo straordinario sviluppo demografico attestato, a partire dalla met del secolo XI, dall'incremento degli appoderamenti. L'accresciuta densit della popolazione non rese soltanto pi agevole il mantenimento dell'ordine: favori anche la rinascita delle citt, dell'artigianato e degli scambi. Grazie a una pi intensa e attiva circolazione monetaria, ricomparve l'imposta. E, con essa, i funzionari stipendiati e, in luogo dell'inefficace regime dei servizi ereditariamente contrattuali, gli eserciti assoldati. Certo, anche il medio e piccolo signore trassero profitto dalle trasformazioni dell'economia; ed ebbero, come s' visto, delle "taglie". Ma il re o il principe possedeva, quasi sempre, pi terre e vassalli di chiunque. Inoltre, la natura della sua autorit gli forniva molteplici occasioni di levar tributi, specialmente sopra le chiese e le citt. Il reddito quotidiano di Filippo II Augusto, alla sua morte, eguagliava all'incirca, come ordine di grandezza, la met del reddito annuo posseduto, un po' pi tardi, da una signoria monastica che, pur non essendo tra le pi ricche, disponeva tuttavia di beni assai estesi in una provincia singolarmente prospera(384). Cos lo Stato aveva cominciato, sin da allora, ad acquistare questo elemento essenziale della sua supremazia: una ricchezza incomparabilmente pi considerevole di quella di qualsiasi persona o collettivit privata.
Le modificazioni della mentalit procedettero nello stesso senso. La "rinascita" culturale, iniziatasi alla fine del secolo XI, aveva reso le menti meglio atte a concepire il legame sociale, sempre un po' astratto per natura, ossia la subordinazione dell'individuo alla potenza pubblica. Aveva ravvivato altres il ricordo dei grandi stati monarchici del passato: dell'Impero romano, i cui codici, al pari dei libri di storia, dicevano, sotto principi assoluti, la maestosa grandezza; dell'Impero carolingio, abbellito dal culto della leggenda. Certo, gli uomini abbastanza istruiti per sentire simili influssi rimanevano, proporzionalmente alla massa, una piccolissima minoranza. Ma, in s, tale lite era divenuta molto pi numerosa. Soprattutto l'istruzione aveva fatto progressi, tra i laici, accanto all'alta aristocrazia, sino alla classe cavalleresca. Pi utili della gente di Chiesa, in un'epoca nella quale ogni amministratore doveva essere in pari tempo capo di guerra, meno soggetti all'attrattiva d'interessi estranei alle potenze temporali, rotti infine da gran tempo alla pratica del diritto, quei gentiluomini di mediocre condizione costituiscono, molto prima della borghesia, lo stato maggiore delle monarchie rinnovate: dell'Inghilterra di Enrico II Plantageneto, della Francia di Filippo Augusto e di Luigi il Santo. L'uso, il gusto, la possibilit della scrittura permisero agli stati di costituire quegli archivi amministrativi senza i quali non potrebbe esserci potere veramente continuo. Tabelle dei servizi dovuti dai feudi, contabilit periodica, registri degli atti spediti o ricevuti: altrettanti promemoria, che vediamo sorgere, sin dalla met del secolo XII, nello stato anglo-normanno e nel regno, anche esso normanno, di Sicilia; verso la fine dello stesso secolo o nel corso del successivo, nel regno di Francia e nella maggior parte dei suoi grandi principati. La loro apparizione fu come il segno ammonitore che stava per sorgere una potenza nuova, o almeno riservata sino allora alle grandi chiese e alla curia papale: la burocrazia.
Sebbene tale sviluppo sia stato, nelle sue linee fondamentali, quasi universale, esso segu, a seconda dei paesi, cammini diversi. Qui ci limiteremo a considerare brevemente, a titolo in certo modo sperimentale, tre tipi di Stato.


2. Una monarchia nuova: i Capetingi.

Nei suoi giorni migliori, la monarchia carolingia aveva tratto la propria forza, del resto affatto relativa, dall'applicazione di alcuni principi generali: servizio militare richiesto da parte di tutti i sudditi; preminenza del tribunale regio; subordinazione dei conti, che erano allora veri e propri funzionari; rete di vassalli regi, diffusi dovunque; controllo sulla Chiesa. Verso la fine del secolo X, che mai restava di tutto ci alla monarchia francese? Quasi nulla, in verit. Certo - soprattutto dopo che i duchi robertingi, accedendo alla corona, le avevano recato l'appoggio dei loro fedeli - un numero abbastanza grande di medi e piccoli cavalieri continuavano a prestare l'omaggio direttamente ai re. Ma ormai essi s'incontravano, quasi esclusivamente, in quella parte abbastanza ristretta della Francia settentrionale, dove la dinastia godeva essa stessa di diritti comitali. Altrove, essa non aveva pi - alti baroni a parte - che vassalli mediati: gravissimo inconveniente in un tempo nel quale il signore prossimo era il solo cui ci si sentisse moralmente legati. I conti o capi di pi contee, divenuti cos l'anello intermediario di tante catene vassallatiche, non negavano di tenere le loro dignit dal re; ma la loro carica era divenuta un patrimonio, gravato di obblighi d'un tipo speciale. "Non ho agito contro il re - fa dire un contemporaneo a Oddone di Blois, il quale aveva cercato di togliere a un altro vassallo di Ugo Capete il castello comitale di Melun -; a lui importa ben poco che un feudo lo abbia un uomo o un altro"(385). Beninteso, purch sussistesse la relazione vassallatica. Par di ascoltare un fittavolo: "La mia persona  indifferente, purch l'affitto sia pagato". E, per giunta, tale nolo di fedelt e di servizio era ricompensato ben male!
Per l'esercito, il re era, d'ordinario, ridotto ai suoi piccoli vassalli, ai "cavalieri" delle chiese su cui non aveva perduto ogni potere, alla pedonaglia levata nei suoi villaggi e sulle terre di queste stesse chiese. Qualche volta, alcuni duchi o grandi conti gli conducevano le loro milizie: ma come alleati, pi che come sudditi. Tra coloro che persistevano a portare le loro cause davanti al suo tribunale, troviamo rappresentati quasi esclusivamente gli stessi gruppi sociali: piccoli signori legati dall'omaggio diretto, chiese regie. Se, nel 1023, un magnate, il conte di Blois, fa mostra di sottomettersi al giudizio della corte, egli mette per come condizione che gli siano prima concessi i feudi che facevano precisamente oggetto del litigio. Passati sotto il dominio delle dinastie territoriali, pi dei due terzi dei vescovati - con quattro intere province ecclesiastiche: Rouen, Dol, Bordeaux e Narbonne - sfuggivano totalmente all'autorit regia. A dir vero, quelli che le restavan soggetti erano ancora numerosi. Grazie ad alcuni, essa rimaneva, in qualche misura, presente, con il Puy, sin nel cuore dell'Aquitania o, con Noyon-Tournai, nei paesi di dominazione fiamminga. Ma la maggior parte di quei vescovi regi erano anch'essi concentrati tra la Loira e la frontiera dell'Impero. Tale era parimenti il caso delle abbazie "regie", molte delle quali provenienti dall'eredit dei Robertingi, al tempo in cui i duchi erano cinici accaparratori di monasteri. Tali chiese eran destinate a costituire una delle migliori riserve della monarchia. Pure, i primi Capetingi sembravano troppo deboli perch il loro clero attribuisse molto valore ai privilegi che potevan distribuire. Di Ugo Capeto si conoscono, in dieci anni di regno, solo una dozzina di diplomi; del suo contemporaneo Ottone III di Germania, in meno di vent'anni - i primi dei quali occupati da una minorit - pi di quattrocento.
Questo contrasto tra la debolezza della monarchia nella Francia occidentale e il suo relativo splendore nel grande stato vicino non manc di colpire i contemporanei. Si parlava volentieri, in Lotaringia, dei "costumi indisciplinati" dei Kerlinger, ossia degli abitanti dell'antico regno di Carlo il Calvo(386).  pi facile constatare il contrasto che spiegarlo. Le istituzioni carolinge non avevano avuto, in origine, minor vigore in uno Stato che nell'altro. Probabilmente, la spiegazione va cercata in fenomeni profondi della struttura sociale. Il grande principio motore del frazionamento feudale fu sempre il potere del capo locale o personale sopra piccoli gruppi, sottratti cos a una pi larga autorit. Ora, a parte l'Aquitania, tradizionalmente indocile, le regioni che costituivano propriamente il cuore della monarchia francese erano precisamente quei paesi tra Loira e Mosa dove la signoria rurale risaliva a et quanto mai remote e la commendatio aveva trovato la propria terra d'elezione. In una contrada in cui l'immensa maggioranza dei beni terrieri erano tenures o feudi e dove si giunse di buon'ora a chiamare "libero" non l'uomo senza signore, ma colui al quale restava ancora, come solo privilegio, il diritto di scegliere il suo padrone, non c'era pi posto per uno Stato vero.
Pure, questa stessa rovina dell'antico diritto pubblico doveva alla fine servire il destino della monarchia capetingia. Non che la nuova dinastia si sia mai proposta di romperla con la tradizione carolingia, da cui traeva il meglio della sua forza morale. Ma essa fu costretta a sostituire, ai vecchi organi tarlati dello Stato franco, altri strumenti di potenza. Considerando i conti come loro delegati, i re del passato non avevano immaginato di poter governare nessun territorio importante altrimenti che per il tramite di tali ufficiali. Non risulta che nessuna contea, messa direttamente sotto l'autorit regia, sia stata trovata da Ugo Capeto nell'eredit degli ultimi Carolingi. Al contrario, i Capetingi, usciti da una famiglia la cui grandezza era nata da un'accumulazione di "onori" comitali, continuarono sul trono, in maniera affatto naturale, nella medesima politica.
Non, a dir vero, senza incertezze. I nostri re furono paragonati qualche volta a contadini, riunenti pazientemente insieme campo a campo. Il paragone  doppiamente fallace. Esprime assai male la loro mentalit "di unti del Signore" per giunta sempre pronti a menare grandi colpi di spada e, in ogni tempo - come la classe cavalleresca cui li congiungeva il loro modo di sentire - pericolosamente soggetti ai prestigi dell'avventura. E suppone, nei loro disegni, una continuit che lo storico che li esamini da vicino osserva raramente. Se quel Bouchard di Vendme, creato da Ugo Capeto conte di Parigi, di Corbeil e di Melun, non fosse stato privo d'altro erede diretto che un figlio da gran tempo entrato negli ordini sacri, nel cuore stesso dell'Ile-de-France si sarebbe costituito il pi pericoloso tra i principati territoriali. Lo stesso Enrico I considera ancora, in un diploma, l'infeudazione di Parigi come un'eventualit per nulla inverosimile(387). Visibilmente, si stentava ad affrancarsi dalle usanze carolinge.
Tuttavia, sin dai primordi del secolo XI, una serie di contee furono successivamente acquisite dai re senza che questi v'insediassero nessun conte nuovo. In altri termini, i sovrani, avendo cessato, a ragione, di considerare quei magnati alla stregua di funzionari, esitavano sempre meno a fare essi stessi i loro propri conti. Sulle terre, ereditate dagli avi o annesse di recente, dov'era stato eliminato cos lo schermo d'una potenza intermedia, i soli rappresentanti dell'autorit regia erano personaggi abbastanza modesti, collocati ciascuno a capo d'una circoscrizione abbastanza piccola; e se, in origine, alcuni di quei "prevosti", che la loro stessa mediocrit rendeva poco pericolosi, sembra siano succeduti di padre in figlio nelle loro cariche, i loro padroni non durarono gran fatica, nel corso del secolo XII, a trasformarli quasi tutti in locatari a tempo. Poi, a partire da Filippo Augusto, ecco apparire, a un grado superiore della gerarchia amministrativa, autentici funzionari stipendiati: i "balivi" o "siniscalchi". Dacch, adattandosi alle nuove condizioni sociali, la monarchia francese aveva fondato modestamente il suo potere sul comando diretto di gruppi poco ampi, essa pot, quando le circostanze favorirono la concentrazione delle forze, trarne il principale profitto, a favore delle antichissime idee e sentimenti che continuava a rappresentare.
Tuttavia, essa non fu la sola a beneficiarne. Lo stesso fenomeno si produsse egualmente nei grandi principati territoriali ancora esistenti. Tra il mosaico di contee di cui, da Troyes a Meaux e a Provins, Oddone di Blois, verso il 1022, era riuscito ad appropriarsi, e la Champagne dell'inizio del secolo XIII, col suo diritto successorio fondato sulla primogenitura ed escludente ormai le spartizioni, con le sue circoscrizioni amministrative ben tracciate e i suoi archivi, c'era altrettanta differenza che tra il regno di Roberto il Pio e quello di Luigi VIII. I quadri cos costituiti furono talmente forti che nemmeno l'assorbimento finale da parte della monarchia riusc a spezzarli. I re non tanto unificarono la Francia, quanto l'accozzarono insieme. In Inghilterra, la Magna Charta; nella Francia del 1314-15, le "carte" concesse ai Normanni, ai Bretoni, agli Occitanici, ai Borgognoni, ai Piccardi, agli Champenois, agli Alverniati, alle genti delle "basse marche" dell'Ovest, ai Berrichons, ai Nivernesi. In Inghilterra, il Parlamento; in Francia, gli Stati provinciali, sempre pi frequenti e, in complesso, pi attivi, degli Stati generali. In Inghilterra, la common law, appena venata d'eccezioni regionali; in Francia, l'infinita screziatura delle usanze regionali: altrettanti contrasti destinati a pesare assai duramente sulla nostra evoluzione nazionale. In verit, sembra che, anche dopo aver ricostruito lo Stato, la monarchia francese abbia conservato per sempre il segno d'aver ricavato la sua forza primitiva, molto "feudalmente", da un agglomerato di contee, di castellane, di diritti sulle chiese.


3. Una monarchia arcaicizzante.

Montesquieu - osservando che "la perpetuit dei feudi si stabil in Francia prima che in Germania" - ne adduceva come causa "l'umore flemmatico e, se oso dire, l'immutabilit dello spirito della nazione tedesca"(388). Psicologia indubbiamente avventurosa, anche se la si attenui, come Montesquieu, con un "forse". Ma l'intuizione rimane, singolarmente penetrante. Invece di "umore flemmatico", diciamo modestamente "arcaismo": l'espressione sar quella imposta da qualsiasi studio della societ medievale tedesca, paragonata, anno per anno, con la societ francese. Ora, l'osservazione - vera, come s' visto, per quanto concerne il vassallaggio e il feudo, il regime signorile, l'epopea (cos schiettamente arcaica per i suoi temi leggendari e l'atmosfera pagana del meraviglioso), altrettanto esatta nel campo dell'economia (la "rinascita cittadina", in Germania, ritard di un secolo o due sull'Italia, la Francia e la Fiandra) - conserva tutto il proprio valore anche nei confronti dell'evoluzione dello Stato. Nella Germania, molto meno profondamente e meno uniformemente "feudalizzata" e "signorilizzata" della Francia, la monarchia rimase, molto pi a lungo che in Francia, fedele al tipo carolingio.
Il re governava con l'aiuto di conti, la cui ereditariet si afferm solo lentamente e che, pur dopo averla ottenuta, continuarono a esser considerati come i titolari, pi che d'un feudo, d'una funzione. Pur quando non erano diretti vassalli del sovrano, tenevano tuttavia da lui, al pari degli "avvocati" delle chiese immuni, per una concessione speciale, il loro potere di comandare e di punire, il loro ban. Certo, anche qui la monarchia cozz contro la rivalit dei principati territoriali, e soprattutto di quei ducati di cui abbiam segnalato l'originale struttura. A onta delle divisioni o soppressioni compiute dagli Ottoni, i duchi non cessarono di essere pericolosamente potenti e indocili. Ma contro di loro i re seppero utilizzare la Chiesa, perch, a differenza dei Capetingi, gli eredi tedeschi di Carlo Magno riuscirono a restar padroni di quasi tutti i vescovati del reame. L'abbandono dei vescovati bavaresi che Enrico I dovette acconsentire al duca di Baviera non fu che un provvedimento di congiuntura, ben presto abrogato; la tardiva concessione dei seggi vescovili d'oltre Elba fatta da Federico Barbarossa al duca di Sassonia non interess che un paese di missioni e fu, d'altronde, altrettanto poco duratura; il caso dei piccoli vescovati alpini, affidati all'investtura dell'arcivescovo metropolitano di Salisburgo, costitu un'eccezione senza portata. La cappella reale era il seminario dei prelati imperiali; e fu quel personale di ecclesiastici colti, ambiziosi, esperti dei pubblici affari, a mantenere innanzi tutto la continuit dell'idea monarchica. Vescovati e monasteri regi, dall'Elba alla Mosa, dalle Alpi al mare del Nord, mettevano a disposizione del sovrano i loro "servigi": prestazioni in denaro o in natura: alloggio offerto al principe e al suo seguito; dovere militare, soprattutto. I contingenti delle chiese costituivano la parte pi considerevole e pi stabile dell'esercito regio. Non la sola, per: giacch il re persisteva a rivendicare l'aiuto di tutti i propri sudditi; e, se la leva in massa propriamente detta, l'"appello al paese" (clamor patriae), non aveva effettiva applicazione che sulle frontiere, in caso d'incursioni barbariche, ai duchi e ai conti dell'intero reame incombeva l'obbligo di servire con la loro cavalleria, ed era, di fatto, abbastanza efficacemente adempiuto.
Tuttavia, questo sistema tradizionale non funzion mai perfettamente. Certo, permise i grandi disegni delle "spedizioni romane". Ma appunto perci, favorendo troppo vaste ambizioni, anch'esse anacronistiche, era pericoloso: giacch, all'interno del paese, la struttura statale non era abbastanza forte da sostenere simile peso. Un governo, come quello tedesco, senz'altre imposte che i "servizi" finanziari delle chiese, senza esercito permanente, senza funzionari stipendiati; un governo nomade, il quale non disponeva di convenienti mezzi di comunicazione e che era sentito come fisicamente e moralmente lontano, ben difficilmente poteva ottenere un'obbedienza costante. Non c' regno senza ribellioni.
Cos, sia pure con qualche ritardo e parecchie differenze, l'evoluzione verso il frazionamento dei poteri pubblici in piccoli gruppi di comando fin col travolgere la Germania altrettanto che la Francia. Tra l'altro, la dissoluzione delle contee fin col togliere a poco a poco all'edificio la sua base necessaria. D'altro canto, i re tedeschi, essendo ben di pi che semplici principi territoriali, non si erano procurati nulla che somigliasse al dominio ristretto, ma ben accentrato, dei duchi robertingi, divenuti i re di Francia. Persino il ducato di Sassonia, di cui Enrico I era detentore prima della sua ascesa al trono, fin, se pur ridotto d'estensione, con lo sfuggire alla monarchia. Fu uno dei primi esempi di un'usanza che assunse progressivamente forza di legge. Ogni feudo di dignit, provvisoriamente acquisito alla Corona, per confisca o vacanza, doveva essere quasi subito concesso novamente in beneficio. Questa norma, caratteristica della monarchia imperiale, fu una delle pi essenziali ai suoi progressi. Applicata alla Francia, avrebbe impedito a Filippo Augusto di conservare la Normandia, come, in Germania, una trentina d'anni prima, s'era opposta di fatto all'annessione, da parte di Federico Barbarossa, dei ducati tolti a Enrico il Leone. Certo, solo il secolo XII doveva formularla in tutto il suo rigore, sotto la pressione del baronato. Ma indubbiamente essa traeva origine dal carattere di funzione pubblica tenacemente attribuito, in Germania, agli "onori" comitali e ducali. Poteva un sovrano, senza paradosso, costituirsi suo proprio delegato? Certo, il re tedesco era il signore diretto di numerosi villaggi; aveva i propri vassalli speciali, i propri ministeriales, i propri castelli. Ma tutto ci era disperso su immensi spazi. Tardivamente, Enrico IV comprese il pericolo. A partire dal 1070, egli si sforz di costituirsi, in Sassonia, una vera "Ile-de-France", tutta irta di fortezze. Non ci riusc: perch gi si preparava la grande crisi della lotta con il Papato, destinata a palesare tanti germi di debolezza.
Anche qui, bisogna aver il coraggio di usare la parola "anacronismo". Se, dal conflitto apparentemente banale, che, da alcuni anni, drizzava l'uno contro l'altro Enrico IV di Germania e Gregorio VII, scatur improvvisamente, nel 1076, una guerra implacabile, la causa ne fu il colpo di scena di Worms: la deposizione del papa, decretata, in base a una consultazione d'un concilio di vescovi tedeschi, da un re non ancora scomunicato. Ora, tale gesto non era che frutto di reminiscenze: Ottone I aveva fatto deporre un papa; il padre e predecessore di Enrico IV, Enrico il Nero, tre, d'un colpo solo. Senonch, da allora, il mondo era cambiato. Il Papato, riformato dagli stessi imperatori, aveva riconquistato il proprio prestigio morale; e un grande movimento di risveglio religioso ne faceva il pi alto simbolo dei valori spirituali.
Abbiam gi visto che quel lungo conflitto rovin definitivamente, in Germania, il principio ereditario. Esso fin con l'impegnare i sovrani nel vespaio italiano, rinnovantesi senza posa, e serv da punto di cristallizzazione a tutte le ribellioni; e, soprattutto, intacc gravemente i poteri regi sulla Chiesa. Non che, sino al secolo XIII, i re non abbiano continuato a esercitare sulle nomine episcopali o abbaziali un influsso che, pur variando estremamente a seconda dei regni o dei momenti, rimase nondimeno, nel complesso, assai considerevole. Ma i prelati, investti ormai con lo scettro, simbolo del feudo, cessarono di esser considerati come i detentori d'una funzione pubblica e apparvero come semplici feudatari. Inoltre, l'evoluzione della coscienza religiosa, intaccando l'idea del valore sacro sin allora attribuito alla dignit regia, rese il clero incontestabilmente meno docile a tentativi di dominazione che offendevano in lui un senso pi acuto della preminenza del soprannaturale. Contemporaneamente, le trasformazioni della societ trasformavano in maniera definitiva gli antichi rappresentanti della monarchia, nelle province, in signori ereditari di domini frazionati; diminuivano il numero degli uomini liberi, nel senso primitivo della parola; toglievano infine gran parte del loro carattere pubblico a tribunali via via pi feudalizzati. Certo, nel secolo XII, Federico Barbarossa appariva ancora come un monarca assai potente: mai l'idea imperiale, nutrita da una cultura pi ricca e pi cosciente, si espresse cos fortemente come sotto il suo regno e nel suo ambiente. Ma l'edificio, dalle deboli fondamenta, poco rispondente alle forze del tempo, era gi alla merc di qualsiasi urto un po' violento.
Intanto, altri poteri si preparavano a sorgere sulle rovine sia della monarchia che dei vecchi ducati etnici. Da principati territoriali sino allora privi di salda organizzazione unitaria si videro nascere a poco a poco, dopo la svolta decisiva della fine del secolo XII, stati burocratici, relativamente ben organizzati, soggetti all'imposta, dotati di assemblee rappresentative. I resti del sistema vassallatico vi erano utilizzati a favore del principe, e la Chiesa vi sottostette. Politicamente parlando, non ci fu pi Germania; ma, come si diceva in Francia, "le Germanie". Da una parte, il ritardo, specificamente tedesco, dell'evoluzione sociale; dall'altra, l'avvento, comune all'intera Europa, di condizioni adatte a una concentrazione della potenza politica: l'incontro di queste due catene causali fece s che, in Germania, la concentrazione si effettu a prezzo di una lunga frammentazione dell'antico Stato.


4. La monarchia anglo-normanna: fatti di conquista e sopravvivenze germaniche.

Lo stato anglo-normanno era nato da una duplice conquista: quella della Neustria occidentale da parte di Rollone e quella dell'Inghilterra da parte di Guglielmo il Bastardo. A tale origine and debitore d'una struttura molto pi regolare di quella dei principati costruiti a pezzi e bocconi o delle monarchie onuste d'una lunga e talvolta confusa tradizione. Si aggiunga che la seconda conquista, quella dell'Inghilterra, era avvenuta nello stesso momento in cui il mutamento delle condizioni economiche e spirituali, in tutto l'Occidente, cominciava a favorire la lotta contro il frazionamento.  significativo che, sin quasi dai primordi, tale monarchia, nata da una guerra fortunata, appaia fondata sullo scritto e provvista di buon'ora d'un personale istruito di abitudini burocratiche.
L'Inghilterra anglo-sssone degli ultimi tempi aveva visto costituirsi, per opera dei suoi earls, veri principati territoriali, composti, giusta il modello classico, di agglomerati di contee. La guerra di conquista e le ribellioni posteriori, rudemente domate, facendo scomparire dalla scena i grandi capi indigeni, avevano eliminato, per questa parte, ogni pericolo per l'unit statale. Tuttavia, l'idea che a un re fosse possibile governare direttamente l'intero suo regno era talmente estranea alle menti che Guglielmo I credette necessario creare anche lui comandi di tipo analogo. Per fortuna della monarchia, la stessa infedelt di quei grandi baroni provoc ben presto - a eccezione della contea di Chester, nelle marche gallesi, e del principato ecclesiastico di Durham, in quelle scozzesi - la soppressione delle temibili formazioni politiche cui erano stati preposti. I re continuarono a creare, ogni tanto, dei conti; ma, nelle contee di cui portavano il titolo, quei personaggi si limitavano a ricevere una parte dei redditi della giustizia. Lo stesso esercizio dei poteri giudiziari, leva di truppe, la riscossione dei redditi fiscali spettavano ormai a rappresentanti diretti del re, chiamati, in inglese, sheriffs. Funzionari? Non del tutto. Anzitutto, perch prendevano in appalto la loro carica, pagando al Tesoro una somma fissa (in un tempo nel quale le condizioni economiche ancora non permettevano il salario, tale sistema di appalto era la sola alternativa che si offrisse, quando non si voleva ricorrere all'infeudazione); poi, perch, inizialmente, un numero abbastanza grande di essi riusc a farsi ereditario. Ma questa minacciosa evoluzione fu bruscamente troncata dalla forte mano dei sovrani angioini. Il giorno in cui, nel 1170, Enrico II destitu, d'un sol colpo, tutti gli sceriffi del reame e ne sottopose la gestione a inchiesta, salvo a sostituirne soltanto alcuni, apparve chiaro a tutti che, in tutta l'Inghilterra, il re era padrone di coloro che comandavano in suo nome. Non essendovisi la funzione pubblica pienamente confusa col feudo, l'Inghilterra fu, molto prima di qualsiasi regno del continente, uno Stato veramente unitario.
Eppure, nessun altro Stato fu cos compiutamente feudale. Ma fu tale in guisa che il potere regio ne trasse, in ultima istanza, un sovrappi di prestigio. In quel paese, dove ogni terra era una tenure, il re non era forse, alla lettera, il signore di tutti i signori? In nessun altro paese, soprattutto, fu pi metodicamente praticato il sistema dei feudi militari. Il problema essenziale degli eserciti cos reclutati era, com' noto, di ottenere che i vassalli diretti del re o del principe si facessero accompagnare, al campo, da un numero sufficiente di quei valvassori di cui il grosso delle truppe era di necessit composto. Ora, tale cifra - invece d'esser lasciata, come avvenne tanto spesso altrove, all'arbitrio di una mutevole consuetudine o a pi o meno mal rispettati accordi individuali - fu, gi nel ducato normanno prima, poi, su una scala molto pi vasta, in Inghilterra, fissata in guisa definitiva per ogni  batrona, per lo meno come minimum, dal potere centrale. E, siccome vigeva il principio che quasi tutte le obbligazioni potevan essere sostituite col loro equivalente in numerario, i re, sin dai primi anni del secolo XII, presero l'abitudine di esigere talora dai loro grandi vassalli, invece di soldati, un'imposta, in proporzione del numero di cavalieri o - giusta l'espressione allora corrente - di "scudi", che essi avrebbero dovuto fornire.
Ma quest'organizzazione feudale, mirabilmente congegnata, si associava a tradizioni desunte dal pi remoto passato. Nella forte pace instaurata, sin dall'occupazione delle contee neustriane, dai "duchi dei pirati" come non riconoscere il codice d'un esercito accampato, simile a quelle leggi che lo storico danese Sassone Grammatico attribuisce al re Frode, conquistatore leggendario? Guardiamoci soprattutto dal diminuire eccessivamente l'apporto dell'eredit anglo-sssone. Il giuramento di fedelt chiesto nel 1086 da Guglielmo I a tutti coloro che avevano autorit in Inghilterra, di "qualsiasi signore essi fossero gli uomini", e che due dei suoi successori fecero poi rinnovare - quella promessa che passava sopra a tutti i vincoli vassallatici -, che mai era, in fin dei conti, se non l'antico giuramento dei sudditi, familiare a tutte le monarchie barbariche e gi praticato dai sovrani della dinastia del Wessex, al pari che dai Carolingi? Per debole che fosse apparsa, nei suoi ultimi tempi, la monarchia anglo-sssone, essa aveva saputo per mantenere in vigore, sola tra tutte le sue contemporanee, un'imposta, che, dall'aver servito in origine a pagare un tributo agli invasori danesi, e poi a combatterli, aveva derivato il suo nome di Danegeld. In tale imposizione straordinaria, che sembra attestare nell'isola una circolazione monetaria meno anemica che altrove, i re normanni dovevano trovare uno strumento singolarmente efficace. Infine, la persistenza, in Inghilterra, delle antiche corti di uomini liberi - istituzione tipicamente germanica - favor grandemente la conservazione e, pi tardi, lo sviluppo della giustizia e della potenza amministrativa regie.
La forza di tale monarchia complessa era, del resto, relativa. Anche in essa agivano i fattori di dissociazione. Il servizio dei feudi fu ottenuto sempre meno facilmente, perch il governo, capace di esercitare una certa pressione sui propri vassalli diretti, era assai meno capace di attingere, per il loro tramite, la massa dei piccoli feudatari, spesso recalcitranti. Il baronato fu quasi costantemente indocile. Dal 1135 al 1154, durante le lunghe agitazioni dinastiche del regno di Stefano, la costruzione d'innumeri castelli "adulterini", l'ereditariet riconosciuta a sceriffi riunenti spesso sotto il loro dominio pi contee e insigniti del titolo di "conti", sembrano preannunciare l'irresistibile pressione del frazionamento. Tuttavia, dopo la riforma che contrassegn il regno di Enrico II, i magnati, nelle loro ribellioni, si sforzarono non tanto di scindere il reame quanto di dominarlo. La classe cavalleresca, da parte sua, trovava, nelle corti delle contee, l'occasione di raggrupparsi e di dare a se stessa dei delegati. La potente autorit regale dei conquistatori non aveva annientato tutti gli altri poteri; ma li aveva costretti a operare, magari contro di lei, solo entro l'ambito dello Stato.


5. Le nazionalit.

In qual misura quegli stati erano altres o diventarono nazioni? Al pari di ogni problema di psicologia collettiva, anche questo esige che vengano distinti con cura, non solo i tempi, ma anche gli ambienti.
Non tra gli uomini pi istruiti pot nascere il sentimento nazionale. Tutto quel che sopravviveva di cultura un po' profonda si rifugi, sino al secolo XII, in una frazione del clero. Ora, molte ragioni stornavano tale ceto da posizioni che esso avrebbe trattato volentieri da pregiudizi: l'uso del latino, lingua supernazionale, con le facilit di comunicazione che ne derivavano; il culto, soprattutto, dei grandi ideali di pace, di piet e di unit, che, umanamente, sembravano concretarsi nelle immagini gemelle della Cristianit e dell'Impero. Gerberto, nativo dell'Aquitania ed ex dignitario della chiesa di Reims e, a questo duplice titolo, suddito del re di Francia, non credeva certo di tradire nessun dovere essenziale facendosi, al tempo in cui l'erede di Carlo Magno era un Sssone, "soldato nel campo di Cesare"(389). Per scoprire gli oscuri preludi della nazionalit, dobbiamo volgerci verso ambienti pi incolti e pi proclivi a vivere nel presente; non tanto, certamente, verso le masse popolari, di cui del resto nessun documento ci permette d'indovinare gli stati d'animo, quanto verso le classi cavalleresche e quelle frazioni del mondo ecclesiastico che, dotate di mediocre cultura, si limitavano a riflettere, nei propri scritti, con pi vigoroso accento, le opinioni circostanti.
Per reazione contro la storiografia romantica,  invalsa, tra taluni storici pi recenti, la moda di rifiutare ai primi secoli del Medioevo qualsiasi coscienza di gruppo, nazionale o etnica: dimenticando che, sotto la forma ingenuamente brutale dell'antagonismo contro lo straniero, sentimenti simili non esigono una grande raffinatezza spirituale. Noi sappiamo oggi che essi si manifestarono, all'epoca delle invasioni germaniche, con forza molto maggiore di quanto non credesse, per esempio, il Fustel de Coulanges. Nella sola grande esperienza di conquista offertaci dall'et feudale - quella dell'Inghilterra normanna - li vediamo chiaramente all'opera. Quando l'ultimo figlio di Guglielmo I, Enrico I, ebbe, con gesto per s caratteristico, giudicato abile sposare una principessa(390) uscita dall'antica dinastia del Wessex - dall'"antica linea d'Inghilterra", diceva un monaco di Canterbury -, i cavalieri normanni, per derisione, si compiacquero di bersagliare la coppia regale con motteggi sssoni. Ma, celebrando questo stesso matrimonio mezzo secolo pi tardi, sotto il regno del nipote di Enrico e di Edith, un agiografo scriveva: "Adesso l'Inghilterra ha un re di razza inglese; essa trova nella stessa razza vescovi, abati, baroni, prodi cavalieri, usciti dall'una e dall'altra semenza"(391). La storia di tale assimilazione, che  quella stessa della nazionalit inglese, non pu esser tentata qui, in un quadro troppo ristretto.  al di fuori di ogni fatto di conquista,  nell'ambito dell'antico Impero franco, a nord delle Alpi, che dovremo accontentarci di scrutare la formazione delle entit nazionali: la nascita, per cos dire, della coppia Francia-Germania(392).
Qui la tradizione era, beninteso, l'unit: tradizione, a rigore, relativamente recente e piuttosto superficiale, nella sua applicazione all'Impero carolingio tutt'intero; pi volte secolare, invece, e fondata su di un'effettiva comunanza di civilt, quando si trattava solamente del vecchio regnum Francorum. Per quanto notevoli fossero, negli strati profondi della popolazione, i contrasti di usanze o d'idioma, una stessa aristocrazia e uno stesso clero avevano aiutato i Carolingi a governare, dall'Elba sino all'Atlantico, l'immenso Impero. Quelle grandi famiglie, imparentate tra loro, avevano fornito altres, dopo l'888, alle monarchie o ai principati usciti dallo smembramento dell'Impero i loro capi, nazionali solo in apparenza. Capi franchi si disputarono la corona d'Italia; un Bvaro cinse quella di Borgogna; un Sssone forse d'origine, con Oddone, quella della Francia occidentale. Poich, nei vagabondaggi loro imposti talora dalla politica dei re, distributori degli onori, talaltra dalle loro ambizioni, i magnati trascinavano, al loro seguito, intere clientele, la stessa classe dei vassalli partecipava di tale carattere, per cos dire, superprovinciale. A giusto titolo, gli eventi dell'840-43 avevano dato ai contemporanei il sentimento d'una guerra civile.
Pure, sotto questa unit, sopravviveva il ricordo di pi antichi raggruppamenti: quelli che, nell'Europa divisa, si riaffermarono, in una reciprocit di disprezzo o di odio. Neustriani, dall'alto dell'orgoglio loro ispirato dalla "pi nobile regione del mondo", sempre pronti a trattare da "perfidi" gli Aquitani e da "vigliacchi" i Borgognoni; la "perversit" dei Franchi denunziata a sua volta dagli Aquitani e la "frode" sveva dai Mosani; il fosco quadro della codardia turingia, delle rapine alamanne e dell'avarizia bavarica, dipinto dai Sssoni, tutti belli e che non fuggono mai: non sarebbe difficile ingrossare, con esempi tolti da scrittori susseguentisi dalla fine del secolo IX ai primordi dell'XI, questa ingiuriosa antologia(393). Per ragioni che gi conosciamo, le opposizioni di tal sorta furono, in Germania, singolarmente tenaci. Nonch profittare agli Stati monarchici, ne minacciavano la integrit. Il patriottismo del monaco cronista Vitichindo, sotto Ottone I, non mancava certo di fervore n d'intransigenza; ma era un patriottismo sssone, e non tedesco. Come avvenne allora il passaggio alla coscienza di nazionalit adeguantisi ai nuovi quadri politici?
Impossibile pensare chiaramente una patria anonima. Ora, nulla di pi istruttivo delle difficolt che gli uomini trovavano, a lungo, a denominare i due principali stati ritagliati dalle spartizioni nel regnum Francorum. Tutti e due erano "Francie"; ma gli aggettivi di "orientale" e "occidentale", con cui ci si accontent a lungo di distinguerli, non costituivano per una coscienza nazionale un fondamento molto suggestivo. Quanto ai nomi di "Gallia" e di "Germania", che alcuni scrittori tentarono di buon'ora di far rivivere, essi parlavano soltanto ai dotti e, inoltre, mal si applicavano alle frontiere nuove. I cronisti tedeschi, ricordandosi che Cesare aveva fissato i confini della Gallia sul Reno, designavano volentieri con quel nome le loro province della riva sinistra. Talvolta, sottolineando senz'averne coscienza quel che le delimitazioni avevano in origine avuto di artificiale, ci si aggrappava al ricordo del primo sovrano a profitto del quale il regno era stato diviso: per i loro vicini, Lorenesi o popolazioni situate pi oltre, i Franchi dell'Ovest restavano "gli uomini di Carlo il Calvo" (Kerlinger, Carlenses), allo stesso modo che i Lorenesi restavano gli uomini dell'oscuro Lotario II. La letteratura tedesca rimase a lungo fedele a questa terminologia, probabilmente perch le ripugnava riconoscere al popolo occidentale il monopolio del nome dei Franchi senz'aggettivi o di Francesi - la Chanson de Roland usa ancora indifferentemente i due termini - cui tutti gli stati successori sembrava avessero un diritto legale.
 noto che tale restrizione alla fine si produsse. Al tempo della Chanson de Roland, il cronista lorenese Sigeberto di Gembloux la considerava come generalmente ammessa(394). Come si produsse? , ancor troppo male studiato, il grande enigma del nostro nome nazionale. L'abitudine sembra essere invalsa nel tempo in cui, di fronte al regno dell'Est governato da Sssoni, quello dell'Ovest era ritornato all'autentica dinastia franca: la stirpe carolingia. Essa trov un appoggio nello stesso modo d'intitolarsi dei re. Per contrasto con i propri rivali, i quali, nei loro diplomi si qualificavano puramente col nome di "re", e niente pi, e allo scopo appunto, di significare in maniera evidente la propria dignit di erede di Carlo Magno, Carlo il Semplice, dopo aver riconquistato il trono aveva ripristinato il vecchio titolo di rex Francorum. I suoi successori pur non regnando pi che sulla nostra Francia e anche quando ebbero cessato di appartenere alla vecchia dinastia, continuarono, vieppi generalmente, a insignirsene. Si aggiunga che in Germania la parola "Franchi" conservava, rispetto agli altri gruppi etnici, quasi forzatamente un carattere particolaristico: infatti, serviva di solito a designare le popolazioni delle diocesi ripuarie e della valle del Meno - noi diciamo oggi, della "Franconia" - e un Sssone, per esempio, non avrebbe mai accettato di lasciarsi chiamare cos. Dall'altra parte della frontiera, invece, esso si applicava senza difficolt, se non a tutte le popolazioni del reame, per lo meno agli abitanti di quel paese tra Loira e Mosa, le cui usanze e istituzioni serbavano cos forte l'impronta franca. Infine, la Francia occidentale fin tanto pi facilmente col riservarne a s l'uso, in quanto l'altra Francia stava dandosi un altro nome, uscito da una realt singolarmente sensibile.
Tra gli "uomini di Carlo" e quelli del regno dell'Est stava delineandosi un notevole contrasto: ossia - nonostante le differenze dialettali all'interno di ciascun gruppo - un'antitesi linguistica. Da una parte, i Franchi "romanzi"; dall'altra, i Franchi "thiois". Con quest'ultimo vocabolo, io traduco, conformemente all'uso medievale, l'aggettivo donde  uscito l'attuale deutsch e che allora i chierici, nel loro latino imbottito di reminiscenze classiche, rendevano volentieri, a dispetto dell'etimologia, con "teutone". L'origine  indubbia: la theotisca lingua, della quale parlavano i missionari dell'et carolingia, altro non era, nel senso proprio, che la lingua del popolo (thiuda) contrapposta al latino della Chiesa: fors'anche, la lingua dei pagani, dei "gentili". Ora - siccome, d'altro lato, la parola "Germano", pi dotta che popolare, era sempre stata priva, nella coscienza comune, di radici profonde - l'etichetta, cos creata per designare un modo di esprimersi, ascese assai rapidamente alla dignit d'un nome etnico: "Il popolo che parla thiis", diceva gi, sotto Ludovico il Pio, il prologo di uno dei pi antichi poemi composti in quel linguaggio. Di qui al designare una formazione politica, era breve il passo. L'uso si decise probabilmente a compierlo molto prima che gli scrittori osassero concedere diritto di cittadinanza a un'espressione cos poco conforme alla storiografia tradizionale. Sin dal 920, tuttavia, degli annali salisburghesi menzionano il regno dei Thiois (o Teutoni)(395).
Forse, quest'avventura semantica stupir le persone che, nell'attaccamento ai fatti linguistici, inclinano a scorgere un'effervescenza recente della coscienza nazionale. Eppure, l'uso dell'argomento linguistico da parte dei politici non  di oggi soltanto: nel secolo X, un vescovo lombardo, sdegnandosi delle pretese (storicamente fondatissime) dei Bizantini sulla Puglia, scriveva: "Che questo paese appartenga al regno d'Italia, la lingua degli abitanti ne  la prova"(396). Non solo l'uso di mezzi di espressione comuni rende sempre pi vicini gli uni agli altri gli uomini e rivela, nell'atto stesso in cui ne crea di nuove, le simiglianze delle tradizioni mentali; ma, fatto ancora pi sensibile ad anime ancora rozze, la diversit dei linguaggi alimentava il senso delle differenze, fonte esso stesso di antagonismi. Nel secolo IX, un monaco svevo osservava gi che i "Latini" volgevano in derisione i vocaboli germanici; e da motteggi sui rispettivi idiomi nacque, nel 920, tra le scorte di Carlo il Semplice e di Enrico I l'Uccellatore una rissa tanto sanguinosa da metter termine al convegno tra i due sovrani(397). Similmente, all'interno stesso del regno dell'Ovest, la singolare evoluzione, ancora imperfettamente spiegata, che aveva provocato la formazione nel galloromanzo di due gruppi distinti di idiomi, fece s che, per lunghi secoli, i "Provenzali" o popolazioni della Linguadoca, pur senza possedere menomamente unit politica, avessero chiaramente il sentimento di costituire una collettivit a s. Del pari, durante la seconda crociata, si videro i cavalieri lorenesi, sudditi dell'Impero, accostarsi ai Francesi, di cui capivano e parlavano il linguaggio(398). Nulla di pi assurdo del confondere la lingua con la nazionalit; ma altrettanto assurdo sarebbe negarne la funzione nella cristallizzazione delle coscienze nazionali.
Che queste, nel caso della Francia e della Germania, apparissero gi formate intorno all'anno Mille, i testi non permettono di dubitarne. Durante la prima crociata, Goffredo di Buglione, che, grande signore lotaringio, parlava per sua ventura le due lingue, dur fatica a placare l'ostilit gi - ci dicono - tradizionale tra cavallerie francese e tedesca(399). La "doulce France" della Chanson de Roland  presente a tutti: Francia ancora un po' incerta nei suoi confini, facilmente confusa col gigantesco impero di un Carlo Magno da leggenda, ma il cui cuore stava nondimeno, con ogni evidenza, nel reame capetingio. Da questa patina del ricordo carolingio - l'uso del nome "Francia" favorendo l'assimilazione e la leggenda aiutando, a sua volta, a fissare il nome - l'orgoglio nazionale, in uomini volontieri inebriati di conquiste, riceveva maggior vigore. I Tedeschi, d'altra parte, traevano ragione d'orgoglio dall'esser rimasti il popolo imperiale. Il lealismo monarchico contribuiva ad alimentare tali sentimenti.  significativo che l'espressione di essi manchi quasi del tutto nei poemi epici d'ispirazione puramente baronale, come il ciclo dei Lorenesi. Guardiamoci per dall'immaginare una confusione totale. Il monaco Gilberto - che, sotto Luigi VI, diede alla sua narrazione della crociata il titolo famoso di Gesta Dei per Francos -, pur essendo un ardente patriota, non era che un tepido ammiratore dei Capetingi. La nazionalit si nutriva di apporti pi complessi: comunanza di lingua, di tradizione, di ricordi storici pi o meno ben compresi; senso del destino comune imposto da quadri politici delimitati molto a caso, ma ciascuno dei quali rispondeva tuttavia, nel suo complesso, ad affinit profonde e gi antiche.
Tutto ci, non fu il patriottismo a crearlo. Ma, durante la seconda et feudale, caratterizzata a un tempo dal bisogno degli individui di raggrupparsi in collettivit pi vaste e dalla pi chiara coscienza che, in varie guise, la societ acquist di s, esso fu per cos dire la manifestazione esplicita di quelle realt latenti e, perci stesso, un principio creativo di realt nuove. Gi, in un poema di poco posteriore al Roland, per vantare un cavaliere particolarmente degno di stima vien detto: "Nessun Francese vale pi di lui"(400). L'epoca di cui cerchiamo di ricostruire la storia profonda non vide soltanto costituirsi gli stati: vide anche consolidarsi o costituirsi, se pur votate ancora a molte vicissitudini, le patrie.




Libro terzo II feudalesimo come tipo sociale e la sua azione


Capitolo primo
Il feudalesimo come tipo sociale

1. Feudalesimo o feudalesimi?

Montesquieu considerava l'avvento delle "leggi feudali" in Europa come un fenomeno unico nel suo genere, "un avvenimento accaduto una sola volta nel mondo e che non accadr forse mai pi". Ma Voltaire - meno adusato, certamente, alla precisione delle definizioni giuridiche, ma curioso di pi larghi orizzonti - protest: "Il feudalesimo non  un avvenimento;  una forma antichissima che esiste nei tre quarti del nostro emisfero, con amministrazioni differenti"(401). La scienza, oggi, si  generalmente schierata dalla parte di Voltaire. Feudalit egiziana, achea, cinese, giapponese: altrettante connessioni di parole - e ne passo sotto silenzio alcune - ormai familiari. Agli storici dell'Occidente, non mancano d'ispirare talvolta discrete inquietudini, non potendo essi ignorare la differenza delle definizioni di cui  stato oggetto questo famoso nome, sul suo stesso suolo natale. La base della societ feudale - ha detto Benjamin Gurard -  la terra.  il gruppo personale, ha ribattuto Jacques Flach. Le feudalit esotiche, di cui la storia universale ci appare oggi costellata, sono tali secondo il Gurard oppure secondo il Flach? Contro tali equivoci non c' altro rimedio che riprendere il problema alle radici. Dacch, con ogni evidenza, tante societ, separate dal tempo e dallo spazio, sono state qualificate come "feudali" solo a causa delle loro somiglianze, vere o supposte, con la nostra feudalit, quel che importa anzitutto di chiarire sono le caratteristiche di questo caso tipico, situato come al centro di un vasto sistema di riferimenti: non senza, peraltro, che prima siano stati scartati alcuni usi, manifestamente abusivi, di un'espressione troppo sonora per non aver subito svariate deviazioni.
Nel regime da essi battezzato "feudalesimo", i suoi primi padrini, gi lo sappiamo, scorgevano anzitutto quanto esso aveva di antitetico con uno Stato accentrato. Di qui a qualificare con lo stesso termine qualsiasi frazionamento dei poteri sugli uomini, era breve il passo: tanto pi che alla semplice constatazione d'un fatto si mescolava di solito un giudizio di valore. La sovranit d'uno Stato abbastanza vasto era considerata la regola; e qualsiasi attentato a tale principio appariva come alcunch di anormale. Ci basterebbe da solo a condannare un uso del termine che, d'altronde, non potrebbe generare che un insopportabile caos. Talvolta,  vero, s'intravvede una notazione pi precisa: sin dal 1783, un modesto agente municipale, il sorvegliante del mercato (huilier) di Valenciennes, denunziava come responsabile del rincaro delle derrate "una feudalit di grossi proprietari di campagna"(402). Quanti polemisti, dopo di allora, sono insorti contro i "feudalesimi" bancari o industriali! Il termine - onusto di reminiscenze storiche - sembra destinato, sotto certe penne, a richiamare semplicemente la brutalit del comando: ma spesso anche, in maniera meno elementare, l'idea di un'interferenza dell'attivit economica sulla vita pubblica. Ora,  bens vero che la confusione della ricchezza, allora principalmente terriera, con l'autorit fu una delle caratteristiche salienti del feudalesimo medievale: ma non tanto a causa dei caratteri propriamente feudali di quella societ, quanto perch essa era, in pari tempo, fondata sulla signoria.
Feudalesimo, regime signorile: la confusione, questa volta,  molto pi antica. Si era prodotta inizialmente nell'uso della parola "vassallo". L'impronta aristocratica che questo termine aveva ricevuto da una evoluzione in fondo secondaria non era cos profonda da impedirgli d'esser applicato talvolta, sin dal Medioevo, sia a servi - inizialmente molto simili ai vassalli propriamente detti per la natura personale della loro dipendenza - sia anche a semplici censuari. Quella che era allora solamente una specie di aberrazione semantica, frequente soprattutto in regioni abbastanza incompletamente feudalizzate quali la Guascogna o il Leon, divenne, via via che si eclissava la coscienza del vincolo autenticamente vassallatico, un uso sempre pi generalmente diffuso. " a tutti noto - scriveva, nel 1786, il Perreciot - che i sudditi dei signori sono comunemente chiamati in Francia i loro vassalli"(403). Parallelamente, nonostante la etimologia, si prese l'abitudine di designare col nome di "diritti feudali" gli oneri gravanti sulle tenures contadine: tanto che, annunziando il loro intendimento di distruggere il feudalesimo, gli uomini della Rivoluzione pensavano anzitutto alla signoria rurale! Ma anche qui lo storico ha il dovere di reagire. La signoria - pur essendo un elemento essenziale della societ feudale - era, in se stessa, molto pi antica, e destinata a durare di pi. Una sana nomenclatura esige che le due nozioni restino chiaramente distinte.
Cerchiamo, dunque, di riassumere a grandi linee quel che la storia del feudalesimo europeo ci ha insegnato intorno al feudalesimo propriamente detto.


2. Le caratteristiche fondamentali del feudalesimo europeo.

La cosa pi semplice sarebbe, senza dubbio, cominciare col dire che tale societ non esisteva. Sebbene gli obblighi nati dalla parentela vi fossero concepiti come assai vigorosi, essa non si fondava tutt'intera sul lignaggio. Pi precisamente, i vincoli propriamente feudali avevano ragione d'essere solo perch quelli del sangue non erano sufficienti. D'altra parte, nonostante la persistenza della nozione di un'autorit pubblica, sovrapposta alla folla dei piccoli poteri, il feudalesimo coincise con un profondo indebolimento dello Stato, specialmente nella sua funzione protettrice. Ma la societ feudale non era soltanto diversa sia da una societ fondata sulle parentele sia da una societ dominata dalla forza dello Stato: era nata dopo societ costituite in quel modo e ne serbava l'impronta. I rapporti di dipendenza personale che la caratterizzavano serbavano qualcosa di quella parentela artificiale ch'era stato, per molti aspetti, il primitivo cameratismo (compagnonnage); e, tra i diritti di comando esercitati da tanti piccoli capi, una gran parte figuravano quali spoglie strappate a potenze regali.
Il feudalesimo europeo appare dunque il risultato della brutale dissoluzione di societ pi antiche. Sarebbe, infatti, inintelligibile senza il grande sconvolgimento delle invasioni germaniche, che, forzando a fondersi insieme due societ situate originariamente a stadi differenti dell'evoluzione, frantum i quadri di entrambe e fece tornare alla superficie tante maniere di pensare e abitudini sociali d'un carattere singolarmente primitivo. Esso si costitu in modo definitivo nell'atmosfera delle ultime aggressioni barbariche. Presupponeva un profondo rallentamento della vita di relazione, una circolazione monetaria troppo atrofizzata per permettere una burocrazia stipendiata, una mentalit attaccata al sensibile e al prossimo. Quando tali condizioni cominciarono a cambiare, l'ra del feudalesimo volse verso il suo declino.
La societ feudale fu una societ diseguale, piuttosto che gerarchizzata; di capi, pi che di nobili; di servi, non di schiavi. Se la schiavit non vi avesse esercitato un'azione cos debole, le forme di dipendenza autenticamente feudali, nella loro applicazione alle classi inferiori, non ci sarebbero state. Nel disordine generale, la parte dell'avventuriero era troppo grande, la memoria degli uomini troppo corta, la regolarit dell'ordinamento sociale troppo male assicurata per permettere la rigorosa costituzione di caste regolari.
Pure, il regime feudale presupponeva la rigida soggezione economica di una gran moltitudine di umili ad alcuni potenti. Avendo ereditato dalle et antecedenti la villa gi signorile del mondo romano e la chefferie del villaggio germanico, esso estese e consolid queste forme di sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo; e, congiungendo in inestricabile unit il diritto al reddito del suolo col diritto al comando, ne fece veramente la signoria, a profitto di un'oligarchia di prelati o di monaci, incaricati di render propizio il cielo, e a profitto, soprattutto, di un'oligarchia di guerrieri.
Che, infatti, tra le caratteristiche distintive delle societ feudali ci sia la quasi coincidenza tra la classe dei capi e una classe di guerrieri di professione - i quali servivano nella sola maniera che sembrasse allora efficace, cio come cavalieri armati alla pesante - il pi rapido degli esami comparativi basta a mostrarlo. Lo abbiamo visto: le societ dove sopravvisse un contadiname armato o ignorarono l'organizzazione vassallatica, al pari di quella della signoria, o ne conobbero soltanto forme assai imperfette: cos accadde, ad esempio, nella Scandinavia o nei regni del gruppo asturiano-leonese. Il caso dell'Impero bizantino  forse ancor pi significativo, perch le istituzioni vi portarono l'impronta d'un pensiero direttivo molto pi cosciente. L, dopo la reazione antiaristocratica del secolo VII, un governo, il quale aveva conservato le grandi tradizioni amministrative dell'epoca romana e che era, inoltre, preoccupato dal bisogno di crearsi un solido esercito, cre tenures gravate, nei confronti dello Stato, da obblighi militari: veri e propri feudi, in un certo senso, ma, diversamente che in Occidente, feudi di contadini, costituiti ciascuno da una modesta gestione rurale. I sovrani, da quel momento, non ebbero cura pi preziosa di quella di proteggere quei "beni di soldati", al pari d'altronde che i piccoli proprietari in generale, contro l'accaparramento da parte dei ricchi e dei potenti. Tuttavia, verso la fine del secolo XI, venne il momento in cui l'Impero, sopraffatto dalle condizioni economiche che rendevano sempre pi difficile a contadini indebitati il salvare la loro autonomia, indebolito altres da interni contrasti, cess di esercitare sui liberi campagnoli qualsiasi utile protezione. Non vi perdette soltanto preziosi cespiti fiscali; cadde, contemporaneamente, nelle mani dei magnati, soli capaci, da quel momento, di levare, tra i loro dipendenti, le truppe necessarie.
Nella societ feudale, il legame umano caratteristico fu quello del subordinato a un capo prossimo. Di anello in anello, i nodi cos formati congiungevano, come per mezzo d'altrettante catene indefinitamente ramificate, i pi piccoli ai pi grandi. La stessa terra sembrava una ricchezza cos preziosa soltanto perch permetteva di procurarsi "uomini", ricompensandoli. Vogliamo terre, dicevano, in sostanza, i signori normanni, i quali ricusavano i donativi di gioielli, di armi, di cavalli offerti dal loro duca. E aggiungevano tra loro: "Cos ci sar possibile mantenere numerosi cavalieri, mentre il duca non potr pi farlo"(404).
Restava da creare una modalit di diritti fondiari appropriata alla ricompensa dei servizi e la cui durata si modellasse su quella stessa della devozione. Dalla soluzione che seppe dare a questo problema, la feudalit occidentale trasse una delle sue pi originali caratteristiche. Mentre la gente di servizio raggruppata intorno al principe slavo continuava a ricevere da lui i suoi domini in puro dono, il vassallo franco, dopo alcune incertezze, si vide concedere soltanto feudi, in via di principio vitalizi. Giacch nelle classi pi elevate, distinte dall'onorevole mestiere delle armi, le relazioni di dipendenza avevano avuto, sin dai primordi, la forma di contratti liberamente stipulati tra due uomini, posti l'uno di fronte all'altro. Dalla necessit di questo contatto personale, esse trassero sempre il meglio del loro valore morale. Tuttavia, vari elementi intervennero di buon'ora ad appannare la purezza dell'obbligazione: l'ereditariet, naturale in una societ in cui la famiglia conservava una salda struttura; la usanza dell'"accasamento", che, imposta dalle condizioni economiche, conduceva a gravare pi la terra di servizi che l'uomo di fedelt; infine e soprattutto, la pluralit degli omaggi. La lealt dell'accommendato rimaneva, in molti casi, una grande forza; ma - come cemento sociale per eccellenza, chiamato a unire, dall'alto in basso, i vari gruppi, a prevenire il frazionamento e a frenare il disordine - essa si dimostr decisamente inefficace.
A dir vero, nell'immensa importanza attribuita a quei legami c'era stato, sin dall'inizio, qualcosa di artificiale. La loro generalizzazione fu, nell'et feudale, il retaggio d'uno Stato moribondo - quello dei Carolingi - il quale aveva immaginato di contrapporre allo sgretolamento sociale una delle istituzioni nate da tale sgretolamento. Per s, la gerarchia delle dipendenze non era certo incapace di favorire la coesione dello Stato: basti pensare alla monarchia anglo-normanna. Ma occorreva una autorit centrale assecondata, come in Inghilterra, pi che dalla sola conquista, dalla coincidenza, con questa, di condizioni morali e materiali nuove. Nel secolo IX, la tendenza verso la disgregazione era troppo forte.
Nell'area della civilt occidentale, la carta del feudalesimo presenta larghi vuoti: penisola scandinava, Frisia, Irlanda. Forse,  ancor pi importante rilevare che l'Europa feudale non fu tutta tale nel medesimo grado n con lo stesso ritmo e, soprattutto, che in nessun luogo fu completamente tale. In nessun paese, la popolazione rurale cadde totalmente nei vincoli di una dipendenza personale ed ereditaria. Quasi dovunque, se pur in numero estremamente variabile a seconda delle regioni, sopravvissero allodi, grandi o piccoli. Il concetto dello Stato non scomparve mai in maniera assoluta e, dove conserv maggior forza, degli uomini continuarono a chiamarsi "liberi", nel senso antico della parola, perch dipendevano solamente dal capo del popolo o dai suoi rappresentanti. Gruppi di contadini guerrieri sopravvissero in Normandia, nell'Inghilterra danese, in Ispagna. Il giuramento comune, antitetico al giuramento di subordinazione, visse nelle istituzioni di pace e trionf nei Comuni. Senza dubbio,  nel destino di qualsiasi sistema d'istituzioni umane di non realizzarsi che assai imperfettamente. Nell'economia europea dell'inizio del secolo XX, posta incontestabilmente sotto il segno del capitalismo, pi di un'impresa non continuava forse a sfuggire a questo schema?
Tra la Loira e il Reno e nella Borgogna delle due rive della Sane, uno spazio densamente ombreggiato, che, nel secolo XI, le conquiste normanne allargarono bruscamente verso l'Inghilterra e l'Italia meridionale; tutt'intorno a questo nucleo centrale, dei colori quasi regolarmente degradanti sino a farsi - in Sassonia e, soprattutto, nel Leon e in Castiglia - estremamente radi: cos, all'incirca, si presenta la carta feudale che dianzi cominciavamo a immaginare. Nella zona pi nettamente segnata non  difficile riconoscere le contrade dove l'influsso della regolarizzazione carolingia era stato pi profondo, dove altres la mescolanza, maggiore che altrove, degli elementi romanizzati e di quelli germanici aveva, non v' dubbio, pi completamente sconvolto l'ossatura delle due societ e permesso lo sviluppo di germi singolarmente antichi di signoria terriera e di dipendenza personale.


3. Una sezione attraverso la storia comparata.

Soggezione contadina; in luogo del salario, generalmente impossibile, largo uso della tenure-servizio, che , nel senso preciso, il feudo; supremazia di una classe di guerrieri specializzati; vincoli di obbedienza e di protezione che legano l'uomo all'uomo e, in quella classe guerriera, assumono la forma particolarmente pura del vassallaggio; frazionamento dei poteri, generatore di disordine; e, ciononostante, in mezzo a tutto ci, la sopravvivenza di altri tipi di raggruppamento - parentela e Stato -, quest'ultimo destinato a riprendere, nella seconda et feudale, un vigore nuovo: tali, dunque, sembra siano le caratteristiche fondamentali del feudalesimo europeo. Al pari di tutti i fenomeni rivelati da quella scienza dell'eterno cangiamento che  la storia, la struttura sociale cos caratterizzata rec certamente l'impronta originale di un'epoca e di un ambiente. Pure, allo stesso modo che il clan di filiazione femminile o agnatizia ovvero talune forme di imprese economiche si ritrovano press'a poco simili in civilt molto diverse, non  impossibile, in s, che civilt differenti dalla nostra abbiano attraversato, nel loro svolgimento, uno stadio approssimativamente analogo a quello test definito. In tale caso, esse meriterebbero, durante tale fase, il nome di "feudali". Ma il lavoro di comparazione cos inteso eccede visibilmente le forze d'un solo uomo. Mi limiter quindi a un esempio, suscettibile di suggerire, almeno, l'idea di quel che potrebbe fruttare simile ricerca, se affidata a mani pi sicure. Il compito sar facilitato da eccellenti studi, gi segnati al margine dell'impronta del pi sano metodo comparativo.
Quel che intravvediamo nelle remote lontananze della storia del Giappone  una societ di gruppi consanguinei, o considerati tali. Segue poi, verso la fine del secolo VII della nostra ra, l'instaurazione d'un regime statale, mirante, al pari di quello dei Carolingi, a una specie di patronato morale sui sudditi. Infine, a partire dal secolo XI circa, s'inizia il periodo che usa chiamare "feudale" e il cui avvento, secondo uno schema gi a noi noto, sembra abbia coinciso con un certo rallentamento degli scambi economici. Anche in Giappone, dunque, come in Europa, il "feudalesimo" sarebbe stato preceduto da due strutture sociali differentissime. Similmente, esso, come da noi, conserv profondamente l'impronta di entrambe. La monarchia - pi estranea che in Europa all'edificio puramente feudale, poich le catene di omaggi si arrestavano prima di arrivare all'imperatore - sopravvisse, in via di diritto, come la fonte teorica di qualsiasi potere. E anche in Giappone il frazionamento dei diritti di comando, traenti alimento da antichissime consuetudini, si present ufficialmente come una serie d'interferenze a danno dello Stato.
Al di sopra del contadiname, s'era innalzata una classe di guerrieri di professione: i samurai. Fu nel loro ambiente che si svilupparono, secondo il modello dei rapporti tra seguace d'armi e il suo capo, le dipendenze personali: caratterizzate, sembra, sin dall'origine da un carattere di classe molto pi spiccato che non l'accommendatio europea. Erano, come in Europa, gerarchizzate. Ma il vassallaggio nipponico fu, molto pi del nostro, un atto di sottomissione, e molto meno del nostro un contratto. Fu altres pi rigido, giacch non ammetteva la pluralit dei signori. Per mantenere quei guerrieri, furon distribuite loro tenures, molto somiglianti ai nostri feudi. Talvolta, anzi, come nei nostri feudi di "ripresa", la concessione, meramente fittizia, verteva su terre che in origine erano appartenure al patrimonio del preteso beneficiario. Beninteso, tali guerrieri eran sempre meno disposti a coltivare il suolo: con qualche eccezione, peraltro, giacch, nel Giappone, vi furono sino all'ultimo casi aberranti di "valvassori" contadini. I vassalli vissero, dunque, soprattutto dei censi dei loro dipendenti. Ma la loro massa era troppo grande - molto pi, a quanto pare, che in Europa - per permettere che si costituissero, a loro profitto, vere e proprie signorie, con forti poteri sui sudditi. Se ne formarono solo a favore del baronato e dei templi; ma, alquanto disperse e sprovviste di riserve di sfruttamento dirette, esse ricordano piuttosto le signorie embrionali dell'Inghilterra anglo-sssone che quelle delle regioni veramente "signorilizzate" dell'Occidente. Analogamente, su quel suolo dove le risaie irrigate costituiscono il tipo predominante di coltura, le condizioni tecniche eran troppo diverse da quelle europee perch la soggezione contadina non assumesse, anch'essa, forme affatto peculiari.
Questo schizzo - certamente sin troppo sommario e, nella valutazione dei contrasti tra le due societ, insufficientemente sfumato - permette nondimeno, sembra, una chiara conclusione. Il feudalesimo non fu "un avvenimento accaduto una volta sola nel mondo". Al pari dell'Europa, se pur con inevitabili e profonde differenze, il Giappone attravers tale fase. Altre societ sono egualmente passate per essa? E, in caso affermativo, sotto l'azione di quali cause, forse comuni?  il segreto dei lavori storici futuri. Saremmo contenti se questo libro, proponendo ai ricercatori un questionario, potesse preparare le vie a un'inchiesta che lo sorpassi di molto.




Capitolo secondo
Le propaggini del feudalesimo europeo

1. Sopravvivenze e reviviscenze.

Dalla met del secolo XIII in poi, le societ europee si allontanarono definitivamente dal tipo feudale. Ma un sistema sociale - semplice momento d'un'evoluzione continua nel seno di gruppi dotati di memoria - non pu morire tutt'intero n d'un colpo solo. Il feudalesimo ebbe le sue propaggini.
Il regime signorile, che esso aveva segnato della sua impronta, gli sopravvisse a lungo, attraverso varie vicissitudini, che non sono di nostra competenza. Tuttavia, non si pu far a meno di osservare che, cessando d'essere inserito in tutta una rete d'istituzioni di comando che gli erano strettamente imparentate, esso fin con l'apparire alle popolazioni soggette sempre pi incomprensibile e, quindi, pi odioso. Di tutte le forme di dipendenza all'interno della signoria, la pi autenticamente feudale era stata il servaggio. Profondamente trasformato, divenuto pi terriero che personale, esso sopravvisse, nondimeno, in Francia sino alla vigilia della Rivoluzione. Chi si ricordava allora che, tra i mainmor-tables, ce n'erano certamente di quelli gli antenati dei quali si erano spontaneamente "accommendati" a un difensore? E quel lontano ricordo, se fosse stato conosciuto, avrebbe reso meno gravosa una condizione anacronistica?
Fuorch in Inghilterra - dove la prima rivoluzione del secolo XVII abol qualsiasi distinzione tra i feudi di cavalieri e le altre tenures -, gli obblighi vassallatici o feudali, iscritti nel suolo, durarono quanto il regime signorile, come in Francia, o poco meno: come in Prussia, dove si procedette, nel secolo XVIII, all'"allodiamento" generale dei feudi. Gli stati, soli capaci ormai di utilizzare la gerarchia delle dipendenze, rinunciarono solo con grande lentezza a servirsi dello strumento militare che essa sembrava mettere nelle loro mani. Luigi XIV convoc ancora, pi volte, l'eribanno vassallatico. Ma non si trattava ormai pi, da parte di governi bisognosi di soldati, che d'un'impresa disperata, anzi, a causa del giuoco delle ammende e degli esoneri, d'un espediente fiscale. Tra le caratteristiche del feudo, solo gli obblighi pecuniari gravanti su di esso e le regole speciali della sua successione conservarono realmente, dopo la fine del Medioevo, un valore pratico. Non essendoci pi vassalli domestici, l'omaggio era ormai uniformemente legato al possesso d'una terra. Il suo aspetto cerimoniale, per "vano" che potesse sembrare a giuristi formatisi alla scuola del razionalismo dei tempi nuovi(405), non lasciava indifferente una classe nobiliare naturalmente preoccupata della etichetta. Tuttavia, lo stesso rito, gi ricco d'un cos profondo senso umano, non serviva pi, oltre che alle esazioni fiscali cui talvolta dava luogo, che a constatare la mouvance o stato di dipendenza feudale di un bene, fonte di diritti - a seconda delle usanze - pi o meno redditizi. Essenzialmente contenziose, le "materie feudali" occupavano la giurisprudenza. Esse rifornirono di bei temi da dissertazioni una rigogliosa letteratura di dottrinari e di professionisti. Ma che l'edificio fosse tarlato e i profitti che se ne ripromettevano i beneficiari alquanto modesti, nulla lo mostra pi chiaramente, in Francia, come la facilit con cui croll. La scomparsa del regime signorile avvenne solo a prezzo di forti resistenze e non senza turbare profondamente la ripartizione delle ricchezze; quella del feudo e del vassallaggio apparve, invece, l'inevitabile e quasi insignificante compimento d'una lunga agonia.
Pure, in una societ ancora soggetta a non pochi disordini, i bisogni che avevano suscitato le antiche pratiche del compagnonnage, e poi del vassallaggio, non avevan cessato di far sentire i loro effetti. Tra le diverse ragioni che provocarono la reazione degli ordini cavallereschi, fondati in cos gran numero nei secoli XIV e XV, una tra le pi decisive fu indubbiamente il desiderio che provarono i principi di legare a s, con un vincolo particolarmente saldo, un gruppo di fedeli altolocati. I cavalieri di Saint-Michel, secondo gli statuti promulgati da Luigi XI, promettevano al re "buono e verace amore" e di servirlo lealmente nelle sue giuste guerre. Fu, d'altronde, un tentativo altrettanto vano di quello dei Carolingi: nel pi antico elenco dei personaggi onorati del famoso collare, il terzo posto era occupato dal connestabile di Saint-Pol(406), il quale doveva tradire cos bassamente il proprio signore.
Pi efficace, e pi pericolosa, fu, durante i disordini dello scorcio del Medioevo, la ricostituzione di truppe di guerrieri privati, molto simili ai vassalli "satelliti" di cui gli scrittori dell'et merovingia avevan denunziato i brigantaggi. La loro dipendenza si manifestava, di frequente, con un'uniforme dai colori del loro signore di guerra o che recava il suo stemma. Tale uso, condannato in Fiandra da Filippo l'Ardito(407), sembra abbia avuto speciale diffusione nell'Inghilterra degli ultimi Plantageneti, dei Lancaster e dei York: tanto che i gruppi cos costituitisi intorno ai grandi baroni vi ricevettero il nome di "livree". Al pari dei vassalli "non accasati" di un tempo, essi non comprendevano unicamente avventurieri di bassa estrazione: la gentry forniva indubbiamente loro la maggior parte dei loro effettivi. L'uomo aveva da subire un processo? Il Lord gli faceva schermo con la sua autorit, davanti al tribunale. Questo sistema della maintenance o appoggio in giustizia - illegale, ma singolarmente tenace, come  provato dalle ripetute interdizioni da parte del Parlamento - riproduceva, quasi tratto per tratto, l'antico mithium che, nella Gallia franca, il "potente" aveva esteso sul suo fedele. E, siccome anche i sovrani trovavan profitto a utilizzare, sotto una forma nuova, il vincolo personale, si vide Riccardo II sforzarsi di diffondere in tutto il reame, simili ad altrettanti vassi dominici, i propri fedeli, riconoscibili dal "bianco cuore" di cui la loro uniforme era blasonata(408).
Nella stessa Francia dei primi Borboni, il gentiluomo che, per farsi strada nell'alta societ, si faceva domestico di un grande, non offriva forse l'immagine d'una condizione analoga al primitivo vassallaggio? Con una forza degna del vecchio linguaggio feudale, si diceva che il tale "apparteneva" al Principe o al Cardinale. Mancava,  vero, il rito dell'investtura; ma esso era spesso sostituito da una promessa scritta: giacch, dopo la fine del Medioevo, la "promessa di amicizia" aveva preso il posto dell'omaggio in declino. Si legga questo "biglietto" sottoscritto, il 2 giugno 1658, a Fouquet(409) da un certo capitano Deslandes: "Io prometto e do la mia fede al signor Procuratore Generale... di non appartenere mai ad altri che a lui, al quale mi do e mi lego con il supremo vincolo che posso avere; e gli prometto di servirlo generalmente contro chicchessia senza eccezione e di non obbedire ad altri che a lui, nonch di non avere nessun rapporto con coloro che mi proibir... Gli prometto di sacrificare la mia vita contro tutti coloro che gli piacer... senza eccettuarne al mondo uno solo"(410). Non sembra di udire, attraverso le et, l'eco delle pi piene tra le formule di commendatio: "I tuoi amici saranno i miei amici, i tuoi nemici saranno i miei nemici", senza nemmeno la riserva a favore del re?
In breve, il vassallaggio autentico aveva bens cessato di esistere altrimenti che come un complesso di vani gesti cerimoniali e d'istituti giuridici per sempre sclerosizzati; ma lo spirito che l'aveva animato rinasceva senza posa dalle sue ceneri. E non sarebbe certo difficile ritrovare in societ ancor pi vicine a noi le manifestazioni di sentimenti e di necessit quasi simili. Ma si trattava di pratiche sporadiche, proprie di certi ambienti, proscritte dallo Stato appena sembrava che ne minacciassero l'autorit, incapaci, in definitiva, di collegarsi in un sistema ben saldo e d'imporre all'intera struttura sociale la loro tonalit.


2. L'idea guerriera  l'idea di contratto.

Alle societ che le tennero dietro l'ra feudale aveva lasciato in retaggio la cavalleria, cristallizzata in nobilt. Di quest'origine, la classe dominante conserv l'orgoglio della sua vocazione militare, simboleggiata dal diritto a portare la spada. Essa vi si aggrapp con speciale energia l dove, come in Francia, ne traeva la giustificazione di preziosi privilegi fiscali. I nobili non devono pagare la taglia - dichiaravano, verso il 1380, due scudieri di Varennes-en-Argonne - perch, "in virt della nobilt, i nobili sono tenuti a esporre i loro corpi e cavalcature da guerra"(411). Sotto l'antico regime, la nobilt di vecchia estrazione, per opposizione all'aristocrazia degli uffici, persisteva a chiamarsi "di spada". Persino nelle nostre societ, nelle quali farsi uccidere per il proprio paese ha cessato d'essere il monopolio d'una classe o di un mestiere, il tenace sentimento di una specie di supremazia morale connessa alla funzione di guerriero professionale - sentimento estraneo ad altre civilt, quale la cinese - rimane come un ricordo della divisione apertasi, verso i primordi dei tempi feudali, tra il plebeo e il cavaliere.
L'omaggio vassallatico era un contratto vero e proprio, di carattere bilaterale: il signore che mancasse ai suoi impegni perdeva i propri diritti. Tale idea - trasferita, com'era inevitabile, nel campo politico (poich i principali sudditi del re ne erano in pari tempo i vassalli), raggiunta d'altronde su questo terreno dalle antichissime rappresentazioni che, considerando il capo del popolo come misticamente responsabile del benessere dei suoi sudditi, lo votarono al castigo nel caso di pubbliche sciagure - era destinata a esercitare un profondo influsso. Tanto pi che tali vecchie correnti si congiunsero, in questo caso, a un'altra corrente di pensiero, nata, nella Chiesa, dalla protesta gregoriana contro il mito della regalit soprannaturale e sacra. Furono gli scrittori di questo gruppo essenzialmente religioso a esprimere per i primi, con una vigoria rimasta a lungo insuperata, il concetto di un contratto legante il sovrano al suo popolo: "come il porcaro al padrone che lo impiega", scriveva, verso il 1080, un monaco dell'Alsazia. Affermazione il cui significato appare ancora pi pieno, se messo a confronto col grido indignato di un fautore pur moderato della monarchia: "Un unto del Signore non pu esser revocato come un marico di villaggio!" Ma quegli stessi dottrinari del clero non mancavano d'invocare, tra le giustificazioni della deposizione cui condannavano il cattivo principe, il diritto universalmente riconosciuto al vassallo di abbandonare il cattivo signore(412).
Il passaggio all'azione venne soprattutto dall'ambiente dei vassalli, sotto l'influsso delle istituzioni che avevano formato la loro mentalit. In questo senso, in tante rivolte, che, a primo aspetto, non sembravano che disordine, era implicito un principio fecondo(413): "L'uomo pu resistere al proprio re e al proprio giudice quando questo agisce contro il diritto, e financo aiutare a fargli la guerra... Con ci, egli non viola il giuramento di fedelt". Cos si esprime il Sachsenspiegel. Questo famoso "diritto di resistenza" - gi in germe nei giuramenti di Strasburgo dell'843 e nel patto stipulato, nell'856, da Carlo il Calvo con i suoi grandi - rison, nei secoli XIII e XIV, da un capo all'altro del mondo occidentale, in una folla di testi, usciti, nella maggior parte, dalla reazione nobiliare ovvero dall'egoismo delle borghesie e, nondimeno, gravidi d'avvenire: Magna Charta inglese del 1215; Bolla d'oro ungherese del 1225; coutumier del regno di Gerusalemme; privilegio della nobilt brandeburghese; Atto d'unione aragonese del 1287; Carta brabantina di Cortenberg; statuto del Delfinato del 1341; dichiarazione, del 1356, dei Comuni della Linguadoca. Non fu un semplice caso, se il regime rappresentativo - sotto la forma, altamente aristocratica, del Parlamento britannico, degli tats francesi, degli Stnde tedeschi, delle Cortes spagnuole - nacque in Stati che si stavano appena affrancando dal regime feudale e ne recavano ancora l'impronta; e, se invece, nel Giappone - in cui la sottomissione vassallatica era molto pi unilaterale e che, del resto, lasciava fuori dell'edificio degli omaggi il potere divino dell'imperatore - nulla di simile usc da un regime pur tuttavia, per molti aspetti, assai simile al feudalesimo europeo. In quest'accento, messo sull'idea di una convenzione suscettibile di legare i poteri, sta l'originalit del nostro feudalesimo. Con ci, per quanto duro sia stato tale regime con gli umili, esso ha veramente lasciato in retaggio alle nostre civilt qualcosa di cui desideriamo ancora vivere.
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FINE.